Il dramma della famiglia De Simone: il figlio Jacopo e quello adottivo Carmine in cella per omicidio
Un tragico filo rosso collega il delitto di Riccardo Claris, 26 anni, con quello del 58enne Luciano Muttoni, massacrato in casa a Valbrembo lo scorso marzo
Bergamo. Due famiglie sconvolte dal dolore: i Claris da un lato, i De Simone dall’altro. “Lasciate in pace questa gente, non immaginate che cosa sta passando”. È scuro in volto, mentre risponde ai giornalisti, un residente al civico 27 di via dei Ghirardelli, dove abita la famiglia De Simone. Il figlio Jacopo e quello adottivo Carmine sono finiti in cella nel giro di due mesi con la stessa, pesantissima accusa: omicidio volontario aggravato. Dai futili motivi il primo, dalla minorata difesa e dall’avere ucciso per derubare il secondo. Mamma e papà hanno lavorato entrambi per le cancellerie del tribunale di Bergamo. Un luogo che segnerà la vita dei figli, ma per motivi che esulano completamente dalla sfera professionale.
Jacopo, 19 anni da compiere, incensurato, studia in un liceo scientifico della città e lavora saltuariamente in un bar del centro. Nella notte tra sabato 3 e domenica 4 maggio è stato arrestato con la felpa e le mani ancora sporche di sangue. Con una coltellata alla schiena ha messo fine alla vita del 26enne Riccardo Claris, dopo una lite tra tifosi dell’Atalanta e dell’Inter iniziata in un bar di Borgo Santa Caterina. A dirgli di consegnarsi ai carabinieri è stata proprio la madre, disperata per quest’altro incredibile dramma.
De Simone, interista, era al Reef Cafè insieme al fratello gemello, alla fidanzata di quest’ultimo e un gruppo di amici. Avrebbe canticchiato un coro della squadra milanese; coro che avrebbe indispettito un gruppo di atalantini seduti accanto. Le due fazioni battibeccano un po’, all’uscita dal bar gli atalantini ‘pedinano’ De Simone fin sotto casa, al civico 27 di via dei Ghirardelli, distante 400-500 metri dal bar. Che cosa sia successo durante il tragitto, non è chiaro. Se siano volati insulti, minacce o ci siano stati segnali tali da far sentire De Simone realmente in pericolo (si è parlato della presenza di bastoni e catene, per ora non confermata) è uno degli aspetti che gli inquirenti vogliono approfondire, anche attraverso le immagini delle telecamere piazzate lungo il percorso.
“Volevo difendere mio fratello, la mia casa, la mia famiglia”, avrebbe detto il giovane davanti ai carabinieri e al pubblico ministero Guido Schininà. Con altri due o tre amici è salito in casa, ha preso un coltello da cucina in ceramica, è tornato in strada e ha affondato la lama da 11 centimetri sotto la scapola sinistra di Claris. A detta di de Simone, uno dei più aggressivi quella sera. “Frequentava la curva dell’Atalanta, ma in maniera sana – ha detto di lui lo zio Luca Salvioni, avvocato in città -. Riccardo non era un tipo da risse”. E di risse, nel senso stretto del termine, in effetti, non sembrano essercene state.
Jacopo e il fratello adottivo pare avessero mantenuto i rapporti (una foto recente li ritrae suo social insieme, sorridenti, in occasione del compleanno di un familiare), ma non vivevano da tempo sotto lo stesso tetto. Da quando Carmine, 25 anni, avrebbe iniziato a fare dentro e fuori dalla comunità per problemi di tossicodipendenza. Problemi che, a ruota, ne hanno portati altri: risse, rapine, furti che ne hanno arricchito la fedina penale.
Lo scorso marzo, Carmine De Simone ha nascosto il suo volto pieno di tatuaggi dietro un passamontagna. Imbottito di cocaina, “per caricarsi”, ha atteso che Luciano Muttoni, 58 anni, di Valbrembo, facesse ritorno a casa. Una rapina finita nel sangue per 50 euro, un vecchio cellulare e un’auto appena fatta riparare per problemi al motore. Il giudice per le indagini preliminari parlò di “volontà omicida” e “totale assenza di valori”. Parole che potrebbero fatalmente ripetersi al prossimo interrogatorio; quello del fratello, Jacopo, soltanto due mesi dopo. “I loro genitori le hanno provate tutte – confida un’amica di famiglia, preoccupata dai tanti commenti sui genitori che si leggono sui social -. Sono brave persone. Giudicare senza conoscere non ha senso”.







