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A chi serve il risiko bancario in Italia

Sarebbe dunque importante, che proprio il risiko bancario che è in movimento, conduca all’auspicata e vitale riflessione della Vigilanza. Il silenzio delle autorità fino a un certo punto è spiegabile e forse doveroso

Il mercato italiano non assisteva da decenni a un consolidamento così vivace, soprattutto in un settore come quello bancario definito proverbialmente una foresta pietrificata. Non era mai successo che tanti progetti di integrazione fossero in cantiere contemporaneamente e che la strada scelta fosse quella dell’Opa/Ops non concordata e quindi potenzialmente ostile.

Ci sono alcune considerazioni da fare su quelle in campo, ma prima vediamo sinteticamente le varie operazioni in corso.

Su Unicredit – BancoBpm il pallino del gioco è in mano al ceo di UniCredit che, forte di una capitalizzazione di Borsa di circa 60 miliardi, ha in mano le carte decisive per conquistare il più piccolo BancoBpm (10 miliardi di valore pre-Opa). Date le diverse dimensioni dei due gruppi, è una partita che Unicredit non può permettersi di perdere. Il ruolo decisivo per l’esito dell’offerta lanciata da Unicredit lo avranno gli investitori istituzionali internazionali, infatti ai fondi fa capo, in modo frazionato, circa il 50% del capitale di BancoBpm. Ma sui destini della banca avrà una crescente voce in capitolo anche il gruppo francese Credit Agricole che con il via libera da parte della Bce, diventerà nelle prossime settimane il primo socio della ex popolare con una ingombrante quota del 19,9%.
Una partecipazione troppo rilevante per essere ignorata da chi ha lanciato l’attacco che, se riuscisse a farla sua prima dell’avvio dell’offerta, spianerebbe la strada al successo di UniCredit.

BperSondrio ha sicuramente una logica industriale e sinergie interessanti come la storia e la tradizione vuole. Il problema è che il sistema bancario italiano, al netto di UniCredit-Commerz, sta facendo solo operazioni domestiche. La chiave di successo di questa operazione è la composizione azionaria semplice per una Ops, ambedue con partecipazioni importanti di Unipol.
Tra le due banche vi sono anche attività convergenti nei Fondi, ma sono comunque perplesso sull’Ops, pur con un sovraprezzo del 6% rispetto al valore delle quotazioni reciproche. Meglio le Opv che almeno in parte sono cash, inoltre, come anche in questo caso, la quotazione di borsa di chi ha lanciato l’Ops perde terreno al contrario della preda che aumenta il valore così da far venire meno il sovraprezzo.

Poi c’è l’ops di Monte dei Paschi su Mediobanca (con affaccio alle Generali). Un ex noto politico direbbe in molisano stretto “che c’azzecca…”, ovvero quale è il valore aggiunto per una banca commerciale nel lanciare un’Ops verso l’unica “banca d’affari” italiana, con un importante know-how, grande autorevolezza nazionale e internazionale, con la presenza di professionalità che difficilmente potranno integrarsi nel nuovo contesto. Qui non si può non rilevare che l’iniziativa parte da due imprenditori (Caltagirone e la finanziaria dei Del Vecchio) che detengono complessivamente circa il 15 per cento della banca senese e addirittura oltre un quarto delle azioni di Mediobanca. Poi insieme i due detengono già in Generali una quota di circa il 18 per cento, che in caso di successo dell’Opa si aggiungerebbe al pacchetto di Mediobanca che è del 13.

Le questioni (anche di potere) sono molte, ma su tutte una si impone: stiamo andando oltre la separatezza fra banca e impresa, uno dei cardini della legge bancaria nata dalla crisi di quasi un secolo fa, ma presente, in forme diverse, anche nella legislazione attuale. Il tutto con al centro il cuore storico della finanza italiana. Non sarebbe una svolta, ma un’autentica rivoluzione ed è bene chiamare le cose con il loro nome.

Dire che queste sono operazioni “di mercato” è una pura ovvietà: l’offerta è lanciata a tutti gli azionisti, quindi al mercato nel suo complesso. Il problema è che il mercato non sceglie sempre la miglior soluzione possibile: certamente, quando il prezzo è allettante, gli azionisti, a cominciare dai fondi, aderiscono in massa, facilitando il successo dello scalatore, ma da qui a realizzare operazioni che creano valore nel tempo, il passo è assai lungo e va visto caso per caso.

La seconda questione è: le Opa sul tavolo rafforzeranno ulteriormente il sistema bancario italiano? La crescita relativa o significativa (come per Bper e Sondrio) vuol dire che la dimensione ha una sua valenza (e per il management più sono grande, più posso rimanere “autonomo” e difficile dall’essere attaccato…).
Ma non sono convinto che ancora oggi la chiave del successo sia agire sulle concentrazioni, sugli scambi carta vs carta, o sulle economie di scala, perché tutto ciò agisce solo sul lato dei costi.
Vorrei sentire parlare di attenzione verso il territorio, di sostegno alle imprese, in particolare alle Pmi, ed alle famiglie, di sinergie di ricavo, di crescita, di opportunità per innovare il business: queste rischiano di essere operazioni di mera sommatoria…

Non sono mai stato un fan del consolidamento, ci sono banche buone piccole, e banche non buone grandi. Le scelte di ogni banchiere rischiano di essere di “micro economia” anche se poi nei comunicati si è enfatici, si dice che lo fanno a beneficio del sistema, ma in realtà cercano nella loro strategia individuale e aziendale, un modo per accrescere il successo del management
stesso e dell’offerente.

E allora mi chiedo qual è il ruolo delle autority, partendo dalla Banca d’Italia (se non vuole essere solo una dependance della Bce), che dovrebbe essere fondamentale come arbitro, ma fa discutere il silenzio del Governatore. Non credo si tratti di un disinteresse, come qualcuno può credere, perché ormai tutto è nelle mani dell’Eurotower (cosa non del tutto vera): mi auguro di una scelta ben ponderata per capire prima, cosa dice il mercato delle operazioni e cosa sostengono i vari attori.

Sarebbe dunque importante, che proprio il risiko che è in movimento, conduca all’auspicata e vitale riflessione della Vigilanza. Il silenzio delle autorità fino a un certo punto è spiegabile e forse doveroso. La sua procrastinazione può, se non altro, essere male interpretata o comunque disorientare perché ci si può attendere almeno, che del silenzio si dia una spiegazione.
Chi tace non nega e non parla, esprimendo così la mancanza di una volontà, ma non può essere, questa, nel caso del risiko in corso e non solo in Italia, la posizione della Vigilanza ai diversi livelli.

Carlo Piarulli
Capo Dipartimento Credito
Adiconsum Nazionale

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