Remuzzi: “Il Covid ha cambiato la sanità, uscire dall’Oms è una follia”
Il direttore dell’Istituto Mario Negri: “Preoccupa la diffusione dell’aviaria, se diventasse un problema potremo avere a disposizione un vaccino grazie alla tecnologia a mRna”
Il 18 marzo è la giornata nazionale in memoria di tutte le vittime del Covid. Questa ricorrenza, che viene celebrata annualmente, ricorda le tante persone che persero la vita a causa del virus Sars-CoV-2. Esattamente cinque anni fa in questa data, i camion dell’esercito portavano via da Bergamo centinaia di bare con morti destinati alla cremazione. Un’immagine indelebile rimasta un simbolo della pandemia.
Quella tragedia colpì duramente la provincia di Bergamo causando tanto dolore, sofferenze e lutti. Abbiamo chiesto al professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri, un parere sui cambiamenti della sanità nell’ultimo quinquennio.
Com’è cambiata la sanità in questi cinque anni?
Si sente sempre dire che non è cambiato niente e che dalla pandemia non abbiamo appreso nulla, invece io penso che dal Covid abbiamo imparato tantissimo e che la sanità stia cambiando. Se non è avvenuto completamente, perché non può riuscire da un giorno all’altro, lo sta facendo. Intanto sta crescendo la sensibilità della gente rispetto ai problemi sanitari: prima l’attenzione era poca o nulla mentre ora ce n’è di più. Ma c’è un’altra cosa che è cambiata ed è importantissima, anche per il futuro.
Quale?
Abbiamo capito che i governi e l’industria farmaceutica, assieme, sono stati capaci di avere abbastanza risorse per creare in un tempo record vaccini a mRna che hanno funzionato contro il Covid. Non dimentichiamoci mai che in un anno soltanto, nel 2021, la vaccinazione ha fatto risparmiare al mondo 20 milioni di morti: nulla è stato altrettanto efficace nella storia dell’uomo tranne l’acqua potabile. Il vaccino è sicurissimo. È stato fatto in tempi rapidi perché c’era un grande bisogno di arrivarci in fretta, ma non si è saltato alcun passaggio. Sono stati studiati su decine di migliaia di volontari prima di metterlo in commercio, quindi è una cosa che ha cambiato la sanità e lo farà anche in futuro.
Potrebbe fare un esempio?
Al momento abbiamo una significativa preoccupazione per la diffusione del virus H5N1, che è la cosiddetta influenza dei polli (aviaria, ndr): ha cominciato a infettare le mucche, è stata riscontrata nei maiali ed è arrivata anche all’uomo. Più precisamente, ha infettato certe persone nel Texas, negli Stati Uniti e una bambina è morta. Non si trasmette ancora da uomo a uomo ma siamo preoccupati. La differenza rispetto a quando è scoppiata l’emergenza Covid è che, qualora vi fosse il problema, avremmo a disposizione un vaccino. Va aggiunto che la tecnologia a mRna si applica a tante cose: verrà adoperata anche per i tumori e altre patologie. La medicina è cambiata davvero e abbiamo capito che deve essere pubblica.
Ci spieghi
Negli Stati Uniti, che sono il luogo dove c’è maggior medicina privata, completamente improntata al profitto, iniziano a chiedersi se non sia giunto il momento che anche gli americani abbiano un sistema pubblico. I motivi sono molteplici, a cominciare dal fatto che solo quest’ultimo può fare la sorveglianza, avere i contatti con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tutti i gruppi operativi nel mondo e nei Paesi dove questi focolai si sviluppano. È soltanto attraverso un sistema di rete di attività pubblica che si riesce a proteggersi da tali fenomeni. A riguardo, è stato recentemente pubblicato un articolo molto interessante sulla rivisita scientifica “The New England Journal of Medicine”. Abbiamo capito, inoltre, che la medicina del territorio è la cosa più importante.
Se ne ha maggior consapevolezza?
Si, naturalmente siamo ancora lontani, stiamo lavorando, ma adesso abbiamo le idee chiare su quello di cui abbiamo bisogno. C’è molta più attenzione anche ai letti di casa, all’idea che tantissime cose si potranno e si sarebbero potute fare a casa degli ammalati senza sovraccaricare gli ospedali. Sono tutti aspetti che abbiamo imparato dal Covid, senza contare che la ricerca scientifica ha fatto passi avanti enormi. Li ha compiuti anche l’istituto Mario Negri e lo dobbiamo alla pandemia.
Come ha vissuto i drammatici mesi dell’emergenza sanitaria?
Inizialmente, come tutti, anche noi del Mario Negri, avevamo molta paura. Eravamo preoccupati di non farcela, ma invece di pensare a questo ci siamo concentrati su che cosa avessimo potuto contribuire ad affrontare la situazione. I nostri ricercatori, così, hanno effettuato sequenze, tamponi e studi epidemiologici che ci hanno consentito di acquisire preziose conoscenze sul virus e sulla malattia. I timori, quindi, si sono trasformati in voglia di fare. Studiando la positività fra i dipendenti dell’Istituto Mario Negri e di Brembo, per esempio nel giro di una settimana abbiamo potuto elaborare una previsione di quante persone si sarebbero infettate a Bergamo. Il primo lavoro pubblicato sulla rivista scientifica “Lancet”, che ha dato un’idea all’Italia di quanti letti in terapia intensiva sarebbero stati necessari nelle settimane successive agli ultimi giorni di febbraio 2020, è stato realizzato dal nostro gruppo.
Il professor Giuseppe RemuzziDal virus sfuggito al laboratorio di Wuhan al pipistrello, le cause della pandemia restano poco chiare. Siamo riusciti a capire che cosa l’abbia innescata?
Non abbiamo certezze sull’origine del Covid. Che fosse scappato da un laboratorio era stato detto all’inizio perché in qualche modo si voleva colpevolizzare la Cina, attribuirle delle responsabilità. Alla luce dei tantissimi studi che sono stati condotti in questi anni, la cosa più probabile rispetto alle conoscenze scientifiche attuali è che il virus abbia un’origine naturale e sia nato nel mercato umido di Wuhan, dove ci sono animali vivi chiusi nelle gabbie ed escrementi che passano da un animale all’altro: è terribile e quelle immagini ogni volta colpiscono parecchio. È quello il luogo dove è stato isolato il virus e dove probabilmente è cominciata l’epidemia. Non siamo certi al 100%, ma è l’ipotesi largamente più probabile.
In che senso?
Non possiamo escludere con assoluta certezza che una componente della diffusione del virus sia dovuta al laboratorio, ma è estremamente improbabile che tutto sia partito da quest’ultimo, anche perché nessuno in quella struttura stava lavorando su quel virus ma su altri analoghi che non sono così pericolosi. Inoltre va riconosciuto un merito a quel laboratorio.
Potrebbe spiegarci meglio?
Senza quel laboratorio non avremmo avuto la sequenza del virus a metà gennaio 2020: tutto il mondo ha potuto attivarsi e costruire il vaccino grazie al suo lavoro. Nessuno sa quanto ha contribuito alle conoscenze nel campo di questo virus e di tanti altri Coronavirus, perché ce ne sono moltissimi.
Con lo studio Origin l’Istituto Mario Negri ha analizzato la relazione fra i fattori genetici e la gravità della malattia: che cosa è emerso?
Ci siamo chiesti perché a Nembro, Alzano Lombardo e Albino c’erano persone che si ammalavano molto gravemente, qualcuno doveva essere ricoverato, aveva bisogno di terapia intensiva e ventilazione meccanica, alcuni morivano, mentre altri avevano un po’ di febbre come se fosse un’influenza, tosse, dolori articolari, e altri ancora si infettavano e non avevano nulla. Il nostro studio ha indagato le cause genetiche che potessero portare a diverse evoluzioni e gravità della malattia. Sono state studiate 10mila persone e da queste ne abbiamo selezionate 400 che avevano avuto sintomi gravi identiche ad altre 400 che ne avevano avuti lievi, a loro volta identiche ad altre 400 che avevano avuto l’infezione senza avere manifestazioni cliniche importanti. È emerso che chi aveva le forme più severe di malattia aveva molta più probabilità di avere ereditato nel suo genoma, che è l’insieme di tutti i geni del nostro dna, certi geni di Neanderthal.
Cioè?
Sono geni che arrivano a noi da Neanderthal. L’Uomo Sapiens si è incrociato coi Neanderthal attorno a 50mila anni fa: è successo in varie parti della Terra, soprattutto in Asia, poi di generazione in generazione un po’ di dna di Neanderthal è arrivato a tutti noi. Ognuno ha dall’1 al 4% di dna di Neanderthal e le persone che hanno contratto il Covid in forma più severa hanno una rappresentazione maggiore nel loro dna di quello che i medici chiamano aplotipo di Neanderthal, cioè un gruppo di geni che si ereditano tutti assieme, che predisponevano alla malattia più grave. Non significa che il nostro studio spieghi il disastro che c’è stato a Nembro, Albino e Alzano Lombardo, perché non sappiamo come mai si sia verificato proprio lì. Abbiamo realizzato questo lavoro in quei territori perché al loro interno vi erano tanti malati, erano vicini a noi e l’obiettivo era cercare di capire ciò che stava accadendo. Se l’avessimo fatto a Lodi o a Codogno avremmo ricavato probabilmente le stesse informazioni. Per quanto questo studio non spieghi perché a Bergamo ci sia stata una situazione più grave rispetto ad altre città in Italia permette di capire come mai qualcuno contragga la malattia in forma severe mentre altri, anche stando a contatto con chi è malato gravemente, manifestino la malattia in modo molto più lieve.
In un altro suo studio è emerso che l’utilizzo di antinfiammatori alla comparsa dei primi sintomi può fermare l’infezione. Quali sono le novità a riguardo?
A distanza di tre anni un gruppo di infettivologi molto importanti hanno pubblicato sulla rivista scientifica “The Journal of infectious diseases” un lavoro che dimostra la possibilità di fermare la malattia o comunque di evitarne l’evoluzione grave utilizzando precocemente gli antinfiammatori. Abbiamo avuto l’idea tre anni prima, frutto di una collaborazione fra il professor Suter, che ha giocato un ruolo determinante, e il nostro gruppo. Abbiamo pubblicato quattro lavori a riguardo: il nostro scopo era evitare l’eccesso di infiammazione che si verifica all’inizio e che poi si trascina in un’alterazione del sistema immune che porta al danno polmonare.
Che cosa intende?
Non è il virus a portare al danno polmonare, ma la reazione infiammatoria e immunologica che segue alla localizzazione dell’agente patogeno. Se riusciamo a fermarla in modo molto semplice, con antinfiammatori, a questo punto l’evoluzione della malattia è diversa. Il professor Suter e io lo abbiamo fatto a casa degli ammalati e nessuno dei pazienti trattati ha avuto bisogno di andare in ospedale su un numero complessivo molto alto.
Per concludere, esiste una cura contro il Covid?
La cura è l’attenzione alle cosiddette terapie non farmacologiche. È fondamentale lavarsi le mani così come osservare la distanza ed effettuare l’areazione degli ambienti chiusi. Su quest’ultima non siamo molti attenti nelle scuole e nei locali affollati, ma è un presidio importante. Inoltre, è utile ricorrere ad antinfiammatori quando si hanno i primi sintomi della malattia, e certamente ci vuole il vaccino: sappiamo dall’Organizzazione Mondiale della Sanità quale sia il momento più adatto per eseguirlo. Nei giorni scorsi si è discusso di un’uscita degli Stati Uniti dall’Oms e sarebbe una follia per tutto il mondo, ma anche per loro.
Come mai?
Negli Stati Uniti ci sono oltre 130 uffici dell’Oms che svolgono funzioni fondamentali, oltre a quelli dislocati in tutto il mondo. Giusto per farsi un’idea di quanto sia importante la presenza dell’Oms su scala globale, basta pensare che cinque anni fa abbiamo saputo del Covid grazie all’ufficio dell’Oms che si trova a Wuhan. La sua distribuzione capillare è importante su scala mondiale, anche per noi.

