Nel Kashmir si riaccendono venti di guerra tra India e Pakistan
La regione himalayana del Kashmir, in cui si trovano le sorgenti dell’Indo e di altri grandi fiumi, è sin dal 1947 uno dei principali fattori di attrito tra India e Pakistan
Mercoledì scorso il governo indiano ha annunciato la sospensione dello Indus Water Treaty, ossia del trattato internazionale che regola la distribuzione delle acque nel bacino idrografico del fiume Indo con i suoi affluenti. Così come per altri grandi fiumi del mondo, come il Nilo e l’Eufrate, la gestione della portata idrica ha un’importanza capitale soprattutto per i paesi che stanno a valle: in questo caso il Pakistan, che dipende fortemente dall’Indo per il suo fabbisogno agricolo e la produzione di energia idroelettrica.
Firmato nel 1960 da India e Pakistan con il sostegno della Banca Mondiale, l’accordo sul fiume Indo è sopravvissuto a decenni di relazioni bilaterali particolarmente tese e anche ad alcuni conflitti armati, l’ultimo dei quali nel 1999.
La sospensione del trattato non ha per adesso conseguenze immediate, perché l’India al momento non dispone delle infrastrutture e del sistema di canalizzazioni necessarie per impedire il flusso verso valle dei 218 miliardi di metri cubi di acqua che spettano annualmente al Pakistan. Il governo indiano potrebbe però dirsi svincolato dall’obbligo di condividere con il paese vicino i propri programmi di sviluppo infrastrutturale e i dati idrologici, soprattutto legati alle piene del fiume principale e dei suoi affluenti.
La sospensione dell’accordo è perciò non soltanto un gesto simbolicamente molto forte, ma anche una leva potente nelle relazioni bilaterali; e il Pakistan ha risposto sospendendo a sua volta l’accordo di Simla del 1972 sulla circolazione di persone e merci, di fatto chiudendo tutti i collegamenti aerei e terrestri tra i due paesi.
Il deterioramento delle relazioni bilaterali tra India e Pakistan è avvenuto repentinamente a poche ore dall’attacco armato nella località turistica di Pahalgam, situata nella regione contesa del Kashmir.

L’attacco, nel quale sono stati trucidati venticinque turisti indiani, è stato inizialmente rivendicato da una sigla separatista locale, legata al gruppo jihadista Lashkar-e-Taiba, che ha poi ritrattato il proprio coinvolgimento. Alcuni dettagli sono ancora poco chiari, in primo luogo la facilità di movimento dei cinque attentatori in una delle zone più militarizzate di tutta l’Asia meridionale, ma lo scenario in cui si inserisce l’attentato è quello chiarissimo di un incremento della violenza armata da parte dei gruppi separatisti più estremi.
La regione himalayana del Kashmir, in cui si trovano le sorgenti dell’Indo e di altri grandi fiumi, è sin dal 1947 uno dei principali fattori di attrito tra India e Pakistan. Numerosi conflitti armati tra i due paesi non hanno sostanzialmente modificato la “Linea di controllo”, che da fronte bellico è divenuta la linea del cessate-il-fuoco, dividendo a metà il territorio e la sua popolazione, in grande maggioranza musulmana.
Nel tentativo di contenere le spinte separatiste e le rivendicazioni territoriali da parte del Pakistan, la parte di Kashmir amministrata dall’India ha goduto per decenni di un particolare statuto di autonomia.
La destra nazionalista hindu del primo indiano Narendra Modi ha tuttavia dapprima caldeggiato e poi, una volta al potere, realizzato nel 2019 l’abolizione dell’autonomia locale e delle sue istituzioni. Per il movimento hindutva, cioè per il nazionalismo hindu dal carattere apertamente islamofobo, la “normalizzazione” del Kashmir attraverso il controllo diretto da parte del governo centrale è parte di un disegno più grande, teso a creare una nuova India chiaramente hindu, come ha ben spiegato Matteo Miavaldi nel suo ultimo libro (Un’altra idea dell’India, Add editore, 2025).
Il partito di Narendra Modi ha cercato di modificare la struttura sociale ed economica del Kashmir attraverso tre strumenti: l’afflusso di manodopera da altre regioni dell’India, lo sviluppo immobiliare e la promozione turistica, ripresa nel 2021 dopo un durissimo e lungo coprifuoco a cui è seguita la pandemia di Covid-19. L’obiettivo di colpire un gruppo di turisti, peraltro in modo particolarmente cruento e selezionando in base alla confessione religiosa, sembra rispondere alla volontà di minare alla base proprio l’immagine di stabilizzazione che il governo di Delhi aveva cercato in tutti i modi di promuovere.
L’India accusa da anni il Pakistan di sostenere più o meno direttamente i gruppi separatisti kashmiri e le infiltrazioni di gruppi jihadisti. L’attacco di Pahalgam, avvenuto in concomitanza con la visita del vicepresidente USA J.D. Vance, ha rafforzato le accuse da parte indiana. Il primo ministro Modi ha interrotto bruscamente la visita in Arabia Saudita e il ministro degli interni Amit Shah ha subito convocato i vertici delle agenzie di sicurezza.
Un conflitto convenzionale tra i due paesi, che dispongono entrambi di un arsenale atomico, non pare probabile nel breve termine, ma la concatenazione delle alleanze internazionali di entrambe le parti non lascia presagire nemmeno una facile distensione: l’India di Modi si appoggia sul rapporto molto cordiale con gli USA, in particolare con l’amministrazione Trump, e con Israele, mentre il Pakistan ha subito cercato il sostegno della Cina.
Francesco Mazzucotelli
Docente di Storia della Turchia e del Vicino Oriente presso l’Università di Pavia


