Sappiamo che il cuore e il diritto non sono uguali, ma resta l’amarezza per l’esclusione dell’aggravante della crudeltà e dello stalking dalla sentenza della Corte d’assise di Venezia sull’ergastolo di Filippo Turetta per il femminicidio di Giulia Cecchettin
L’8 aprile la Corte d’assise di Venezia ha confermato la condanna all’ergastolo di Filippo Turetta per il femminicidio di Giulia Cecchettin, escludendo, tuttavia, l’aggravante della crudeltà e dello stalking. Com’era prevedibile per un delitto che ha scosso e risvegliato le coscienze degli italiani nel novembre 2023, le reazioni emotive hanno occupato pagine di giornali e social.
“Ma come, 75 coltellate non sono la più estrema delle crudeltà?”: l’interrogativo è passato sui volti sbigottiti di chi ha seguito il processo, è rimbalzato di bocca in bocca tra le persone che hanno condiviso il dolore della famiglia, ha scatenato ulteriori riflessioni delle donne e femministe, impegnate a proteggere e sostenere altre donne minacciate e vittime della piaga dilagante del femminicidio. Così, dopo la difficile e sicuramente sofferta sentenza, si è aperto un processo nei confronti dei giudici: l’opinione pubblica si è sentita offesa da una giustizia che derubricava la crudeltà dall’esile corpo di una ragazza di ventidue anni che ha vissuto l’orrore per tutto il tempo delle 75 pugnalate: una dopo l’altra, in minuti di solitudine, di dolore fisico, di sangue a fiotti. Quando la morte è finalmente sopraggiunta, aveva il volto di Filippo Turetta, ex fidanzato, che diceva di amarla. Ecco perché, madri, padri, sorelle e fratelli, zii e tutti noi che non abbiamo rapporti di parentela con la vittima, se non l’appartenenza allo stesso genere umano, abbiamo patito la motivazione della Corte. Che ha condannato il femminicida alla pena massima prevista, cioè l’ergastolo, con l’aggravio del sequestro di persona e occultamento di cadavere.
Passando i giorni, interrogandoci sul concetto di crudeltà, abbiamo scoperto che, secondo il Codice penale significa e consiste “nell’avere adoperato sevizie”. Sicché, in mancanza di prove certe che Giulia abbia subito violenze nei giorni del sequestro, la Corte ha ritenuto che “Aver inferto 75 coltellate non sia stato un modo per crudelmente infierire o fare scempio della vittima, ma conseguenza della inesperienza e inabilità di Turetta che non aveva la competenza per infliggere sulla vittima colpi più efficaci, idonei a provocare la morte della ragazza in modo più rapido e pulito, così ha continuato a colpire, con furiosa e non mirata ripetizione dei colpi, fino a quando si è reso conto che Giulia non c’era più”.
Possiamo solo immaginare lo strazio della famiglia Cecchettin durante e dopo la lettura della sentenza, che ha riportato davanti ai loro occhi ancora annegati nel dolore, il corpo dilaniato della loro amata. Sono state le parole “inesperienza e inabilità, incompetenza, modo rapido e pulito, furiosa e non mirata ripetizione” a trasformare in piaghe le loro ferite.
Con la dignità che contraddistingue questa famiglia, il padre Gino ha affermato: “Rispetto la sentenza, ma forse si poteva dire la stessa cosa con altre parole, forse è mancata un po’di sensibilità”. Ma la sorella Elena, che subito dopo la morte di Giulia ha mostrato il suo impegno femminista coinvolgendo migliaia di donne e famiglie di tutta Italia nella battaglia contro il femminicidio, è convinta che “Una sentenza simile, con motivazioni simili in un momento storico come quello che stiamo vivendo, non solo è pericolosa, ma costituisce un terribile precedente”. Certo, giungere a una conclusione così controversa è stato oltremodo laborioso sotto il profilo giuridico – migliaia di casi analizzati – e lacerante dal punto di vista umano.
La magistrata Francesca Zancan, che ha scritto le motivazioni e ha un passato ai vertici dell’Anm (Associazione nazionale magistrati), conferma che per tutte le toghe “è stato un omicidio efferato, cruento. Ma la crudeltà è un concetto tecnico”.
La giudice ha confidato che per quattro mesi tornava a casa dalla famiglia pensando solo a questo caso, e che notti intere non ha dormito ricordando l’autopsia sul corpo di Giulia. Ma allora, perché le parole sono state tanto cruente, perché hanno detto senza un soffio di pietà l’orrendo gesto, perché ancora una volta alle vittime è stata inflitta una sofferenza senza uguali?
Il cuore e il diritto non sono uguali, lo sappiamo persino noi, inesperti di codici penali; tuttavia, pur riconoscendo la legittimità di una decisione della Camera di consiglio, impugnabile dagli avvocati della famiglia Cecchettin, resta l’amarezza per una sentenza monca, che non avrebbe cambiato la pena dell’ergastolo comminata al femminicida, ma avrebbe dato la speranza, se non la certezza, che la giustizia tiene conto di ogni sopruso verso le donne, che crudeltà è anche un insulto che distrugge la dignità femminile, ogni gesto intimidatorio che terrorizza, ogni tentativo di controllare le nostre vite, ogni parola irrispettosa per dominarci ancora.
Ecco, questa sentenza poteva compiere un passo avanti, costituire un grande precedente, “fare giurisprudenza”: quella che poteva scrivere una pagina nuova, quella che ci avrebbe difese nei processi futuri, quella che ci avrebbe fatto dire, “la Legge è nostra alleata”. Bastava un po’ di coraggio per riconoscere il sacro dolore della famiglia Cecchettin. E di tutte le famiglie straziate per il femminicidio delle loro figlie. Che potrebbero essere le nostre.


