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Dazi Usa sui farmaci, Negrisoli: “Rischio distorsione del mercato. Ma preoccupano di più le conseguenze geopolitiche”

Il presidente e Ceo della Flamma Spa di Chignolo d’Isola, azienda da 200 milioni di fatturato, analizza le possibili ripercussioni: “Sarà importante capire se verranno applicati ai prodotti finiti o alle materie prime. La guerra è con la Cina, ma a guadagnarci sarebbe principalmente l’India. In Europa tempi troppo lunghi per le autorizzazioni nel settore”

Chignolo d’Isola. La minaccia di dazi ad hoc che il presidente Donald Trump sventola da giorni sta agitando il settore farmaceutico: l’Italia nel 2024 ha esportato verso gli Usa medicinali e vaccini per un valore di oltre 10 miliardi, quasi completamente senza alcun “pedaggio”, ed è quindi fisiologica la preoccupazione per una misura che potrebbe costare circa 2,5 miliardi ai produttori di casa nostra.

Spettatore interessato, e attivo su più campi mondiali, è Gian Paolo Negrisoli, presidente e Ceo della Flamma Spa di Chignolo d’Isola, azienda da 200 milioni di fatturato con tre stabilimenti in Italia (oltre a Chignolo ci sono Isso e Bulciago), uno negli Stati Uniti e due a Dalian, in Cina.

Negrisoli, come state vivendo questa fase di attesa?

Al momento di notizie certe ce ne sono pochissime. Innanzitutto non si capisce quale tipologia di prodotto l’amministrazione Trump abbia intenzione di colpire: sono dazi sui farmaci finiti o su tutto quello che riguarda la supply chain? Finché non si chiarisce questo aspetto è anche difficile fare previsioni o ipotizzare potenziali impatti. Se la scelta dovesse ricadere sull’import di Api, i principi attivi che facciamo anche noi ma che principalmente arrivano da Cina e India, a trarne i maggiori benefici sarebbero senza dubbio gli indiani perché la Cina sarebbe in ogni caso colpita. L’unica cosa certa è che gli Stati Uniti stanno facendo la guerra ai cinesi: per noi, ad esempio, ciò che oggi esportiamo dalla fabbrica cinese in Usa al 31,5%, passerà al 116 se non addirittura al 160%.

E a quel punto cosa succederebbe?

Da un lato potrebbe rappresentare un vantaggio per l’industria europea, che attualmente non è assolutamente competitiva con la Cina, ma dall’altro il mercato europeo verrebbe invaso dalla produzione cinese, che non avendo sbocchi favorevoli in America arriverebbe qui o su altri mercati senza dazi con prezzi ancora più bassi. Avendo un dazio che sarebbe sicuramente inferiore a quello cinese, sul mercato Usa avremmo comunque un vantaggio competitivo. Però l’India, ripeto, approfitterà molto più di noi di questa situazione, perché le nostre fabbriche chimico-farmaceutiche già oggi sono vicine alla saturazione. Flamma lavora per l’80% con nuove molecole, per farmaci innovativi. Siamo degli artigiani, facciamo un prodotto tailor made per il quale sono stati investiti miliardi. Quindi nel nostro settore in realtà il costo del dazio, seppur alto, verrebbe un po’ attenuato da una ricerca che è già stata finanziata. A pagare lo scotto maggiore sarebbe senza dubbio la nostra fabbrica cinese, che vende molto negli Usa: con l’introduzione dei dazi i nostri clienti finali cercheranno alternative in India.

Per voi può essere vantaggioso avere un impianto negli Usa?

Si tratta di un impianto pilota, affiancato da un centro di ricerca, ma purtroppo non possiamo fare produzione grossa. Dispiace essere arrivati a questa situazione perché è dal 2019 che come produttori europei dei settori chimica e farmaceutica denunciamo il fatto di esserci messi nella mani di indiani e soprattutto cinesi delocalizzando le produzioni, per motivi di costo ed ecologici: ma il problema è che le materie prime vengono da là, qualunque sia la scelta sul sito produttivo. Non posso pensare che Trump non ci abbiamo pensato: i costi Usa andranno alle stelle e ci vorranno anni perché possano diventare competitivi.

Giampaolo Negrisoli FiammaGian Paolo Negrisoli, presidente e Ceo di Flamma Spa

La grande preoccupazione, ci pare di capire, sta invece sui possibili dazi nei confronti dei farmaci finiti. Corretto?

Sì, ma anche in questo caso non è comprensibilissima la manovra di Trump. Tutte le multinazionali americane del farmaco hanno uno stabilimento in Irlanda e basta un numero per dimostrarne la portata: il 16% dell’export irlandese finisce negli Usa, il 12% è rappresentato da farmaci. Probabilmente l’amministrazione americana mira a riportare sul suolo statunitense quelle fabbriche, ma il processo come dicevo richiede moltissimo tempo e costi elevati. Con dazi sul prodotto finito e non sui principi attivi le aziende farmaceutiche americane si riprenderanno un po’ di produzione soprattutto dei farmaci generici, ma la stragrande maggioranza rimarrà nelle mani degli indiani. Questo rischia di creare una distorsione del mercato, perché ci saranno società poco serie che compreranno comunque dalla Cina, mentiranno sul luogo di fabbricazione e lo invieranno negli Usa. È una possibilità che temo molto.

Più che il dazio in sé, quindi, è preoccupato dalle reazioni che esso potrà generare.

Sì, perché i dazi alla fine li pagano gli americani e avremo una netta riduzione di consumo. Nel 2019, prima del Covid, abbiamo iniziato a parlare del rilancio dell’industria farmaceutica europea: sono stato personalmente a Bruxelles, ma dopo 6 anni siamo ancora qui a parlarne senza che nessuno abbia il coraggio di agire. Qui per attivare un impianto servono almeno 3 anni di attesa per avere le autorizzazioni ed è inaccettabile. Non c’è alcuna visione. In Cina, pur essendo rigidissimi, sono molto veloci poi nel costruire. Stiamo finendo proprio in queste settimane il nostro nuovo impianto a Dalian, iniziato a settembre 2024: i lavori sono al completo, mancano solo le carte e poi a maggio possiamo iniziare a produrre. Qui in Italia o in Europa non saremmo mai riusciti con queste tempistiche.

A livello comunitario, però, in questi giorni pare ci sia un grande fermento sulle azioni da intraprendere. Cosa manca secondo lei in Europa per spingere il settore farmaceutico e cosa oggi rappresenta un ostacolo?

Gli ostacoli sono gli interessi di qualcuno e l’assenza di una visione politica, soprattutto a lungo termine. Nessuno si prende il rischio di scelte impopolari. In Europa giustamente vogli il Green Deal, e io sono favorevole, però poi vogliono anche prezzi bassi dei farmaci e alti livelli occupazionali. Mi spiace, ma tutto non si può avere. Dobbiamo decidere se vogliamo investire per cambiare il sistema di produzione e fare innovazione, accorciando i tempi delle autorizzazioni. Ciò che è successo col vaccino non esiste nel nostro mondo: passano mesi e anni per ogni nuova autorizzazione. Se trovassi un modo per fare un prodotto in un modo ecologico e a prescindere dal costo, oggi nessuno dei miei clienti lo vorrebbe perché il lavoro regolatorio per modificare il dossier di quella molecola sarebbe talmente grande che probabilmente non lo renderebbe conveniente.

I dazi, secondo lei, possono essere la leva per cambiare il settore?

Speriamo. La preoccupazione attuale è fondata, ma in ogni caso nessuno ha alternative sull’acquisto di farmaci. Gli americani lo faranno dall’India e noi non abbiamo alcuna possibilità di competere. Quindi sì, per l’industria farmaceutica i dazi sui farmaci europei, soprattutto quelli vecchi, sarebbero un grandissimo problema. Sui nuovi invece ci sarebbe più spazio per assorbirli.

E il vostro livello di preoccupazione invece?

Da uno a dieci? Quattro per il business verso gli Usa. Otto invece per le conseguenze geopolitiche che innescheranno. Cosa succederà nel mondo dopo i dazi? Questa è la domanda che bisogna porsi. Sulle questioni di business ci si può sempre adattare. Qui siamo di fronte a un Paese che è sempre stato affidabile che di punto in bianco inizia a non esserlo più, perché Trump sta mettendo in discussione tutti i rapporti pluriennali. Se straccia così accordi che esistono da sempre chi si fiderà più in futuro a farne di nuovi?