Dazi americani: è verosimile un ripensamento?
Se per alcune aree geografiche (come l’Europa) la faccenda è ancora in sospeso, per altre zone del mondo i dazi sono diventati una dura realtà con cui fare i conti
Nel corso delle ultime settimane il Presidente americano Donald Trump ha tenuto il mondo con il fiato sospeso, annunciando, sospendendo e poi confermando dazi di un’entità mai vista da oltre un secolo. Se per alcune aree geografiche (come l’Europa) la faccenda è ancora in sospeso, per altre zone del mondo i dazi sono diventati una dura realtà con cui fare i conti.
I piani di investimento vengono messi in sospeso e le catene del valore cercano di adattarsi ad uno shock sistemico di portata storica. Stiamo probabilmente assistendo al più deciso tentativo sinora osservato di porre fine alla globalizzazione per come l’abbiamo conosciuta: l’architettura globale progettata nel dopoguerra sta vacillando vistosamente.
L’aspetto più rilevante di questi ultimi accadimenti è la natura del cambiamento: se l’amministrazione Usa dovesse proseguire sulla strada tracciata, saremmo in presenza di una grande trasformazione strutturale, e non ciclica, nel sistema degli scambi globali. Una retromarcia di portata epocale rispetto a quella globalizzazione che gli Stati Uniti stessi hanno progettato e realizzato nel corso degli ultimi decenni. Un cambiamento i cui riverberi non sono tra l’altro pienamente noti o comprensibili ex-ante: si entra in un territorio ignoto, dove l’onda d’urto di misure così rapide e incisive può causare crisi finanziare improvvise in ogni angolo del pianeta, con il conseguente rischio di trasmissione all’economia reale ed alla politica. Questo sì, un film già visto nel 2008, quando la crisi finanziaria dei mutui subprime si è rapidamente trasferita all’economia reale e successivamente alla politica, con la crisi dei debiti sovrani europei e la caduta in Italia del Governo Berlusconi.
Per la verità, Trump ha sempre dichiarato apertamente le sue intenzioni.
Proponendosi come il campione di coloro che sono rimasti indietro nella marcia della globalizzazione, ha raccolto il consenso dell’America rurale che ha vissuto in prima persona le conseguenze negative di questo lungo processo, guardando da lontano le metropoli cosmopolite delle coste e soffrendo per le delocalizzazioni verso i paesi emergenti, foriere di disoccupazione nei loro territori.
Nonostante le dichiarazioni molto esplicite, ben pochi avevano immaginato un approccio tanto incisivo: in fin dei conti, nel corso dello scorso mandato, l’impatto dei dazi era stato contenuto. Questa volta la situazione è diversa: la forza e la rapidità delle misure sono state senza precedenti.
Il ruolo del deep state è stato ridimensionato. Misure drastiche sono state sprigionate in tutta la loro potenza e utilizzate come leva negoziale con gli altri paesi.
Un ruolo salvifico in questa circostanza lo hanno giocato, inaspettatamente, i mercati finanziari. Entità astratte e tante volte evocate come responsabili di crisi ripetute nel tempo, i mercati dei capitali sono stati questa volta gli unici attori in grado di interrompere (per il momento) l’incedere delle misure ultra-protezioniste. I detentori di capitale (dai grandi fondi ai piccoli risparmiatori), recependo la fragilità della situazione e le prospettive di una minore redditività prospettica delle imprese in un mondo post-globalizzato, hanno venduto titoli come non accadeva dai tempi del Covid. Una bufera finanziaria che nei primi giorni rischiava di diventare uno tsunami: abbiamo corso il rischio che il timore si trasformasse in panico.
Quest’ondata di vendite ha iniziato a colpire anche un’asset class fino a quel momento ritenuta completamente sicura: i titoli di stato americani. Le obbligazioni governative a stelle e strisce, ritenute da sempre un investimento rifugio, hanno risentito di quella che rischia di essere la principale conseguenza degli eventi cui stiamo assistendo: la perdita di credibilità dell’America.
Giova ricordare che gli Stati Uniti hanno un debito pubblico in rapporto al PIL pari ad oltre il 120% (in Italia siamo al 139%, non poi così distanti) e debbono periodicamente rifinanziarsi offrendo i propri titoli sui mercati finanziari. Sino ad oggi, poiché il dollaro si trova ad essere valuta di riserva (ovvero accettata e scambiata in tutto il mondo in virtù della credibilità americana) gli USA non hanno avuto problemi a collocare tutto il debito di cui necessitavano, indispensabile per sostenere un livello di consumi superiore rispetto a quello che i cittadini americani potrebbero effettivamente permettersi.
Se tuttavia questa credibilità dovesse ridimensionarsi, la situazione potrebbe diventare molto più complessa, tenuto conto che stock significativi di debito americano sono detenuti da investitori esteri (solo la Cina ne possiede 760 miliardi). I segnali arrivati dai mercati, divenuti in breve tempo molto più cauti nell’acquistare debito a stelle e strisce, sono stati il campanello d’allarme che ha rallentato l’incedere dei dazi: il dubbio che il ruolo del dollaro come valuta di riserva potesse essere messo concretamente in discussione ed il timore che la perdita di fiducia nell’economia americana innescasse una crisi finanziaria di portata sistemica hanno per ora rallentato l’avanzata impetuosa delle politiche ultra-protezioniste.
La potenziale perdita di credibilità finanziaria rischia quindi di essere una delle conseguenze più importanti delle politiche recenti, ma ce ne sono altre non meno rilevanti che potrebbero indurre l’amministrazione americana ad un approccio più graduale.
Anzitutto, spostandoci sul piano geopolitico, una conseguenza indesiderata rischia di essere il rafforzamento degli avversari strategici dell’Occidente: gli operatori economici, in risposta alle crescenti difficoltà di ingaggio con gli Stati Uniti, potrebbero intensificare gli sforzi di diversificazione verso mercati non americani, potenziando legami e connessioni con paesi non facenti parte dell’alleanza atlantica (Francia e Spagna stanno già esprimendo un forte orientamento di questo tipo). L’asse atlantico, custode non solo di una relazione commerciale importante, ma soprattutto di un patrimonio di valori condivisi e di fiducia nella democrazia, rischia di perdere solidità a vantaggio di altre interlocuzioni avviate per necessità economica.
Nel lungo periodo questo spostamento avrebbe il potenziale di indebolire la rete di protezione americana, faticosamente costruita negli ultimi decenni anche con la preziosa tela del soft power.
In secondo luogo, volgendo lo sguardo all’interno della società americana, l’applicazione dei dazi e la concomitante volontà di riportare le produzioni sul suolo americano potrebbero risultare politiche particolarmente indigeste agli stessi cittadini americani per l’effetto combinato dovuto all’inflazione crescente (produrre negli Stati Uniti costa di più rispetto ai mercati off-shore) ed all’impatto negativo sui valori di borsa (ricordiamo che in America gli investimenti azionari sono particolarmente diffusi anche tra coloro che non dispongono di capitali importanti e concorrono di fatto a formare il reddito disponibile per i consumi). Prodotti più costosi e minore disponibilità economica possono diventare potenti driver di erosione del consenso.
In ultimo, il tentativo di riportare su larga scala le produzioni in patria (obiettivo legato a doppio filo alla politica dei dazi) sarebbe, per lo meno nel breve-medio termine, di difficile attuazione pratica: gli Stati Uniti non dispongono di manodopera sufficiente per coprire la domanda di lavoro prospettica, come testimoniato dal tasso di disoccupazione americano (nell’intorno del 4%) e
dovrebbero aprire generosamente le porte dell’immigrazione per risolvere il problema (circostanza difficile da immaginare dato che il contenimento dell’immigrazione è un altro obiettivo fondamentale di questa amministrazione).
A fronte dunque di una visione isolazionista di lungo periodo, i costi economici e politici che gli Stati Uniti si troverebbero ad affrontare nel breve e medio periodo sarebbero enormi. Non è detto che l’elettorato abbia la pazienza di attendere il dispiegarsi dei potenziali effetti desiderati mentre la disponibilità economica individuale si ridimensiona quotidianamente ed il tessuto produttivo fatica a riconfigurarsi.
Se il supporto di Main Street (l’America dell’economia reale) non è quindi scontato, quello di Wall Street (borsa, fondi d’investimento e grandi banche d’affari) lo è ancora meno. Non è passata inosservata la lunga intervista rilasciata al Financial Times da Jamie Dimon (CEO di JP Morgan, una delle più grandi ed influenti banche d’affari statunitensi al mondo) il quale ha espresso, pur velatamente, le perplessità della grande finanza americana nei confronti di una postura che allontana i propri alleati dagli Stati Uniti ed alla lunga potrebbe rivelarsi controproducente. Anche Larry Fink, a capo di Blackrock, il più grande fondo di investimento americano al mondo che gestisce capitali per oltre 11,5 trilioni di dollari (un multiplo del PIL annuale italiano) non è stato criptico quando ha affermato che i dazi di Trump “sono andati al di là di qualsiasi cosa avrei mai potuto immaginare nei miei 49 anni in finanza”.
Le pressioni per favorire un passo indietro rispetto agli eventi delle ultime settimane arriveranno quindi da molteplici direzioni, lasciando acceso il lume della speranza per l’Europa. Tuttavia, abbiamo ormai compreso come l’imprevedibilità sia la chiave di lettura dell’epoca in cui viviamo, imponendoci di navigare a vista e di prepararci agli scenari più impegnativi. In fin dei conti, creatività, flessibilità e adattabilità sono parte del patrimonio genetico del Made in Italy: quale momento migliore per farne uso.

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche.
In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del
Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.



