Dai tagli di Trump scaturisce un’occasione imperdibile per la ricerca scientifica in Italia
I definanziamenti in atto rischiano di rallentare o bloccare le attività di ricerca biomedica e farmaceutica, causando una grave battuta d’arresto nel paese punto di riferimento della ricerca scientifica: E ora si potrebbe aprire una nuova opportunità per il nostro paese
Stiamo attraversando una fase storica dinamica e in rapida trasformazione, soprattutto in Occidente. Dalle elezioni americane dello scorso novembre, gli equilibri geopolitici, il commercio internazionale, le politiche migratorie e i movimenti sociali sono entrati in un vortice di cambiamenti profondi, segnati da un clima di crescente incertezza. Anche il mondo della scienza e della ricerca non è rimasto immune. Negli Stati Uniti, una trasformazione senza precedenti è in atto, alimentata dai drastici tagli imposti dall’amministrazione Trump agli ambiti amministrativo, accademico e scientifico. Un segnale che preannuncia scenari nuovi, e in molti casi, inaspettati.
Queste misure hanno recentemente toccato gli atenei più prestigiosi d’America con il congelamento dei fondi – miliardi di dollari – a loro concessi, e sono stati utilizzate come leva per influenzare le politiche interne universitarie. L’impatto si è fatto sentire in modo significativo su realtà come Harvard, Columbia, Cornell, Northwestern, Princeton, Brown e Università della Pennsylvania. I tagli ai finanziamenti universitari rappresentano solo l’ultimo tassello di una serie di cambiamenti in atto oltreoceano, che stanno spingendo studiosi e scienziati a riconsiderare le loro carriere e il loro futuro, in un Paese diverso. A confermarlo è la rivista Nature, che nelle scorse settimane ha lanciato un sondaggio proprio su questo tema: tra i 1650 ricercatori intervistati oltre 1200 hanno dichiarato di prendere in considerazione l’idea di trasferirsi all’estero, verso il Canada o l’Europa. Una percentuale significativa che diventa ancora più marcata tra i ricercatori a inizio carriera, post-laurea o dottorandi.
I definanziamenti in atto rischiano di rallentare le attività di ricerca biomedica e farmaceutica, o addirittura di bloccarle del tutto, causando una grave battuta d’arresto in quello che è sempre stato percepito come il punto di riferimento della ricerca scientifica: un Paese con molta disponibilità di fondi e finanziamenti, libertà in ambito sperimentale, infrastrutture all’avanguardia e professionalità di altissimo livello che hanno reso possibile il conseguimento di scoperte fondamentali. Ed è proprio su queste grandi professionalità, che si potrebbe aprire una nuova opportunità per l’Italia.
Accogliere le competenze in fuga dagli Stati Uniti potrebbe rappresentare un investimento decisivo sul nostro futuro e un’inversione di rotta rispetto alla lunga emorragia di “cervelli in fuga”. Secondo l’ISTAT, nel 2023 erano circa 79mila i laureati italiani stabilmente residenti all’estero, con una perdita di capitale umano stimata in 38 miliardi di euro e gravi ripercussioni sulla capacità di innovare e crescere.
Per incentivare il ritorno delle competenze dall’estero, o attirarne di nuove, è necessario un impegno finanziario significativo. In questa direzione si inserisce il piano per aumentare l’attrattività del sistema accademico presentato dal ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini. Il piano prevede un fondo di 50 milioni di euro per la presentazione di proposte progettuali da parte di giovani ricercatori fuori dall’Italia, vincitori dei bandi Erc Starting Grants o Erc Consolidator Grants.
Accanto all’iniziativa italiana, c’è anche il progetto ReBrain Europe, promosso dalla comunità scientifica che ha proposto di rafforzare la capacità scientifica europea accogliendo i ricercatori in fuga stanziando un fondo di 100 miliardi di euro finanziato con eurobond. L’appello, firmato da circa mille professionisti, è stato sottoposto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro Anna Maria Bernini. A fare eco alla proposta di ReBrain Europe, anche l’Accademia dei Lincei, che ha rivolto un invito pressante all’Europa perché agisca con coraggio e visione strategica. In un documento prodotto dagli studiosi si legge che la media europea del rapporto tra investimento in ricerca pubblica e Prodotto interno lordo (PIL) è dello 0,75% (in Italia lo 0,65% del PIL), con punte virtuose (Germania ed Estonia) che toccano l’1% ma anche picchi negativi dello 0,17% (Irlanda e Romania). L’Accademia propone un “Programma ventennale per la ricerca pubblica dell’Ue”, con lo scopo di alzare la quota di investimenti in questo settore, soprattutto nei Paesi che investono meno: 180 miliardi di euro di investimenti nel periodo 2026-2045, circa 3,7 miliardi l’anno. La metà di questi finanziamenti, 90 miliardi, sarebbero finanziati dalle Istituzioni europee, a vantaggio soprattutto di quei Paesi che hanno rapporti più bassi tra investimento in ricerca e PIL. Un tale piano rappresenterebbe uno strumento fondamentale per attrarre i ricercatori delusi dalla politica americana, offrendo loro la stabilità necessaria per sviluppare progetti ambiziosi e innovativi.
Gli stanziamenti nazionali e internazionali potrebbero costituire per il nostro paese un’opportunità irripetibile per rafforzare la competitività scientifica a livello internazionale.
Ma perché questa occasione si traduca in un vero rilancio, sarà indispensabile accompagnare la visione con determinazione, lungimiranza e un impegno concreto e duraturo. Solo attraverso una strategia chiara e un forte sostegno all’innovazione potremo davvero diventare un punto di riferimento globale nella ricerca scientifica.
Ariela Benigni
Segretario Scientifico e Coordinatore delle Ricerche della sede di Bergamo e Ranica, Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS


