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L’inflazione rallenta, ma le imprese non sembra se ne accorgano e continuano ad aumentare i prezzi. Perché?

Le aspettative di inflazione nell’area euro non sono quindi semplicemente un riflesso meccanico dei dati congiunturali, ma un fenomeno stratificato che coinvolge dimensioni psicologiche, comportamentali e strutturali

Quando parliamo di aspettative di inflazione, entriamo in un territorio complesso dove la razionalità economica si intreccia con meccanismi psicologici profondi. Le aziende sono organismi dinamici che elaborano informazioni attraverso filtri culturali e storici. Durante la disinflazione le imprese tendono a mantenere aspettative di inflazione più elevate, quasi come un meccanismo di difesa contro l’incertezza economica, contribuendo a far crescere i prezzi.

Si chiude una settimana che ha continuato a vedere i listini in balia della volatilità. Le speranze che la presentazione delle politiche tariffarie dell’amministrazione Trump avrebbe portato un po’ di chiarezza ai mercati si sono state infrante quando le imposte, introdotte la scorsa settimana, si sono rivelate molto più elevate di quanto i mercati si aspettassero. Come noto, il presidente ha annunciato che emanerà imposte del 10% su praticamente tutti i partner commerciali e dazi reciproci aggiuntivi sulle importazioni da molti paesi. A poche ore dalla loro entrata in vigore, Trump ha annunciato un rinvio di 90 giorni per tutti, tranne la Cina allo scopo di iniziare le trattative.

Se emanate come inizialmente proposto, le tariffe sarebbero le imposte più elevate applicate al commercio con gli Stati Uniti dall’inizio del 1900. L’entità dei dazi ha suscitato timori di una guerra commerciale globale e la possibilità di un tipo di stagflazione simile a quella vista l’ultima volta negli anni ’70. Inoltre, i commenti del presidente Trump e del presidente della Fed in seguito all’ondata iniziale di vendite innescata dagli annunci tariffari hanno offuscato le prospettive di una svolta da parte dell’amministrazione o di un taglio dei tassi da parte della Fed per attutire il colpo dei probabili prezzi più alti e della crescita economica più lenta risultante dalle imposte appena annunciate.

La forte escalation delle tensioni commerciali globali e l’estrema incertezza sulle politiche commerciali hanno innescato un’ampia svendita di asset rischiosi. Non è ancora del tutto chiaro se l’incertezza offuscherà le prospettive economiche per un periodo breve o molto più lungo. Di fronte a questo scenario non ci sentiamo di escludere che gli investitori possano ridurre il loro orizzonte tattico a non più di tre mesi. Ciò significa dare maggiore peso al fatto che gli asset rischiosi potrebbero subire maggiori pressioni a breve termine.

Nel complesso, pensiamo che i piani per una nuova ondata di tariffe statunitensi e le risposte di altri paesi rafforzino la convinzione che saremo in un mondo in cui i tassi di interesse (e i rendimenti obbligazionari a lungo termine) rimarranno più alti rispetto al periodo pre-pandemia. Diventa quindi importante capire i motivi per i quali, pur in presenza di una moderata disinflazione, le imprese mantengano aspettative di inflazione elevate. Aspettative che, spesso, tendono ad auto avverarsi.

La settimana chiude con l’indice dei principali titoli, FTSE MIB, in flessione del 2,13%. Sostanzialmente  stabile l’indice delle società star, il FTSE ITALIA STAR (-0,08%), mentre quasi a sorpresa chiude in positivo dell’1,23%, l’indice delle micro caps, FTSE ITALIA GROWTH.

Miglior titolo della settimana Unicredit (+4,70%), dopo che la Consob ha approvato il documento relativo all’offerta pubblica di scambio volontaria totalitaria sulle azioni del BancoBPM. Come noto, il periodo di adesione dell’offerta avrà inizio lunedì 28 aprile 2025 e terminerà il 23 giugno 2025, salvo proroghe. La data di pagamento è fissata al 1° luglio, salvo proroghe. Unicredit riconoscerà un corrispettivo pari a 0,175 azioni ordinarie UniCredit di nuova emissione per ciascuna azione del BancoBPM portata in adesione.

Medaglia d’argento per Finecobank (+3,95%), che recupera dopo il forte calo subìto dall’inizio di aprile. Terzo miglior titolo Banco BPM, sulla scia dell’offerta di Unicredit.
Peggior titolo della settimana Stellantis (-12,89%), a seguito della comunicazione delle stime preliminari delle consegne consolidate per il primo trimestre dell’anno che hanno visto un calo del 9% YoY a 1.2 milioni di veicoli consegnati. Il gruppo ha attribuito il rallentamento a fattori produttivi e di transizione del portafoglio prodotti, in particolare in Nord America ed Europa.

Secondo peggior titolo Eni (-12,42%), sui timori che un rallentamento economico faccia scendere i consumi di petrolio e nonostante alcuni rumors indichino manifestazioni di interesse per una quota del 15% in Plenitude (ex Eni gas e luce), per una valutazione tra 12 e 13 miliardi di euro (debito incluso).
Terzo peggior titolo Tenaris (-12,08%). In assenza di notizie particolari riferibili alla società, gli investitori hanno il timore che il rallentamento economico globale possa ridurre il tasso di crescita.
Nel complesso panorama economico europeo, ulteriormente complicatosi a seguito dell’introduzione dei dazi della nuova amministrazione americana, l’inflazione rappresenta un fenomeno dinamico che cattura costantemente l’attenzione di economisti, imprenditori e cittadini. Ma cosa accade quando l’inflazione rallenta, eppure le aspettative sembrano rimanere sorprendentemente stabili?

Immaginiamo un meccanismo economico complesso dove le aspettative delle aziende si muovono con una loro inerzia, quasi indipendentemente dai dati congiunturali. O detto in altri termini, in presenza di disinflazione, le aziende alzano comunque i prezzi, generando inflazione, ma soprattutto aspettative di ulteriori aumenti dei prezzi.
La nostra analisi vorrebbe immergersi nelle profondità delle dinamiche economiche dell’area euro, esplorando un fenomeno che va oltre i semplici numeri, cercando di capire la persistenza delle aspettative inflazionistiche. Andremo a scoprire come fattori psicologici, politiche monetarie e comportamenti aziendali si intreccino in un meccanismo complesso che sfida le tradizionali interpretazioni economiche. Attraverso evidenze empiriche, casi di studio e un’attenta disamina dei dati, cercheremo di rispondere a una domanda cruciale: perché le aziende dell’area euro continuano a mantenere aspettative di inflazione elevate, anche quando i dati suggerirebbero scenari differenti?

Impatto sulle decisioni aziendali: la psicologia economica delle aspettative Quando parliamo di aspettative di inflazione, entriamo in un territorio complesso dove la razionalità economica si intreccia con meccanismi psicologici profondi. Le aziende dell’area euro non sono semplicemente macchine che processano dati, ma organismi dinamici che elaborano informazioni attraverso filtri culturali e storici. Durante la disinflazione, osserviamo un fenomeno affascinante: le imprese tendono a mantenere aspettative di inflazione più elevate, quasi come un meccanismo di difesa contro l’incertezza economica.

Le decisioni di pricing rappresentano un terreno cruciale dove queste aspettative prendono forma concreta. L’analisi mostra che le aziende adottano strategie conservative, incorporando margini di sicurezza nelle loro valutazioni. Piuttosto che adeguarsi immediatamente ai nuovi tassi di inflazione, preferiscono mantenere una certa rigidità nei prezzi. Questo comportamento non è irrazionale, ma una risposta strategica all’incertezza: meglio sovrastimare leggermente l’inflazione che trovarsi impreparati di fronte a possibili shock economici.

Anche l’inerzia nelle decisioni aziendali gioca un ruolo fondamentale nel radicamento delle aspettative. Le imprese hanno investito risorse in modelli previsionali, contratti e strategie basate su specifici scenari inflazionistici. Modificare rapidamente questi assetti comporterebbe costi di transazione significativi. Ecco anche perché, anche quando i dati suggeriscono un contesto di disinflazione, le aziende tendono a mantenere un approccio attendista, aspettando segnali più chiari e consolidati prima di ri-tarare le proprie aspettative.

La fiducia nelle istituzioni economiche, in particolare nella BCE, diventa un fattore determinante. Le comunicazioni della BCE non sono solo informazioni tecniche, ma veri e propri segnali che le aziende interpretano e integrano nelle loro strategie. Quando la comunicazione istituzionale mantiene un tono che suggerisce una possibile risalita dell’inflazione, le imprese tendono naturalmente a preservare aspettative più elevate, in un meccanismo di prudenza collettiva che diventa quasi un linguaggio condiviso del sistema economico.


Contesto Economico

Nell’ultimo decennio, l’area euro ha attraversato un periodo di profonda trasformazione economica, caratterizzato da sfide complesse e mutevoli dinamiche finanziarie. La crisi globale del 2008 e la successiva pandemia di COVID-19 hanno rappresentato due scossoni significativi che hanno ridisegnato il panorama economico europeo, costringendo le istituzioni a ripensare radicalmente le proprie strategie di intervento. Le principali sfide economiche che hanno chiamato l’Europa a rispondere sono diverse. Tra queste abbiamo osservato in rallentamento della crescita economica, tassi di interesse persistentemente bassi, politiche monetarie espansive della BCE, instabilità geopolitica e commerciale e pressioni deflative crescenti.
La BCE ha giocato un ruolo cruciale in questo contesto, adottando misure straordinarie per sostenere l’economia. Le sue principali strategie hanno incluso, programmi di quantitative easing, tassi di interesse negativi, un supporto diretto al sistema bancario, l’immissione di liquidità nel sistema economico e una comunicazione trasparente delle prospettive economiche.
La nostra analisi si vuole concentrare proprio su questo scenario complesso, dove le aspettative economiche si muovono in un contesto di profonda incertezza. L’obiettivo è comprendere come le aziende dell’area euro interpretano e anticipano l’evoluzione dell’inflazione, in un periodo caratterizzato da cambiamenti rapidi e imprevedibili.


Le aspettative di inflazione e disinflazione

Non sono i dati di inflazione (passati) che determinano le decisioni delle aziende, ma le aspettative di inflazione. Queste rappresentano un meccanismo psicologico ed economico complesso che influenza profondamente le decisioni delle imprese. Durante gli episodi di disinflazione, osserviamo dinamiche particolarmente interessanti che sfidano i tradizionali modelli economici. I principali driver che contribuiscono al radicamento delle aspettative di inflazione includono l’effetto memoria economica delle aziende, le politiche di comunicazione della BCE, i comportamenti storici di formazione dei prezzi e le strategie aziendali di pianificazione finanziaria a lungo termine La psicologia economica gioca un ruolo fondamentale in questo processo. Le aziende tendono
naturalmente a mantenere un approccio prudente, costruendo le proprie strategie su aspettative consolidate piuttosto che su fluttuazioni congiunturali momentanee. Questo atteggiamento genera un effetto di “inerzia previsionale” che mantiene elevate le aspettative di inflazione anche in contesti di rallentamento economico.
Le dinamiche di formazione delle aspettative sono ulteriormente complicate dall’interazione tra percezioni individuali e contesto macroeconomico. Le imprese elaborano informazioni provenienti da molteplici fonti – dati ufficiali, comunicazioni istituzionali, esperienze pregresse – creando un modello previsionale stratificato e resiliente ai cambiamenti improvvisi. Tale meccanismo spiega perché le aspettative di inflazione possono rimanere stabili anche quando gli indicatori economici suggerirebbero scenari differenti.


Evidenze Empiriche

L’analisi ha rivelato un panorama statistico affascinante che conferma la complessità delle aspettative di inflazione nell’area euro. Un rapporto della BCE del 2020 ha evidenziato un dato particolarmente significativo: mentre l’inflazione effettiva si attestava attorno allo 0,5%, le aspettative a cinque anni rimanevano stabili all’1,4%. Questo scarto non è casuale, ma racconta una storia più profonda sui meccanismi psicologici che governano le percezioni economiche delle aziende.

I sondaggi condotti tra gli imprenditori hanno mostrato un fenomeno ancora più interessante. Nonostante i dati ufficiali indicassero un rallentamento dell’inflazione, una percentuale significativa di aziende continuava ad aspettarsi aumenti dei prezzi superiori alla media. Tale discrepanza non è semplicemente un errore di valutazione, ma un riflesso di strategie di pianificazione economica radicate in anni di esperienze e aspettative consolidate. Le imprese sembrano muoversi con una sorta di inerzia cognitiva, che le porta a mantenere prospettive inflazionistiche più elevate anche in contesti di rallentamento economico. Un’analisi econometrica approfondita ha inoltre evidenziato come le aspettative di inflazione siano fortemente influenzate dalla memoria economica collettiva. Le aziende tendono a costruire le loro previsioni non solo sui dati correnti, ma su una combinazione di esperienze passate e aspettative future.

Questo meccanismo di “ancoraggio dinamico” spiega perché, anche in periodi di disinflazione, le aspettative mantengono una certa rigidità, resistendo ai cambiamenti congiunturali più immediati.
Il fenomeno economico è piuttosto complesso: le aspettative di inflazione non sono semplicemente una proiezione matematica, ma un costrutto sociale ed economico estremamente sfaccettato. Le aziende dell’area euro sembrano muoversi in un equilibrio delicato tra cautela e ottimismo, dove le aspettative inflazionistiche fungono da meccanismo di protezione e di pianificazione strategica. Questa dinamica sottolinea l’importanza di comprendere non solo i numeri, ma anche i processi decisionali che stanno dietro le scelte economiche delle imprese.
Le aspettative di inflazione nell’area euro non sono quindi semplicemente un riflesso meccanico dei dati congiunturali, ma un fenomeno stratificato che coinvolge dimensioni psicologiche, comportamentali e strutturali.


Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.