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Il 31enne, accusato del delitto di Terno d’Isola, ha chiesto di poter parlare per ribadire la sua innocenza. “Ci vuole coraggio a dire quelle falsità”, ha commentato il padre di Sharon

Bergamo. “Non ci sono prove per dire che ho commesso il fatto. Il coltello lo avevo nascosto in riva all’Adda perché mi serviva quando andavo lì a fare il barbecue. I vestiti li ho buttati nel fiume perché avevo paura che l’assassino mi individuasse, per questo mi sono anche tagliato i capelli e la barba”. Nell’udienza fissata per conferire l’incarico al perito che dovrà valutare se Moussa Sangare, accusato dell’omicidio di Sharon Verzeni, sia in grado di stare a giudizio e se fosse capace di intendere e volere al momento del fatto, l’imputato ha alzato la mano per chiedere la parola.

Un discorso confuso, in un italiano con leggera inflessione bergamasca, nel quale il 31enne ha tentato ancora di proclamare la sua innocenza. “Non c’è nessun video che mi riprende mentre uccido la ragazza. Si vede solo che scappo in bici ma tra il primo e il secondo video passa meno di un minuto, se l’avessi fatto ci avrei messo più tempo. Le dichiarazioni le ho rilasciate perché ero in caserma da tre giorni, senza dormire”.

Moussa Sangare

“Ci vuole coraggio a dire quelle falsità” hanno commentato il padre di Sharon, Bruno Verzeni, la sorella Melody e lo zio, seduti in fondo all’aula. Il tribunale ha conferito l’incarico peritale alla dottoressa Giuseppina Paulillo, psichiatra dell’Usl di Parma che dovrà depositare la perizia entro 90 giorni.

Il pubblico ministero Emanuele Marchisio ha nominato come consulente di parte Sergio Monchieri di Brescia, specialista in psichiatria e criminologia clinica; la parte civile si avvarrà della consulenza dello psichiatra Massimo Biza e la difesa dello psichiatra Alessandro Calvo di Lecce. La prossima udienza è stata fissata per il prossimo 22 settembre.