Affitti brevi, la sentenza che abbatte le attese dei Comuni: “Senza regole Città Alta rischia la desertificazione”
La decisione del Consiglio di Stato contro il Comune di Sirmione: le amministrazioni non possono regolamentare le locazioni turistiche. Solo a Bergamo su Airbnb sono quasi 1.400: “Senza un freno statale in pericolo l’autenticità dei centri storici”
Era il 2007 quando Brian Chesky e Joe Gebbia accolsero per la prima volta tre ospiti nella loro casa di San Francisco. In quel giorno di ottobre i due co-fondatori di Airbnb non erano probabilmente consapevoli di aver messo la prima pietra di una piattaforma che nemmeno vent’anni dopo è attiva in oltre 240 Paesi con più di 5 milioni di host.
Secondo i dati disponibili su insideairbnb.com a Bergamo sono 1.398 gli annunci di stanze o appartamenti per affitti brevi attualmente presenti sul portale. Il dato lievita se si espande il raggio di rilevazione su tutta la provincia: nella Bergamasca sono 3.494, una cifra non distante dagli ultimi numeri comunicati da Confcommercio lo scorso agosto (3.702, ndr) e pari a più del 98% delle offerte totali.
La trasformazione di case in alloggi per soggiorni turistici non riguarda solo Airbnb e rappresenta un mercato che sta cambiando il volto delle città, soprattutto quelle d’arte e di cultura. Il fenomeno complica la gestione del turismo e causa una significativa diminuzione del numero di case in affitto per i residenti, alzandone così i prezzi. Le amministrazioni comunali non hanno però la possibilità di regolamentare la sua diffusione in quanto competenza dello Stato.
Un’incogruenza confermata da una sentenza del Consiglio di Stato contro il Comune di Sirmione, nel vicino Bresciano. Secondo i giudici, “l’attività di locazione di immobili, anche a finalità turistica, esercitata in forma non imprenditoriale non è soggetta a poteri prescrittivi ed inibitori della pubblica amministrazione”. I Comuni possono intervenire sulle strutture ricettive imprenditoriali, ma non sul mercato dei privati che affittano case o stanze: nell’attuale quadro normativo questo rientra, infatti, nel diritto di proprietà e nella libertà contrattuale garantita dalla Legge.
Il Comune di Bergamo non si è mai dotato di una regolamentazione interna in questo senso. Da sindaco Giorgio Gori si era più volte espresso sulla questione, chiedendo al governo di offrire ai primi cittadini gli strumenti per affrontare l’espansione incontrollata del fenomeno in Città Alta. Un concetto ribadito dopo la sentenza del Consiglio di Stato anche dalla sindaca Elena Carnevali. “La crescita costante delle locazioni turistiche – ha spiegato Carnevali – ha contribuito a valorizzare l’attrattività turistica della nostra città, ma ci impegna ormai da tempo alla necessità di trovare un equilibrio tra residenzialità e accoglienza. Stiamo lavorando per sollecitare strumenti normativi, attualmente assenti, che permettano di preservare il tessuto sociale del centro storico”.
Key boxes in Città AltaAd oggi tutti gli appelli sono rimasti inascoltati. “Si avverte l’esigenza di avere una normativa chiara – osserva Oscar Fusini, direttore di Ascom Confcommercio Bergamo -. Le ricadute sociali sono pesanti, i giovani non riescono a trovare case in affitto. Senza un freno statale si rischia la desertificazione dei centri storici. La cedolare secca deve essere inasprita, con l’introduzione di una fiscalità di vantaggio a chi affitta l’immobile tutto l’anno ad un residente”.
In passato si è parlato di stabilire un limite al numero di notti in cui un privato può mettere un immobile sul mercato con la formula dell’affitto breve, ma anche di fissare un tetto massimo di strutture in un determinato quartiere. Questa strategia potrebbe rendere omogenea la concentrazione di turismo all’interno di una stessa città con benefici anche per i quartieri marginali. “Sono anni che cerchiamo interlocuzioni con Stato e Regione – ribadisce Christophe Sanchez, amministratore delegato di VisitBergamo -. A differenza di quello che succede in altri Paesi europei, non abbiamo alcun margine di intervento. Con una crescita non regolamentata degli affitti brevi viene meno l’autenticità dei borghi storici: misure di mitigazione andrebbero a protezione del settore turistico stesso”.
A Bergamo il 68% degli host Airbnb ha almeno due annunci sulla piattaforma. Se è vero che il dato non riflette con esattezza gli utenti che a tutti gli effetti conducono un business di affitti brevi (sono inclusi gli host che ‘listano’ due stanze dello stesso appartamento, ndr), il quadro rispecchia la distorsione che il mercato ha causato rispetto all’idea originaria dei fondatori. “Tante operazioni sono gestite a livello professionale, ma dal punto di vista normativo risultano ancora non imprenditoriali”, precisa Sanchez. A questo si aggiunge che ogni Regione possiede una limitata autonomia: “Manca omologazione, così si crea confusione negli stessi turisti”.
In Europa lo scontro tra turismo di massa e residenzialità si è già concretizzato in forme di resistenza normativa all’overtourism: nelle principali città spagnole (Barcellona, Madrid e Siviglia) sono già in vigore restrizioni di vario genere sugli affitti brevi.
“Il turismo sta attraversando una trasformazione epocale – conclude Roberto Amaddeo, consigliere comunale a Bergamo -. Le città rischiano di diventare irriconoscibili: dobbiamo governare il cambiamento puntando su soggiorni di almeno 3 o 4 giorni”. Senza regole e paletti, un’escalation nel conflitto tra turisti e residenti appare inevitabile.



