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Nicola Viscardi confermato alla guida del Duc: “Facciamo rete per potenziare il commercio”

Già presidente dal 2019 e manager dal 2021, è stato eletto all’unanimità: “Viviamo un momento di difficoltà e trasformazione, ma ci rimbocchiamo le maniche per lavorare con positività”

Bergamo. Nicola Viscardi è stato confermato manager del Distretto Urbano del Commercio per il prossimo triennio, fino al 2028. Già alla guida della rete cittadina dal 2019 come presidente e nel 2021 nel ruolo attuale, il titolare di Ottica Skandia è stato eletto all’unanimità dai soci: Associazione Bergamo Vive, di cui fanno parte i commercianti del centro, Comunità Botteghe di Bergamo Alta (che rappresentano all’interno del consiglio d’amministrazione anche gli altri due borghi, Palazzo e Santa Caterina), Confesercenti, Confcommercio, Camera di Commercio e Comune.

Una scelta che va in continuità con gli ultimi anni: Viscardi aveva preso le redini del Duc (nato nel 2009) succedendo a Filippo Caselli (Confesercenti) e Roberto Ghidotti (ex Ascom). In precedenza era stato già presidente delle Botteghe di borgo Palazzo. “Affrontiamo tante difficoltà – afferma – ma come distretto facciamo gruppo e manteniamo sempre un atteggiamento di positività, costruttivo. Vogliamo rimboccarci le maniche, senza mai piangerci addosso nei momenti complicati, ma guardare al bicchiere mezzo pieno, presidiando i tavoli con il Comune. Ricordandoci che quel che succede all’esterno dei nostri negozi fa la differenza all’interno”.

Con quale entusiasmo riparte?

“Abbiamo fatto tanto e tanto ancora abbiamo da fare. Vogliamo concludere i progetti avviati, consci che viviamo un periodo di trasformazione per i negozi. Per questo dobbiamo fare rete, essere squadra per diventare ancora più attrattivi. Potenziare la riqualificazione urbana, le feste dei borghi, gli eventi natalizi e tutte le attività, consci che il nostro ruolo è quello di dialogo con l’amministrazione e di collegamento per cercare di sviluppare il commercio, rendendo ancora più attrattive le botteghe della città”.

C’è un’idea condivisa per il centro di Bergamo del futuro dal lato commerciale?

“Il Comune fa sintesi di dinamiche più ampie di quelle che vive il commercio, come l’attivazione della nuova Ztl dove, forse per la fretta di dover chiudere, si era dimenticato delle esigenze dei commercianti. Il distretto serve anche a questo: fare da connettore di istanze e migliorie. Abbiamo un dialogo sempre aperto con il Comune: si possono avere sia visioni comuni che divergenti, noi come rete ci dobbiamo sforzare di fare sintesì di queste anime. Come una grande famiglia”.

Tanti commercianti in questi anni, soprattutto durante quelli della pandemia, hanno affrontato il passaggio al digitale, buttandosi di fatto in un mercato nuovo: come sta andando questo processo? Quali opportunità ha aperto?

“Affacciarsi a queste nuove tecnologie è diventato quasi necessario. Il ruolo che possiamo avere come distretto è quello di diventare una scuola, un banco di prova e sperimentazione. In tutte le nostre campagne comunicative cerchiamo di utilizzare nuovi mezzi. Ad esempio, per il primo Sbarazzo del 2025 abbiamo coinvolto influencer e content creator bergamaschi. Vogliamo dare uno standard che sia di ispirazione, lavorare nel nostro piccolo e muoversi all’unisono verso cose innovative, che possano permettere ai commercianti di trarre spunti da applicare a loro volta. Abbiamo anche avviato dei corsi di digital marketing, che è un tema cruciale oggi perché il mondo va in quella direzione digitale. L’età anagrafica dei titolari di piccoli negozi al dettaglio è alta e c’è difficoltà di adattamento, ma da azioni come queste si può trarre ispirazione”.

Abbiamo assistito alla chiusura di negozi e insegne storiche, ma anche qualche grande nome di affermate catene ha abbandonato: c’è un modo per combattere questa tendenza ed evitare la desertificazione commerciale che a partire dai piccoli borghi di provincia sta arrivando sempre più a minacciare anche la città?

“Non c’è una soluzione unica, perché viviamo un periodo di trasformazione mondiale e le difficoltà ci sono in tutto il mondo. La tendenza è quella di soffrire meno nei poli più grandi, come le città, perché c’è più densità dal punto di vista numerico, ma se si fa un’analisi qualitativa si apre un altro panorama. Sicuramente all’interno dei numeri – che in città sono a saldo pallidamente positivo – c’è un trend che si vede dappertutto, di chiusura di commercio al dettaglio e aperture di catene di alimentari o servizi. È un dato incontrovertibile: il mercato cambia, cambia la domanda e l’offerta si adegua al mercato. Non esiste una ricetta politica, se no sarebbe già stata applicata. Si dice che va tutelato il piccolo commercio, si parla di riferimenti, di prossimità, però nei fatti di cose eclatanti non ne sono state fatte”.

Da dove dovrebbero arrivare queste spinte?

“I Comuni hanno leve modeste, possono poco, se non con piccoli interventi che magari sommati possono dare uno slancio, ma quel che manca è una strategia nazionale o quantomeno regionale. Se si vogliono difendere le piccole attività, va pensato un credito d’imposta sugli affitti che sono una spada di Damocle. D’altronde il mercato immobiliare è una trattativa tra privati ed difficilmente regolamentabile a livello legislativo. Si combatte con grossi gruppi che fanno una guerra con armi diverse, anche a livello fiscale, con potenze di fuoco diverse rispetto alla proverbiale ‘signora Maria’. Sono tempi tosti e il distretto nelle città è un punto di riferimento, raccoglie gli stakeholders territoriali: se si potenziasse questo contenitore, le cose che potremmo fare sarebbero di più e più decisive. Non possiamo combattere un cambiamento così grande con armi spuntate. Regione Lombardia ha voluto i distretti nel 2009, ma non li finanzia, al massimo finanzia interventi di opere che riguardano i distretti o gli imprenditori con piccoli capitali, ma come Duc non intercettiamo risorse, ne abbiamo più dal Comune. Ed è un paradosso un po’ strano, dovremmo credere di più nei distretti: il commercio è sempre stato visto come una spugna da spremere perché genera ricchezza, ma oggi anche il commercio deve avere un cashback di quel che produce per avere sinergie e rafforzare le proprie catene nei centri abitati. Non si sopravvive da soli, bisogna fare rete e servono idee e risorse per svilupparle”.