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La nuova creazione del maestro, un dialogo profondo tra materiali e simboli che invita all’introspezione e alla ricerca di armonia

Bergamo. Un’opera imponente e densa di significato, nata da una profonda riflessione interiore e da un complesso dialogo tra materiali diversi troneggia nel salone principale della Fondazione del Credito Bergamasco: “La scala d’oro”, l’ultima opera del maestro Ugo Riva.

La genesi dell’opera affonda le radici in un viaggio in Bretagna di vent’anni fa, durante il quale Riva ammirò e schizzò i tradizionali calvari. Tuttavia, l’idea rimase a lungo latente, in attesa della maturità artistica necessaria a darle forma. “Non ero pronto tecnicamente – spiega lo scultore -. È un’opera dove si mettono in discussione diversi materiali che devono dialogare tra loro, quindi di una certa complessità”.

Riva orchestra un dialogo tra elementi eterogenei, texture differenti e oggetti spesso recuperati o di scarto. Il cuore dell’impalcatura centrale, per esempio, è costituito da un candelabro e due portacandele, quest’ultimi scovati quasi per caso dall’artista durante una svendita di arredi. Questa struttura centrale è arricchita da cardini di ferro ed elementi in bronzo, il tutto illuminato da scintillanti chiavi di diverse forme, dimensioni e colori, alcune appese, altre adagiate sulla base ricoperta di foglie. Forte è la loro simbologia:  “Rappresentano la chiave di lettura di quest’opera, sono state messe per cercare di stimolare l’osservatore a porsi delle domande. La chiave che ognuno di noi dovrebbe avere per salire questa scala d’oro, che poi non è la salvezza, ma cercare se stessi e trovare la propria armonia nell’universo – dichiara Riva -. Le mie opere sono sempre così, io non ho nessuna risposta, non sono un uomo di verità. Pongo delle domande che poi sono le stesse che in questi 74 anni di vita mi sono posto”.

“La scala d’oro” si configura così come il riflesso di una profonda introspezione sul percorso di vita e sulla carriera dell’artista, segnata da costanti riflessioni e interrogativi. È al contempo una ricerca avanzata sulla materia e sulla narrazione visiva, oltre ad essere una dimostrazione della capacità di Riva di rileggere la tradizione medievale e rinascimentale con una spiccata sensibilità contemporanea.

Questa capacità di sintesi si manifesta pienamente nel modo in cui l’opera intreccia riferimenti sacri e profani. Nel cuore dell’opera, la dimensione religiosa convive con quella laica. Qui trovano posto le scene della Crocifissione su un lato e della Deposizione sull’altro, i cui personaggi, modellati in terracotta, sembrano quasi danzare in un vibrante movimento circolare. Al di sotto dei bracci del candelabro, che funge da struttura, un grande trono appare sospeso e apparentemente irraggiungibile, accessibile solo tramite la scala eponima. Questo trono accoglie figure emblematiche: due donne con un bambino, chiara evocazione della maternità, si contrappongono a due uomini in vesti sontuose, simboli di potere e autorità terrena.

A fare da sfondo all’installazione vi è un telo, utilizzato per conferire un senso di sacralità a un luogo intrinsecamente laico. Riva concepisce ogni opera come dotata di un’energia che va racchiusa al suo interno per non disperdersi. Sopra l’opera, una foglia di palma trovata e resa rigida aggiunge un ulteriore livello simbolico, e richiama il tappeto di foglie, alla base dell’opera, che isola lo spazio scenico e rimanda alla fragilità dell’uomo, eco della poesia ungarettiana.

In un tempo segnato da conflitti, “La scala d’oro”, risuona con particolare attualità. Il messaggio dell’artista è una ricerca di equilibrio e armonia, concetti antitetici alla guerra. “Una scultura come questa ha in tutti gli elementi un’armonia- afferma l’artista-. L’opera, con la sua possibilità di scelta tra bene e male rappresentata, si schiera implicitamente per la pace, invitando ognuno a trovare la propria chiave per raggiungerla”.