L'interpellanza
|Lapide per i bergamaschi uccisi dagli alleati, l’Amministrazione dice no: “Inopportuna”
La proposta del consigliere Filippo Bianchi chiedeva il ricordo dei 9 soldati fucilati davanti al cimitero monumentale. La replica dell’assessore Angeloni: “L’amministrazione si sente erede ed intende coltivare la memoria di chi il fascismo l’ha combattuto e l’ha sconfitto”
Bergamo. L’amministrazione dice ‘no’ all’apposizione di una lapide davanti al cimitero monumentale per ricordare Giuseppe Pilenga, Cipriano Pilenga, Luciano Angeretti, Luca Cristini, Luigi Donati, Davide Marchiondelli, Mario Moratti, Giovan Battista Nozza e Lorenzo Vecchi, soldati bergamaschi della Repubblica sociale italiana che furono fucilati dagli alleati il 30 aprile del 1945, cinque giorni dopo la liberazione.
La richiesta era partita da un’interpellanza del consigliere di Fratelli d’Italia Filippo Bianchi. “Nei giorni che seguirono la conclusione della guerra civile in Italia (25 aprile del 1945) ebbero luogo molti fatti di sangue anche nella nostra città. Dopo l’ingresso degli Alleati, a cominciare dal pomeriggio del 26 aprile, cominciarono gli arresti e le fucilazioni dei soldati bergamaschi, senza processo alcuno. In quei giorni si consegnavano alle autorità provvisorie locali, rispettando l’ordine rivolto dal Comitato di liberazione nazionale verso gli sconfitti della Repubblica sociale italiana, per mettersi al riparo da rappresaglie. Questi 9 bergamaschi, dopo il passaggio in Prefettura per adempimenti burocratici, venivano assassinati il 30 aprile 1945 davanti al Cimitero Monumentale di Bergamo”.
“Considerato che il loro assassinio rimarrà senza un colpevole assicurato alla giustizia e nel 1952 la Magistratura chiuderà le indagini proprio per l’impossibilità di individuare i colpevoli e che si tratta di una pagina di quella storia di vendette, di regolamenti di conti ed omicidi che Bergamo non conosce, in quanto censurata. […] Le Istituzioni dovrebbero favorire una responsabile pacificazione senza chiudere gli occhi dinanzi al sangue dei vinti e senza alimentare contrapposizioni”.
L’assessore ai servizi cimiteriali, Giacomo Angeloni, ha risposto all’interpellanza spiegando come l’amministrazione “non ritenga opportuna” l’apposizione di una targa commemorativa, “perché si sente erede ed intende coltivare la memoria di chi il fascismo l’ha combattuto e l’ha sconfitto e questo non dovrebbe alimentare contrapposizioni se non con chi si sente ancora oggi sconfitto ed estraneo alla Repubblica nata dalla Resistenza”.
La replica dell’assessore Angeloni
L’Amministrazione comunale è consapevole della complessità del periodo che seguì la fine della Seconda guerra mondiale, nonché del dolore che ha attraversato molte famiglie, indipendentemente dalla parte per cui i loro cari combatterono e persero la vita. Al tempo stesso, è doveroso ricordare che il 25 aprile rappresenta per il nostro Paese non solo la fine della guerra, ma soprattutto la liberazione dal nazifascismo, l’avvio del processo che ha portato alla Costituzione repubblicana dopo due decenni di dittatura fascista.
A Bergamo, il Comitato di Liberazione Nazionale assume il controllo della Prefettura il 26 aprile 1945. Il giorno seguente i partigiani entrano in città, dopo diversi scontri, in particolare con i cecchini fascisti appostati sui tetti. Il 28 aprile alle 7 della mattina, dopo una difficile ed estenuante trattativa, il maggiore generale Ebeling firma la resa – delle truppe tedesche che occupavano la città dal 10 settembre 1943 – a Manfred Czernin “Manfredi”, capo della missione inglese in bergamasca e al Comando Partigiano. E solo poi nella notte tra il 28 e il 29 aprile – e non il 26, come riportato nell’interpellanza – fanno il loro ingresso in città le truppe alleate, seguite da reparti del Regio Esercito italiano. Il 2 maggio si insedia l’Amministrazione Alleata segnando ufficialmente la fine della Seconda guerra mondiale in bergamasca.
Le celebrazioni e i segni pubblici della memoria promossi dal Comune di Bergamo, a partire dalla commemorazione del 25 aprile, si ispirano ai valori fondanti della Resistenza, da cui è nata la nostra democrazia. In questa cornice, il 24 aprile scorso è stata svelata una targa in memoria di Giacomo Matteotti, deputato socialista e riformista che dedicò la sua vita all’emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, e che fu rapito e brutalmente assassinato il 10 giugno 1924 da sicari fascisti dopo che il 30 maggio, in un memorabile discorso alla Camera dei Deputati, aveva denunciato i brogli, la violenza e l’illegalità con cui il partito di Mussolini aveva vinto le elezioni.
L’Amministrazione comunale ritiene essenziale custodire una memoria pubblica consapevole, ancorata al contesto storico e ai significati condivisi della Repubblica nata dalla Resistenza. Qualsiasi iniziativa commemorativa che intenda ricordare episodi tragici del dopoguerra deve fondarsi su una rigorosa ricostruzione storica, evitando ogni forma di equiparazione o revisione che possa sminuire il significato della Liberazione. Riteniamo che una società civile debba fondare la propria memoria condivisa su un patto minimo tra forze politiche e sociali, che riconosca nella Liberazione e nella Costituzione repubblicana antifascista i pilastri comuni su cui costruire la convivenza civile.
Purtroppo, a rendere difficile la costruzione di una memoria condivisa contribuiscono anche i frequenti rigurgiti di neofascismo e neonazismo, che riaffiorano in varie forme in Italia e in Europa, come se la Resistenza al nazifascismo che nel nostro paese ha segnato gli ultimi venti mesi della guerra, fosse una pagina da dimenticare o superare.
Riguardo alle violenze della fase insurrezionale e immediatamente post-insurrezionale che si verificarono anche nella nostra città e provincia valgano le osservazioni dello storico Claudio Pavone:
“Un carattere particolare ebbe la violenza esercitata nella fase insurrezionale e immediatamente postinsurrezionale, quando la diretta “resa dei conti” raggiunse il suo acme, ma si avviò anche alla sua rapida conclusione, e la mano passò a quello che avrebbe dovuto essere il processo di punizione e di epurazione gestito dal nuovo assetto istituzionale. Negli ultimi giorni dell’aprile 1945 convivono, nel clima di generale euforia, la fiducia e i dubbi nei confronti del prossimo futuro, i timori degli Alleati, del governo di Roma e dei partiti moderati che la situazione sfugga loro di mano e la spinta invece a compiere, finché si era in tempo, il massimo possibile di atti irreversibili. Da un lato, insomma, volontà di battere quanto più si potesse il ferro finché era caldo, e dall’altro lato pronto impegno a raffreddarlo. È in questo quadro che va collocata l’esplosione di violenza avutasi in quei giorni, quando l’esasperazione accumulata in venti mesi di guerra civile venne allo scoperto ed ebbe uno sfogo che, se era legittimato dalla vittoria, la vittoria stessa poteva in breve tempo far scivolare sul terreno della mera e scomposta vendetta”.
“In questa tensione vanno inquadrati questi episodi di violenza e giustizia sommaria successi nei giorni della liberazione e nell’immediato dopoguerra. Questi fatti, da subito hanno dato luogo a inchieste giudiziarie e processi e sono stati oggetto di studi storici che ne hanno ricostruito la dimensione, il contesto e la natura. E la violenza che – come accade d’altronde in ogni dopoguerra – si trascina dopo la Liberazione, oltre che messa in relazione con i venti mesi e i venti anni che l’hanno preceduta, va inserita nel contesto di un quadro desolante di danni materiali: città in macerie, case distrutte, territori, strade e ferrovie devastati e di danni morali: persone piegate dai lutti, famiglie disperse o che hanno perso tutto, reduci sconvolti dalla deportazione o dalla prigionia, il dilagare della borsa nera, della prostituzione, della delinquenza”.
È giusto studiare e comprendere questi fatti nella loro complessità, ma il compito delle istituzioni pubbliche è quello di celebrare e onorare chi ha scelto di opporsi alla dittatura, chi ha combattuto per la libertà, per la giustizia, per una nuova Italia. È a loro che dobbiamo la nostra Costituzione, ed è nel loro nome che rinnoviamo il ricordo dei tantissimi caduti per la libertà e di tutti coloro che per essa hanno lottato: i militari prigionieri in Germania dopo l’8 settembre e morti nei campi per essersi rifiutati di tornare a combattere con la repubblica di Salò a fianco dei nazisti, i deportati politici e razziali, i partigiani e le partigiane che nella Resistenza armata e in quella civile combatterono, e tutte e tutti coloro che, spesso a rischio della propria vita, sostennero in vario modo la lotta partigiana.
Per questi motivi, l’Amministrazione comunale non ritiene opportuno procedere con l’apposizione di una lapide commemorativa presso il Cimitero Monumentale dedicata ai nove, fra fascisti e militi della Repubblica Sociale Italiana, perché si sente erede ed intende coltivare la memoria di chi il fascismo l’ha combattuto e l’ha sconfitto e questo non dovrebbe alimentare contrapposizioni se non con chi si sente ancora oggi sconfitto ed estraneo alla Repubblica nata dalla Resistenza.
“Vittorio Foa ha raccontato un episodio più volte ripreso: A me è capitato, una volta, di partecipare ad una trasmissione televisiva insieme ad un senatore fascista [Giorgio Pisanò] che faceva dei grandi discorsi di pacificazione: “In fondo eravamo tutti patrioti… Ognuno di noi aveva la patria nel suo cuore…”, etc. etc. Io lo interruppi dicendo: “Un momento. Se si parla di morti, va bene. I morti sono morti: rispettiamoli tutti. Ma se si parla di quando erano vivi, erano diversi. Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore”. Questa è una differenza capitale”.


