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“La primavera 2020 non se ne andrà mai”

Il portavoce dell’ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori, Francesco Alleva, riavvolge il nastro alla primavera del 2020, raccontando i retroscena delle difficili ma doverose decisioni prese dall’amministrazione comunale in quei giorni

Con questo ricordo, il portavoce dell’ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori, Francesco Alleva, riavvolge il nastro alla primavera del 2020, raccontando i retroscena delle difficili ma doverose decisioni prese dall’amministrazione comunale in quei giorni.

Una testimonianza diretta, anche cruda, che racconta di numeri, date, fatti, simboleggiata da quei convogli militari che svuotarono la chiesa del cimitero dalle bare dei bergamaschi.

La lettera aperta di Francesco Alleva

Sabato 7 marzo Tatiana Debelli (che allora lavorava per l’Humanitas Gavazzeni e che oggi è seduta in quello che è stato il mio ufficio per 10 anni, portavoce della sindaca Elena Carnevali) mi chiamò nel pomeriggio, mentre mi trovavo nell’ufficio di Giacomo Angeloni. Giacomo e io eravamo da soli in tutto il Comune di Bergamo (solitamente a Palazzo Frizzoni eravamo in 4: io, Giorgio Gori, Cristiana Barca — assistente del Sindaco — e Giacomo), avevamo appena finito un’intervista con Stefania Battistini di RAI1. Tatiana mi disse: “Non riusciamo più a gestire i morti, non abbiamo più posti, le camere mortuarie non sono sufficienti, tra qualche ora arriveranno quelli di oggi e nessuno è venuto a prendere quelli di ieri. Come facciamo?

Il sabato 7 marzo fu anche il giorno in cui decidemmo la chiusura del cimitero, perché c’erano ancora tante vecchiette che non rinunciavano a portare il saluto, anche tutti i giorni, ai loro cari. Decidemmo che avremmo usato la camera mortuaria del camposanto per soccorrere quelle delle cliniche, portammo da sette a venti posti la capienza. In quei giorni aveva chiamato anche il direttore sanitario dell’Ats per dirci che anche le sale mortuarie del Papa Giovanni erano al limite.

Improvvisamente dai quattro-cinque morti al giorno, la normalità cittadina, eravamo schizzati a trenta morti al giorno in città. Un giorno arrivammo a contarne ottanta. Il forno crematorio del nostro cimitero, seppur a pieno regime, non riusciva più a smaltire le tante richieste e le bare si accumularono. E meno male che lo avevamo raddoppiato solo pochi anni prima.

Il lunedì 9 marzo facemmo domanda all’ATS perché ci autorizzasse a utilizzare la chiesa del cimitero per raccogliere le bare. Aprimmo la chiesa del Cimitero, ne alzammo al massimo i condizionatori: divenne così una camera mortuaria a tutti gli effetti, camera nella quale i nostri cari rimasero in attesa di essere cremati. I nostri servizi lasciarono alle famiglie la possibilità di scegliere se inumare o cremare i propri cari — il minimo per persone che salutavano i loro padri, fratelli, sorelle, mariti, mogli, madri, nel momento in cui li vedevano partire per l’ospedale, senza avere possibilità di rivederli mai più — e, su suggerimento dei medici necrofori che ancora non conoscevano appieno le caratteristiche del virus, la stragrande maggioranza, più dell’80%, sceglieva l’inumazione.

Avevamo cominciato a mettere le bare anche sull’altare e sui banchi, ma il 15 di marzo facemmo portare via anche i banchi per avere più spazio, li trasferimmo sotto il famedio, li proteggemmo con dei teli di plastica. I tredici guardiani del cimitero compirono un grande lavoro. Come i dipendenti dell’ufficio anagrafe del Comune, come la Polizia locale, come i servizi sociali, come tantissime persone che in quei giorni hanno dato tutto per gli altri, per la loro città, per la loro Comunità.

Nei primi giorni si faceva anche una tumulazione ogni mezz’ora. I funerali erano ancora consentiti, ma potevano partecipare al massimo cinque persone: in buona parte di questi riti funebri non partecipò nessuno perché anche i familiari erano malati oppure in quarantena. In alcuni casi abbiamo fatto dei video delle tumulazioni e li abbiamo mandati ai cari che non potevano accompagnare i loro familiari per l’ultimo saluto. Cose molte tristi.

Per ogni morto venne espletata regolarmente ogni pratica burocratica, grazie all’impegno costante dei dipendenti dell’anagrafe; nessuno si ammalò e nessuno chiese di restare a casa. La responsabile del cimitero, Valentina, trascorse notti insonni. Nessuno poteva entrare nel cimitero. Io litigai con il New York Times, che voleva mandare un proprio fotografo a documentare la chiesa del cimitero: 45 minuti di discussione, ma non potevo immaginare di mostrare al mondo intero le immagini di bare e di defunti che nemmeno i loro cari avevano potuto vedere per un ultimo saluto. Erano i NOSTRI morti e nessuno lo avrebbe mai davvero capito.

Decidemmo allora di rivolgerci ai Sindaci delle altre città del Nord e del centro Italia. Ci diedero disponibilità ad accogliere i nostri cari, garantendo le tariffe migliori dei propri cimiteri. Erano quelle riservate ai loro concittadini: in quelle settimane i bergamaschi sono cittadini di Novara, di Bologna, di Modena, tutte le città trattarono i nostri morti come fossero i loro, in una rete di solidarietà che va da Gemona a Firenze.

Ma c’era un problema. I trasporti costavano anche 2€ al chilometro. Ed erano tutti a carico delle famiglie. Il nostro Comune non poteva farsi carico di tutte queste spese, anche perché non sapevamo quale potesse essere l’evoluzione del virus, per quanto tempo tutto sarebbe stato chiuso, come avremmo potuto garantire servizi in queste condizioni. Allora a Giacomo Angeloni venne un’idea. Lui era stato nelle zone del terremoto de l’Aquila con Caritas e si ricordò che l’esercito aveva garantito trasporti gratuiti in quell’occasione eccezionale. Si rivolse al Comandante dei Carabinieri e con la Prefettura contattarono l’esercito. Che diede la propria disponibilità immediatamente.

Si dovette decidere quando far partire il primo convoglio. Si decise per il 18 marzo: io e Giacomo decidemmo di non voler spaventare le persone e pensammo di farlo partire non appena calato il coprifuoco, dopo le ore 21. Non ci sarebbe stato nessuno per le strade e si sarebbe potuto evitare di allarmare i bergamaschi. Ma non valutammo il rumore dei camion, che in quei giorni doveva sembrare il rombo di un tuono, immerso com’era nel silenzio delle nostre città. Il convoglio partì all’ora stabilita, percorse viale Pirovano, girò in via Borgo Palazzo, doveva immettersi in circonvallazione per raggiungere l’autostrada. Poche centinaia di metri.

Il 18 marzo partirono 73 persone da Bergamo, tre carovane, una verso Bologna con 34 defunti. Una verso Modena con 31 defunti. A Varese altri 8. La foto e il video che faranno il giro del mondo, scattati da un balcone di via Borgo Palazzo da uno stuart di Ryanair, nacquero così.

507 furono complessivamente i defunti trasferiti dal cimitero di Bergamo durante i mesi di marzo e aprile 2020. Tutti partiti per consentirne la cremazione.

Gli altri defunti partirono il 21 marzo, il 26, il 27, il 1 aprile, il 2, il 3, il 4, il 7, il 10, il 13, il 15, il 17 e il 24 aprile. 85 verso Novara, 75 a Firenze, 50 a Ferrara, 15 a Vicenza, 60 a Cervignano, 20 a Copparo, 20 Serravalle Scrivia, 20 a Cinisello Balsamo, 45 a Padova, 5 a Trecate, 10 a Verona.

L’ultimo viaggio, altre 21 persone, fu quello del 24 aprile, alla volta di Novara.

Una cosa scritta da Giacomo per ricordare il primo viaggio del 18 marzo.

Valentina, la responsabile del cimitero, credo fossero due notti che non dormiva, tutti i documenti dovevano essere perfetti, il suo cruccio principale.

Fra Mario, uno dei due cappellani, ad ogni bara che usciva una benedizione; li chiamava per nome, Marta, Laura, Carlo, Enrico…

Mauro un militare di Napoli, soffocava in quella tuta protettiva, era commosso…

Paolo, il comandante dei Carabinieri, gente abituata alle emergenze, ringraziava i suoi. Mai avrebbe pensato di dover gestire una cosa del genere.

Marco, l’elettricista del comune, ne ha illuminate di serate ma questa non la dimenticherà mai. Era lì a puntare il faro mobile per illuminare quei trasferimenti di bare che dalla chiesa venivano caricate sui camion militari.

Maria Rosa, la referente del forno crematorio di Bergamo, Antonella e tutti i dipendenti dei servizi cimiteriali. Erano li quasi a voler salutare i nostri morti.

Quei morti non erano soli.

L’8 aprile rientrarono in città 363 urne cinerarie. Ad attenderle il Vescovo, il Sindaco, il neo prefetto alla sua prima uscita pubblica, il comandante dei carabinieri. 149 le urne che restarono a Bergamo, 104 tornarono a Ponte San Pietro, 110 a Seriate. 150 erano già rientrate nei giorni precedenti. In quell’occasione entrammo nella chiesa del cimitero. C’erano ancora quasi 100 bare, una accanto all’altra, con il nome scritto a pennarello sul legno delle casse. Il vescovo vi camminava nel mezzo, benedicendo le casse. Nessuno riuscì a trattenere le lacrime. Il 18 aprile la chiesa tornò libera, per Bergamo fu la fine dell’incubo della primavera 2020.

Ecco, io, quella primavera, anche se non ne parlo mai, anche se siamo ripartiti a tutta velocità e quei mesi sembrano essere stati solo una “sospensione” della nostra vita, me la porto dentro.

Penso a Francesco Valesini in ospedale e alle chiamate con sua moglie. Penso alla mia mamma, con la febbre alta, chiusa in casa, e alla ricerca di un medico che potesse visitarla. Penso a tutti gli amici giornalisti seduti sui gradoni di piazza Matteotti, al sole, mentre addentano un panino all’ora di pranzo, nel silenzio della città. Penso a Paolo Maggioni e alla pizza più buona del mondo, mangiata sul tavolo del mio ufficio dopo l’ennesimo servizio dalla capitale del covid. Penso a cosa siamo diventati io e Giorgio Gori, io e Cristiana. Penso a come ho conosciuto, in Città Alta deserta, quella che sarebbe diventata mia moglie. Penso a Simone, a Stuart, a Dominique e al lavoro che abbiamo fatto insieme e che gli è valso un Emmy Award. Penso a tutte quelle telefonate a Francesca, che ci siamo fatti forza a vicenda, e penso che lei sarà sempre importante per me quanto lo è stata in quei giorni. Penso a Paola e al suo papà che non c’è più. Penso a Fabrizio, che mi chiede il favore di riprendere la tumulazione di suo suocero perché lui e la sua famiglia in quarantena e non lo possono accompagnare al cimitero. Penso al gelato mangiato sul divano a mezzanotte, in videochiamata con Giacomo. Penso ai nomi scritti a pennarello sulle casse di legno infilate l’una accanto all’altra nella chiesa del cimitero. Penso al frastuono che faceva la fontana di piazza Vecchia. Penso a tutto quel lavoro che abbiamo fatto perché le persone potessero avere tutto quel che serviva mentre dovevano rimanere nelle loro case. Penso alla mia città, bella come non mai, nel sole di una primavera che abbiamo saltato.

E tutte queste cose, e molte altre ancora, riemergono nella mia testa ogni volta che rivedo le immagini di quei giorni, e proprio non so come trattenere le emozioni.