L’ex curato di Nembro e la telefonata di Papa Francesco: “Espresse la sua vicinanza”
Don Matteo Cella, oggi parroco della Parrocchia di San Giuseppe – Villaggio degli Sposi di Bergamo ed ex direttore dell’Oratorio San Filippo Neri di Nembro, ricorda la chiamata del pontefice durante l’emergenza Covid
“In un primo momento pensai che si trattasse di uno scherzo, invece era davvero Papa Francesco”. Così don Matteo Cella, oggi parroco della Parrocchia di San Giuseppe – Villaggio degli Sposi di Bergamo ed ex direttore dell’Oratorio San Filippo Neri di Nembro, ricorda la telefonata che ricevette dal pontefice il 3 maggio 2020, durante la pandemia.
Il Santo Padre espresse la sua vicinanza alla comunità, che era l’epicentro dell’emergenza Covid. Manifestò l’apprezzamento per il grande movimento di solidarietà che si era creato coinvolgendo in modo particolare i giovani: lo abbiamo intervistato chiedendogli di condividere questo bellissimo aneddoto.
Quando ha ricevuto la telefonata di Papa Francesco?
Il pomeriggio di domenica 3 maggio 2020. In quel periodo a Nembro e ad Alzano Lombardo stavamo cominciando a respirare un po’ dopo essere stati drammaticamente nell’occhio del ciclone dell’emergenza Covid. Le fasi più tragiche della pandemia si sono verificate a marzo, in leggero anticipo rispetto a quello che è accaduto altrove. Le due settimane centrali di quel mese sono state le più traumatiche: le prime giornate hanno rappresentato un momento di transizione e presa di consapevolezza di ciò che stava avvenendo, poi la situazione peggiorò giungendo a un’ecatombe. I decessi aumentarono fino ad arrivare al sabato in cui si tennero quattro funerali. Furono gli ultimi che avremmo potuto celebrare perché in seguito venne impedito dalle restrizioni anti-contagio.
La situazione precipitò velocemente?
In quei cinque giorni ci fu un cambiamento della percezione della pandemia. Nelle due settimane centrali di marzo si è registrato il maggior numero di decessi. Io e l’ex sindaco Claudio Cancelli abbiamo scritto un libro (“Carovane – La tempesta del Covid e il futuro di una comunità”, ndr) per raccontare quanto avvenne e un grafico contenuto in una slide che viene proiettata negli incontri di presentazione del volume evidenzia un’impennata della curva del numero dei decessi. Fu un disastro, poi man mano calò. Guardando al calendario, la tragedia dei morti da Covid coincise con la Quaresima e a Pasqua la situazione cominciò a migliorare. Quando il Papa chiamò eravamo in un momento in cui il macello stava allentando la sua morsa. Si iniziava a tirare le somme di ciò che avevamo vissuto e si riusciva a vederlo con maggior distacco. Una cittadina nembrese che vive negli Stati Uniti lanciò l’idea di dar vita a un progetto che custodisse la memoria delle persone che persero la vita nella pandemia e più in generale di quello che si era verificato durante l’emergenza sanitaria, realizzando iniziative come la posa di un’installazione artistica in biblioteca o l’apertura di un sito internet dedicato. La telefonata di Papa Francesco arrivò mentre stavamo facendo una delle prime riunioni nell’ambito di questa progettualità.
Com’è andata?
Stavo partecipando a una riunione in videochiamata. A un certo punto il mio telefono squillò, sul display comparve la scritta “numero sconosciuto” e risposi: si presentò subito dicendo “Sono Papa Francesco!” e in un primo momento pensai che si trattasse di uno scherzo, gli chiesi se fosse davvero lui e confermò. È stata una telefonata breve, durò circa tre minuti, ma è stata indimenticabile. Mi disse che gli era stato segnalato quello che stavamo facendo per tenere unita la comunità e, in modo particolare, per la cura e il coinvolgimento dei giovani. Voleva far sentire la sua vicinanza: era informato sulla situazione che stavano vivendo la Val Seriana e in particolare Nembro. Tutti raccontavano l’emergenza sanitaria, i morti, le persone che erano state ricoverate in ospedale e poi in molti casi non si sapeva più niente, le ceneri che giravano per le vie di mezza Italia prima di fare ritorno a casa ecc. Io e l’ex sindaco Cancelli continuavamo a sostenere che tutto ciò era reale, ma c’erano anche una comunità molto forte, tanta solidarietà e azioni di bene che venivano compiute sia in modo organizzato sia spontaneamente. Si tentava di far fronte anche alle altre emergenze…
Quali?
I ragazzi a casa spaventati per quello che stava succedendo, le persone sole, gli anziani che non si potevano andare a trovare, chi aveva lavori a chiamata e si trovava in difficoltà ecc. Le dinamiche della vita ordinaria erano saltate, ma la comunità ha saputo farsi carico in maniera esemplare di chi ne aveva bisogno. Ragazzi, famiglie, catechisti, educatori, adolescenti e volontari si sono adoperati per mantenere il maggior grado di coinvolgimento possibile attraverso attività da remoto o distribuendo quello che serviva nelle case, come il materiale scolastico alle famiglie che non erano attrezzate. Gli aneddoti e i buoni esempi sono parecchi.
Potrebbe fare qualche esempio?
In vista della Pasqua, un allevatore donò mille uova, un volontario notte tempo le fece bollire e una nonna con i suoi nipoti le confezionò, le benedimmo e vennero distribuite attraverso i negozi del paese. Erano iniziative simboliche, ma hanno fatto in modo che la gente avvertisse un senso di cura: permettevano di restituire speranza alle persone.
Ha saputo chi aveva aggiornato Papa Francesco sulle attività organizzate a Nembro?
Si, alcuni catechisti inviarono un’e-mail a Papa Francesco per segnalargli il movimento che si era creato nella nostra comunità in una situazione così difficile. In seguito la inoltrarono anche a me: nel testo scrissero che tutti raccontavano di Nembro come la zona rossa, quella che non è mai stata istituita, piuttosto che del record dei morti, mentre loro volevano far sapere che la comunità nembrese era solidale e unita, aveva fiducia nei giovani, i ragazzi erano protagonisti di azioni di bene e le istituzioni erano coalizzate per sostenersi reciprocamente. Dopo averla ricevuta, il pontefice mi chiamò per esprimere il suo sostegno. Pensando che non fosse una questione personale ma un messaggio collettivo, l’ho condiviso con la comunità: i primi a cui ho riferito della chiamata sono stati gli adolescenti.
Come mai?
Avevamo aperto un gruppo WhatsApp per organizzare piccole attività di volontariato che si erano messe in campo durante l’emergenza Covid. Come indicava il nome, “Resistiamo al virus”, era un gruppo di resistenza attiva e coinvolgeva molti ragazzi. Ho inviato a loro, per primi, un audio per raccontare della telefonata del Papa e la notizia si è diffusa, prima all’interno della comunità e poi sui media. Pensavo che quello che stavamo facendo fosse normale, anche perché l’oratorio, il Comune e le realtà sociali del territorio hanno sempre collaborato, ma il fatto che il Papa avesse chiamato per ringraziare voleva dire che non fosse scontato. La sua telefonata dà un valore diverso alle cose, perché mostra che non è tutto sempre scontato. Non significa che dobbiamo sentirci eroi o giganti, ma sottolinea l’importanza di fare la cosa giusta.
E lei che cosa ha risposto al Papa?
Gli dissi che coglievo l’occasione della telefonata per ringraziarlo per come stesse svolgendo il pontificato e per l’esempio che offriva. Lui rispose che ognuno fa quello che può e questa sua semplicità dà l’idea del suo spessore. Lui, che ha compiuto gesti importantissimi come la preghiera solitaria a Piazza San Pietro, sotto la pioggia, durante l’emergenza Covid, diceva che stava facendo quel che poteva.
Che impressione le aveva fatto il Papa?
Mi ha dato l’impressione di essere una persona autentica, che si rapportava con gli altri senza aver bisogno di mediazioni e artifizi. Era capace di andare al sodo delle questioni e di dare il valore alla realtà per quello che è. Sapeva chiamare le cose con il loro nome, che è un tratto tipicamente gesuitico.
Ci spieghi
I gesuiti lo insegnano nel discernimento degli spiriti: ogni cosa deve avere il nome giusto. Per esempio, virtù, vizio, tentazione ecc vanno identificati con precisione e Papa Francesco ne ha fatto tesoro. Ha saputo dire dove sono il bene e il male utilizzando espressioni specifiche come “terza guerra mondiale a pezzi”. Inoltre, ha riabilitato termini particolarmente significativi restituendo il senso di cui sono dotati: la vita porta a svuotarli d’importanza e lui ha ridato loro la forza radicale che hanno. È il caso della “Fraternità”, una parola-chiave del suo pontificato.
Ha avuto altri contatti con Papa Francesco?
Nel 2022, a Pasquetta, siamo tornati a Roma per partecipare al primo evento pubblico organizzato in Piazza San Pietro dalla Cei con gli adolescenti, grazie a don Michele Falabretti. Erano stati coinvolti perché rappresentavano le persone più dimenticate durante l’emergenza e l’obiettivo era quello di dare un segnale di ripartenza dopo la pandemia. Ci hanno chiesto di portare una testimonianza in apertura della giornata, prima che arrivasse il Papa. Attraverso un breve video abbiamo raccontato che cosa è stato l’oratorio nel tempo della pandemia e che cosa può essere in qualsiasi momento. Nel 2020 tutte le volte che abbiamo chiesto ai ragazzi di mettersi in gioco lo hanno fatto e sono rimasti uniti. L’estate di quel drammatico anno è stata incredibile per la vivacità nonostante i limiti e le restrizioni anti-contagio: prendendo parte all’evento, lo hanno raccontato sulla piazza del Papa a ringraziare del fatto che li avesse ricordati e salutati in occasione della telefonata. A distanza di due anni, poi, sono tornato da Papa Francesco.
Ci racconti
All’inizio del 2024 sono tornato dal Papa con i ragazzi del Sermig (Servizio Missionario Giovani, ndr) per un’udienza privata. Lo abbiamo salutato uno per uno: quando è arrivato il mio turno gli ho detto che ero il curato di Nembro a cui aveva telefonato durante l’emergenza Covid e lui se n’era ricordato.
E che cosa le è rimasto della figura di Papa Francesco?
È stato un grande riferimento, un innovatore animato dalla forza di andare al cuore delle cose e liberarle dagli artifizi. Quella che poteva sembrare semplicità è radicalità, la determinazione a restituire vita e valore alle parole, senza ricorrere a discorsi artificiosi ma attraverso cose premianti molto concrete. Quelli che stiamo vivendo ora sono i giorni della gratitudine e dell’ammirazione: si è speso letteralmente fino alla fine, sino all’ultimo respiro, per essere vicino alle persone e portare un messaggio di speranza. Si può dire che sia morto come è vissuto, in pienezza e dobbiamo lasciarci ispirare dal suo esempio. È il momento di fare nostra la ricchezza che ha suggerito alla chiesa e al mondo.
Per concludere, l’eredità spirituale di Papa Francesco è enorme. Qual è il principale spunto di riflessione che lascia alla società contemporanea?
L’invito a mettersi in gioco per fare la cosa giusta, compiere azioni di bene e agire in modo concreto, senza aspettare che sia tutto chiaro, perfetto, programmato e bollato. Se qualcosa è positivo va fatto perché smuove tutto il resto: è il tratto caratteristico del profeta, come è stato Papa Francesco.


