“Per (non) diventare fascisti”: una Liberazione in coro che riflette sulla parola e l’impegno di ognuno
Al Teatro di Loreto, il nuovo appuntamento con i Cori Cittadini ha visto protagonisti gli abitanti del quartiere, guidati da Flavio Panteghini, in una lettura scenica di “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia
Bergamo. L’importanza della parola declamata e recitata, che da significante rimanda a molteplici significati, che da (terribile) passato si fa (inquietante) presente, ma anche nuovo impegno per il futuro. Una parola multiforme, polifonica, che si fa voce senza farsi parodia è quella protagonista di “Per (non) diventare fascisti, Liberazione in coro”, coro cittadino per la Festa della Liberazione, condotto da Flavio Panteghini, andato in scena venerdì 25 aprile al Teatro di Loreto. Un progetto di Pandemonium Teatro, all’interno dell’iniziativa “Teatro libera tutti!”, che si pone l’obiettivo di narrare le periferie attraverso il protagonismo degli abitanti, per non disperdere la memoria, amplificando i bisogni dell’oggi e le visioni del domani. Abitanti del quartiere che sono stati ancora una volta protagonisti, in questo terzo appuntamento con i Cori Cittadini, che calano il teatro proprio nel luogo in cui viene ospitato, non solo spazio fisico, ma momento di incontro e confronto, oltre che di partecipazione attiva.
In occasione delle celebrazioni del 25 aprile, Festa della Liberazione, Pandemonium Teatro ha proposto una rilettura di “Istruzioni per diventare fascisti” di Michela Murgia. Parole che risuonano grazie alla voce di tutti i protagonisti in scena, voce di cittadini che fanno Memoria del passato, ma, innanzitutto, provano a fare i conti con un pericolo ciclico, un uroboro che, nel guardare l’altro, interpella ogni singola persona, il proprio essere ed il proprio impegno. Non è un caso forse che il movimento ciclico si faccia presente sin dall’inizio, da attori che girano su sé stessi, come una sorta di giradischi umano che riproduce ad libitum “Bella ciao”, rendendola ogni volta diversa, imperfetta, fuori sincrono, come disco rotto. Attori con piccoli dettagli che ne caratterizzano l’aspetto, ma con abiti essenzialmente neri, perché, prima di tutto, “fascista è chi fascista fa”. Serve allora un vero e proprio Manuale per diventare fascisti, un punto fermo che sulla scena viene mostrato quasi rifacendosi ad icone religiose e kubrickiane. “Dovevamo credere, dovevamo essere fascisti, non eravamo parodia”: così i partecipanti, di diverse età, commentano la loro performance. Missione compiuta, perché sentire giovani pronunciare determinate frasi, da “manuale del perfetto fascista”, ha spiazzato senza dubbio il pubblico. Questo perché il regista non ha posto il proprio lavoro di rilettura ad un livello diverso rispetto alla narrativa ed alla comunicazione del ventennio, evitando così una controproducente superiorità morale ed anzi ponendo un’importante ed intelligente riflessione che riguarda il singolo. Tutto ciò smascherando i meccanismi del potere, ma allo stesso tempo ponendo domande scomode in merito a responsabilità e libertà.
La riflessione verte poi, inevitabilmente, sull’importanza e la potenza della parola. Una parola che si fa slogan (quel ripetuto “vincere e vinceremo”), per mutarsi in odio e strumento di denigrazione. Una comunicazione efficace, in grado di banalizzare la complessità, togliendo l’essenziale e lasciando il superfluo. Come una banana, con la buccia abbandonata al centro della scena, richiamo per uomini diventati ormai primati, che non hanno bisogno di un leader, ma di un capo, che non hanno bisogno di avversari, ma di nemici. Così, nel caos di luci che si muovo all’impazzata sul fondo della scena, si incarna la rabbia, una metamorfosi uomo-animale che approva la violenza dell’ordine naturale (“nessuno processa il lupo”), una lotta di arti marziali, dove il rispetto però viene meno. Il tutto reso materia da luci che segnano volti, che mutano, che straniano la scena.
Il fascismo è presente, soprattutto a livello comunicativo, risuona dalle parole del testo di Michela Murgia, che riflette sull’importanza di un linguaggio ipocrita oppure concreto, con parole in grado di uccidere.
Parole che risuonano, che si fanno Memoria ma anche pericolosa attualità, frasi standard (anche) del populismo contemporaneo alle quali però sembra bastar poco per attecchire. Serve allora scardinare determinati meccanismi, anche attraverso un piccolo seme, che possa infondere un’idea opposta da “se tutti sono fascisti, alla fine nessuno lo è”, dai ragionamenti reazionari e qualunquisti che si annidano dentro ogni persona.
Un’idea che può far cadere in errore, ma dal quale bisogna risollevarsi, dando corpo a parole non più d’odio, capaci di annientare, ma di speranza. Parole incerte e confuse che diventano chiare, come quelle di “Bella Ciao”. Dal buio del fascismo nasce allora una nuova luce, una luce calda, che mescola i colori diversi che appaiono, spogliati gli abiti scuri. Nasce allora un “bel fior”, al centro della scena, da tutti gli abiti scuri. Un fiore che si fa canto, “Bella ciao” che riprende la propria struttura, la gioia sotto forma di parola. Così muta la parola, dall’odio all’impegno verso il prossimo. Mutamenti necessari, che serve rinnovare ogni giorno, riflettendo prima sulla propria voce, passo fondamentale “per non diventare fascisti”. Ancora oggi.






