Presentata al Teatro di Loreto la nuova produzione della compagnia, che ritorna alla fantascienza di Bradbury, dove una stanza diventa luogo virtuale dalle infinite potenzialità, ma anche espressione di rabbia e necessità di ascolto
Bergamo. Uno schermo sulla scena che si fa personaggio, circuiti cibernetici che diventano viaggi in luoghi lontani, ricordi vivi o volutamente frammentati, sfondo di un disagio diffuso che richiama alla necessità ed alla voglia di tornare all’essenza delle relazioni. Relazioni, soprattutto nel rapporto tra genitori e figli, sono quelle che mancano in “La stanza”, una nuova produzione di Pandemonium Teatro, messa in scena sabato 12 aprile al Teatro di Loreto, all’interno della rassegna Young Adult.
Ispirato al racconto fantascientifico “The veldt” di Ray Bradbury (che spesso ritorna nelle produzioni della compagnia di Pandemonium), “La stanza” ha come protagonisti una psicologa dell’età evolutiva ed un commissario, che ripercorrono a ritroso, per flashback narrativi, la vicenda di Giada e dei suoi genitori, i signori Cassini. Genitori che regalano alla figlia una Playroom Full Immersion, un luogo virtuale tridimensionale, una stanza di ologrammi, un’estensione dell’Intelligenza Artificiale che, con semplici comandi vocali, può trasformarsi in qualunque posto, reale o immaginario. Nonostante le infinite possibilità, però, Giada si fissa quasi immediatamente su un solo scenario, una savana africana, abitata da leoni intenti a mangiare le proprie prede: uno scenario dai risvolti pericolosi.
Un racconto a due, tra fantascienza e fiaba, che ricalca la struttura di una crime story (come indicato nel titolo), dove le vicende vengono ricostruite dalla psicologa dell’età evolutiva (interpretata da Giulia Manzini) impegnata nella propria deposizione di fronte ad un commissario di polizia (Federico Nava). Il confronto è verso una vicenda dai risvolti oscuri, dove la dicotomia buono-cattivo lascia campo libero ad una frammentarietà di emozioni e di colpe. Lisa Ferrari, che ha curato l’adattamento del testo e la regia, applica alla tensione della storia il necessario distacco dato dall’ambientazione fantascientifica, guidando allo stesso tempo una riflessione sul mondo adulto dato dalla doppia interpretazione di Manzini e Nava, che, oltre alla psicologa ed al commissario, recitano la parte dei due genitori, diversificando la recitazione a seconda di professione e ruolo sociale, aiutati anche dal lavoro su luci calde di Paolo Scaglia. Due coppie di adulti che, a diverso titolo, dovrebbero prendersi cura della ragazza, ma incapaci nella loro inadeguatezza. I costumi (di Olga Mantegazza) cambiano appena, il completo blu del commissario si libera della giacca nelle modalità più disinvolte del padre, mentre la giacca verde ed i pantaloni neri della psicologa vedono accorciarsi le maniche e comparire un ventaglio nell’interpretazione della madre. Oltre agli abiti, cambiano molto, per merito degli attori, anche gli stili recitativi, sia per quanto riguarda i gesti ed i movimenti, sia nell’interpretazione tout court del testo: si notano infatti le diverse consulenze nella stesura, in particolare nella terminologia investigativa e psicologica.
Confronti con professionisti necessari per dare ordine ad un mondo interiore tormentato, composto da rabbia e violenza, che vede manifestarsi Giada solo attraverso la voce (di Viola Panseri) ed una molteplicità di dispositivi. Diversi elementi tecnologici, gli stessi che ormai abitano la quotidianità, ed ai quali spesso viene totalmente demandato l’intrattenimento (e non solo) dei figli. Dispositivi che si materializzano sulla scena nella forma della “Stanza”, della quale viene mostrata solo una delle pareti, attraverso un telo posto sul fondo della scena, sul quale vengono proiettate le immagini evocate dalla ragazza (i video sono di Michael Mensah). Immagini di intelligenza artificiale, che invadono lo schermo, diventando un vero e proprio personaggio, in una sorta di climax grafico che dai ricordi della ragazza, tra vacanze di Natale e villaggi al mare, aumenta la tensione fino alla rappresentazione di leoni che, oltre all’atto fisico, sembrano farsi urlo ossessivo ed emotivo di una richiesta di relazione e di fatiche emotive che sembrano insormontabili.
La psicologa ed il commissario, in questo senso, si fanno evocatori di immagini, rappresentazione grafica di un disagio profondo, di una mancanza di comunicazione che diventa conseguenza di una comune fragilità umana, che i figli intercettano dai genitori. Uno smarrimento delle figure genitoriali che non intendono farsi carico della tecnologia alla quale demandano invece il proprio compito, pur inconsciamente, sempre nell’intento di donare il meglio alla figlia.
“Non si può controllare tutto” spiega la figura del commissario/padre. Una doppia figura che diventa, per un attimo, figura singola, di un uomo che è commissario, ma anche padre allo stesso tempo. Una figura nella quale trovare catarsi e redenzione, nelle cui mani la tecnologia è solamente un mezzo ulteriore per provare a fare il meglio possibile. Un’azione che contiene in sé il proprio essere fallaci, proprio in quanto umani. Ferrari, in questo, non punta il dito contro una categoria, non demonizza gli strumenti tecnologici, ma riflette sull’importanza della loro gestione.
Rimane, in questo, un senso profondo di fragilità, che una stanza, pur ipertecnologica, non potrà mai alleviare. Non resta allora che ritrovare il coraggio del confronto e la difficoltà e la ricchezza delle relazioni che, per essere autenticamente tali, devono avvenire nella “realtà reale”, in un mondo da scoprire non dentro, ma al di là di una stanza.