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“Anfitrione”, un gioco di specchi e di identità in un’umanità sgretolata

Al Teatro Sociale successo per lo spettacolo di Teresa Ludovico che immerge la tragicommedia classica nella contemporaneità, mostrando i “doppi” della quotidianità

Bergamo. Un gioco di equivoci e di identità singole, doppie, rubate, ricomposte, dove l’essere singolare si perde, vedendo disgregata e ricomposta la propria immagine. Un gioco di verità e finzioni tesse le fila in “Anfitrione”, spettacolo di Teresa Ludovico, prodotto da Teatri di Bari, proposto giovedì 27 marzo al Teatro Sociale (replica venerdì 28 alle 10.30), all’interno del programma della Stagione di Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti.

Verità e finzione che si alternano e si mescolano sulla scena, sostanzialmente spoglia, dove prende forma un gioco di specchi semimobili (abilmente creato da Vincent Longuemare) che, partendo da una riflessione sullo scambio di persona e sugli equivoci, efficientemente sostenuti anche a livello di drammaturgia, affronta un’impossibile ricerca di identità all’interno di un limbo tra realtà e spazio onirico.

Il tutto affrontato seguendo trama e personaggi dell’Anfitrione di Plauto (scritto verso la fine del III secolo a.C.), qui rivisitato, collocando il tema del doppio in un ambiente malavitoso. Un’ambientazione popolare che si rifà al Sud Italia, che mostra una giustizia esercitata attraverso una vendetta privata che sembra portare la Tebe plautina all’interno dell’immaginario codificato di Gomorra (anche attraverso i costumi contemporanei di Teresa Ludovico e Cristina Bari), una tragicommedia, tra divino e umano, che parla del presente riferendosi al passato.

Giove (un prepotente e sarcastico Giovanni Serratore), assume le sembianze di Anfitrione, per poter giacere con sua moglie Alcmena (la risoluta Irene Grasso), generando così il semidio Ercole. Il metateatrale Mercurio (Alessandro Lussiana, lascivo e sornione, “en travesti”, con abiti succinti e tacchi alti), che apre il prologo, narrando la tragicommedia, per aiutare il padre Giove, assume l’aspetto di Sosia (Michele Cipriani), diventando servo di Anfitrione per tentare di ingannarlo. Il tutto mosso all’interno di un ambiente malavitoso, con Anfitrione (un violento Michele Schiano Di Cola) privato del suo potere e la moglie Alcmena (accompagnata dall’ancella Bromia, ben interpretata nel doppio lato serio e comico da Demi Licata) che accetta di sposare l’assassino del padre, con la sola condizione che lui sia in grado di sterminare la famiglia rivale.

Le fazioni e gli eserciti plautini diventano qui famiglie in lotta tra loro e clan malavitosi, in un continuo rimando tra mito e realtà. Sulla scena, infatti, i sei attori, ben coreografati da Elisabetta Di Terlizzi, si muovono in continuo tra divino e umano, tra luci ed ombre, accompagnati da Francesco Ludovico che crea efficacemente controparti melodiche (realizzate da Michele Jamil Marzella), tra le atmosfere celesti e la terrena umanità tradotte in musica attraverso il trombone.

“Chi sono io se non sono io? Quando guardo il mio uguale a me, vedo il mio aspetto, tale e quale, non c’è nulla di più simile a me! Io sono quello che sono sempre stato? Dov’è che sono morto? Dove l’ho perduta la mia persona? Il mio me può essere che io l’abbia lasciato? Che io mi sia dimenticato? Chi è più disgraziato di me? Nessuno mi riconosce più e tutti mi sbeffeggiano a piacere. Non so più chi sono!”. Così “Anfitrione” riflette la vulnerabilità dell’identità umana di fronte al gioco delle divinità, un’identità che si perde anche nel confronto con il ruolo sociale di ognuno, che si smonta nella comicità e nella satira che mette in ridicolo l’umanità stessa (tra colorite espressioni in dialetto e la reiterazione di “Senz’e te non pozz sta” di Gianni Celeste), quella del III secolo a.C. come quella di oggi. Un’umanità disgregata, senza identità, che perde sé stessa in un finale felliniano, dove il confronto con le basi solide dell’essere, della predominanza del doppio, si perde nei frammenti di ridicolo che si avvicinano al nulla.