Anfield, un anno dopo: la notte che ha cambiato la storia dell’Atalanta
L’11 aprile 2024 il clamoroso 0-3 in casa del Liverpool ha rappresentato la spinta decisiva per arrivare fino alla vittoria dell’Europa League a Dublino
Forse neanche Gian Piero Gasperini aveva immaginato di poter compiere qualcosa di così grande. Aveva appena superato l’ostacolo Sporting negli ottavi di finale, non senza fatica, quando ammise sorridendo che avrebbe voluto pescare il Liverpool nell’urna dei quarti di finale di Europa League. “Se c’è da fare un’impresa, facciamola bene, per davvero” avrà pensato.
Ad Anfield l’Atalanta ci aveva già vinto nel novembre 2020 in Champions League, ma quello era uno stadio vuoto, silenzioso. Il calcio senza la presenza della gente, la passione, il sentimento che si trasmette dalla tribuna al campo, perde una grossa percentuale di emozione. Chiedetelo ai 2.140 presenti nel settore ospiti: l’11 aprile 2024 per loro non sarà mai una data come tutte le altre. Imparagonabile a tutto il resto.

È già passato un anno, ma quel ricordo è ancora ben impresso nella mente di tutti. Resta forse la più grande vittoria nerazzurra per la caratura dell’avversario, per la sua storia, per il dominio esercitato in campo di fronte ad una Kop ammutolita e ad un’icona della panchina come JürgenKlopp. Non si tratta di sminuire la notte di Dublino, ma la realtà è che quella sensazione di onnipotenza sportiva in un tempio sacro del calcio non ha comparazioni.
Non è stata una semplice tappa del cammino, è stata la tappa per eccellenza. La prova regina, oltre ogni difficoltà, in piena emergenza difensiva con Scalvini neanche convocato e pure Kolasinac ko nella rifinitura, con De Roon ad adattarsi in difesa. L’idea però va oltre l’interprete singolo, il concetto di squadra si sublima. Tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Nemmeno AdemolaLookman, che in quel periodo non era al top della forma, ma che quella notte è rimasto in panchina dal primo all’ultimo minuto.
Musso, Djimsiti, Hien, De Roon, Zappacosta, Ederson, Pasalic, Ruggeri, Koopmeiners, Scamacca, De Ketelaere. Fosse stato per Gasperini, di cambi non ne avrebbe fatto nemmeno uno. “Era veramente difficile andare a toccare qualcosa”, infatti l’unica passerella ce l’ha avuta Miranchuk a risultato già scolpito. Non ce n’era bisogno: una squadra in condizione, in totale trance agonistica, focalizzata, perfettamente cosciente della propria forza, dei propri pregi e dei limiti. Che sin dall’iniziale ‘You’ll Never Walk Alone’ non ha mai provato timore. Il contrario, se mai.
Coraggio. Quello di spingersi in avanti, di pensare ad attaccare, da subito. Pasalic dopo pochi minuti lo ha fatto capire a tutti, chiamando Kelleher ad un miracolo. Sicurezza. Quella che serve per non farsi spaventare dopo un clamoroso traversa-palo di Elliott sullo 0-0. Consapevolezza. Quella che ha portato Scamacca a ribadire due volte in rete gli inviti di Zappacosta e De Ketelaere. E poi l’entusiasmo. Quello spinto dai duemila e passa ad altezza campo, sotto ai quali Pasalic ha sigillato lo 0-3 regalando una delle fotografie più iconiche.

In quella festa dopo il triplice fischio c’è tutto. C’è il presidente AntonioPercassi che si scatena, c’è il lancio della giacca da parte di Gasperini alla sua gente, a chi ha fatto di tutto per esserci. Ci sono le passeggiate mattutine ad AlbertDock, le sciarpe nerazzurre al collo i Beatles, i cori insieme agli artisti di strada nelle vie della città. C’è la spensieratezza di un gruppo di uomini prima che di calciatori, che hanno affrontato quella partita come, appunto, una sfida per alzare l’asticella, superarsi. Il senso dello sport è questo.
È Gasperini che sbuca dal tunnel per l’allenamento alla vigilia e si guarda intorno: “È uscito anche il sole”. Come dire: c’è veramente tutto il necessario per goderci questa avventura al massimo. Detto, fatto. Tra tre giorni le sale cinematografiche bergamasche registreranno una lunga serie di sold out per il film “Atalanta. Una vita da Dea”, che quella notte la racconta. Emerge che quel 3-0, quattro giorni dopo la clamorosa sconfitta di Cagliari, è stato il vero turning point della stagione, quello che ha fatto capire all’Atalanta che sì, niente è impossibile. Neanche vincere l’Europa League. Perché in fondo, senza quell’11 aprile, neanche il 22 maggio sarebbe mai esistito.






