Elena Carnevali: “Bergamo visse il dolore più grande e il silenzio più assordante”
La sindaca apre i saluti istituzionali con un lungo intervento in cui ripercorre i precedenti appuntamenti della giornata e lancia un messaggio: “Radici profonde per non dimenticare, rami rivolti al cielo per guardare al futuro”. Il ricordo della politica
Al Bosco della Memoria del Parco della Trucca, l’ultimo atto della giornata dedicata alle vittime del Coronavirus. La sindaca Elena Carnevali apre i saluti istituzionali con un lungo intervento in cui ripercorre i precedenti appuntamenti della giornata e lancia un messaggio: “radici profonde per non dimenticare, rami rivolti al cielo per guardare al futuro”.
Il discorso integrale della sindaca Carnevali
Saluto e ringrazio per la presenza il Ministro Alessandra Locatelli, l’Illustrissimo Prefetto Luca Rotondi, Sua Eccellenza il Vescovo Francesco Beschi, l’assessore regionale alla sanità Guido Bertolaso, ed il direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII Francesco Locati. Grazie a tutte le autorità civili, militari, religiose, le Forze dell’Ordine, i professionisti della sanità, i tanti sindaci presenti, gli Alpini e le cittadine e i cittadini.
Ci ritroviamo oggi nel Bosco della Memoria, dove quattro anni fa, insieme all’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi, è stato piantato il primo albero.
Un luogo simbolico, ma carico di significato: l’impronta vivente di rinascita e di unità, linfa vitale dell’universo, della capacità rigenerativa della natura ed insieme segno della volontà di ricordare perennemente.
Abbiamo scelto di celebrare la quinta ricorrenza in un modo rinnovato, volendola come giornata di commemorazione diffusa, di vicinanza a tutti coloro che hanno perso le persone care, i familiari, i parenti, gli amici. Oggi onoriamo le vittime di quei giorni, anziane e giovani, uomini e donne, strappati alla vita, molti senza il conforto dell’ultimo saluto.
Un giorno di cordoglio anche per chi si è prodigato “rimanendo sul campo”: medici ospedalieri, infermieri, Forze dell’Ordine.
I medici di famiglia, il presidio sanitario più vicino, subirono sulla propria pelle la carenza di strumenti di protezione.
Tante persone esemplari e speciali – il mio pensiero va all’amico fraterno Don Fausto – che con le loro azioni quotidiane hanno donato la loro vita in quei mesi di indescrivibile sofferenza e spaesamento per quel male fino ad allora sconosciuto e che sembrava invincibile.
Abbiamo stampate nelle nostre menti le parole di Papa Francesco – a cui rivolgiamo il nostro affettuoso augurio di guarigione – che, il 27 marzo 2020, sul sagrato della Basilica di San Pietro con la piazza vuota e piovosa, ricordava medici, infermieri, ogni professione sanitaria, le croci rosse, verdi e bianche, farmacisti, forze dell’ordine, addetti dei supermercati e ai servizi essenziali, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, religiosi e volontari– per noi, i nostri “nuovi mille”: i volontari BergamoxBergamo ed insieme a loro gli alpini, le forze economiche…
Tanti e tanti altri, che hanno compreso che “nessuno si salva da solo”.
Bergamo, diventata simbolo internazionale di tragedia, visse il dolore più grande e il silenzio più assordante. Le strade deserte, le sirene incessanti, le lacrime versate in solitudine. E poi, quella sera del 18 marzo, la lunga fila di camion militari che portavano via i nostri cari, l’aiuto degli altri comuni fuori provincia e regione per poter restituire almeno l’urna ai familiari. Un’immagine indelebile, che mostrò al mondo intero che cosa era il Covid, e che ancora oggi è messa in dubbio da chi nega la realtà più palese e crudele. Un pugno nello stomaco per la città che vedeva moltiplicarsi le pagine dei necrologi sul quotidiano locale.
Oggi, a cinque anni da quei giorni che hanno segnato Bergamo e l’Italia intera, ci ritroviamo insieme per ricordare e per guardare avanti.
L’Amministrazione comunale ha scelto di celebrare questa ricorrenza avendo come riferimento due parole: memoria e scoperta.
Memoria come atto necessario per onorare e rispettare chi non c’è più e quanto vissuto. Scoperta come necessità di rielaborare, in una dimensione di comunità e fratellanza, l’esperienza collettiva e individuale che la pandemia ha rappresentato.
Cinque anni è un tempo che rischia lentamente di consegnare la memoria all’oblio, alla rimozione; tendiamo a dimenticare i fatti e i vissuti dolorosi anziché riflettere su di essi e trasformarli in esperienze da cui apprendere.
Per questa ragione oggi abbiamo attraversato tre luoghi particolarmente significativi.
Il Cimitero Monumentale, nella stessa Chiesa che, in quei giorni, svuotata dai banchi, divenne una grande camera mortuaria per accogliere oltre 300 bare che il nostro Vescovo benedì una per una.
Le parole toccanti pronunciate dal nostro Vescovo questa mattina sono risuonate nel cuore di tutti noi, offrendo conforto e speranza nel segno dell’anno giubilare.
In Comune abbiamo ascoltato i brani intensi e profondi del podcast “La memoria è oggi”, un racconto che ci ha aiutato a comprendere meglio il nostro vissuto. Qui abbiamo sentito anche le testimonianze delle famiglie e delle persone con disabilità, le cui vite sono state trasformate dalla chiusura dei servizi diurni: le giornate all’interno delle case e l’affetto della rete territoriale nell’isolamento hanno fatto famiglia. La presenza del Ministro per le disabilità Alessandra Locatelli racchiude anche questo significato.
La mostra fotografica “Primavera” ci ha poi restituito le immagini di quei giorni difficili, con gli scatti di Lorenzo Zelaschi e le documentazioni realizzate dal personale del Cimitero Monumentale nel 2020.
Infine qui.
È stata una scelta condivisa insieme alla giunta, quella di dare protagonismo agli studenti e alle studentesse in ogni tappa di questa giornata. In tante forme: valorizzando le passioni, i talenti artistici e musicali, la creatività e la voglia di sperimentare in modo nuovo il racconto, il vissuto, i sentimenti, la scoperta del presente attraverso la riflessione sulle esperienze passate.
Cinque anni fa molti di loro frequentavano le scuole medie.
Privati di spazi di socialità e di un pezzo della loro crescita, hanno dovuto adattarsi a un nuovo modo di fare didattica, affrontando il distacco imposto dal lockdown. Hanno vissuto la solitudine, le paure, lo smarrimento e un costante senso di angoscia, accompagnato dall’incertezza sul futuro.
Uno tsunami psicologico ed emotivo che ha lasciato ferite profonde nelle nuove generazioni, e sta a noi, oggi, ripagarli con impegno e attenzione, costruendo per loro un futuro più giusto.
Sono più di 100 ora, qui, e per questo ringrazio gli istituti e le scuole che hanno accolto questa opportunità. La scoperta di oggi sono loro!
Bergamo ed il suo territorio allora divennero anche laboratorio esteso di solidarietà e di straordinaria capacità organizzativa, di dedizione incessante, di turni di lavoro massacranti guidati dalla volontà incrollabile di salvare vite. A quanti si spesero in prima persona dobbiamo riconoscenza eterna, non solo definendoli con parole retoriche “eroi moderni”, ma con segni tangibili e concreti!
Allora vennero riconvertiti spazi per le rianimazioni e allestiti reparti Covid con fino a 500 posti letto. Gli Alpini dell’ANA, gli artigiani, gli ultras dell’Atalanta, in soli dieci giorni, realizzarono un ospedale da campo alla Fiera, con 142 posti letto, di cui 72 destinati alla terapia intensiva.
Resilienza. Ogni giorno si contavano i dispositivi necessari per garantire la sicurezza nei giorni a venire: bombole di ossigeno, consegne di farmaci e alimenti per i pazienti a domicilio. Un lavoro incessante di produzione, approvvigionamenti e logistica. “Trincea e battaglia”, come disse Giorgio Gori, riferendosi a quell’esercito di lavoratori e volontari che, per mesi, si impegnò senza sosta per assicurare i servizi essenziali. Dai giovani che portavano la spesa agli anziani, alle associazioni che offrivano conforto e supporto, fino a chi operava nell’ombra per garantire dignità a chi ci lasciava.
Riscatto. La priorità dell’Unione Europa nel gestire i negoziati per l’approvvigionamento di vaccini contro il Covid è stata fondamentale per garantire un vaccino sicuro ed efficace in tempi rapidi e in quantità sufficienti per tutti gli Stati membri. Solo nei Paesi EU/SEE sono state somministrate quasi un miliardo di dosi, si è trattato del più grande programma di vaccinazione della storia.
La solidarietà, altro bene prezioso, ha prevalso sulla concorrenza e sul protezionismo delle singole nazioni.
I vaccini hanno permesso di evitare tante perdite e di riprenderci le nostre vite.
Non è un diritto in tutto il mondo: in altri luoghi si muore per la loro mancanza, mentre da noi, così come in Paesi ad economie avanzate, questa straordinaria opportunità viene da alcuni messa in dubbio o respinta.
Oggi ribadiamo che se siamo qui e possiamo guardare avanti lo dobbiamo alla scienza e alla ricerca che, per parafrasare le parole di Marcelo Knobel, nuovo direttore dell’Accademia mondiale per il progresso dei Paesi in via di sviluppo, sono l’unico ponte per superare le sfide globali e creare soluzioni condivise.
E naturalmente lo dobbiamo al personale del sistema sanitario.
Non può esserci un sistema sanitario pubblico senza rispetto per chi vi opera. È inaccettabile assistere alla crescente aggressività verso coloro a cui si deve solo riconoscimento per la dedizione, le conoscenze, la capacità clinica e umana che permette ogni giorno, e per fortuna, di essere curati, assistiti, riabilitati.
Difendiamo con forza la ricerca scientifica e combattiamo ogni forma di negazionismo, rifiutando le falsità che ancora oggi cercano di sminuire la gravità di quanto accaduto.
Questi cinque anni ci hanno trasmesso insegnamenti preziosi. Ci hanno mostrato quanto sia fondamentale difendere e potenziare il nostro sistema sanitario pubblico, investendo nel rafforzamento della medicina territoriale, nelle Case di Comunità, nelle nuove tecnologie e nella ricerca scientifica e clinica, sfruttando al meglio anche le risorse europee. Abbiamo compreso quanto sia cruciale il ruolo degli enti locali, dei sindaci e degli amministratori, che in quei giorni hanno dovuto prendere decisioni difficili senza esitazione.
Bergamo non dimentica. Bergamo ha sofferto, ha pianto, ma ha anche saputo rialzarsi con la dignità e la forza morale che questo territorio sa esprimere. Il Bosco della Memoria è qui a testimoniarlo: radici profonde per non dimenticare, rami rivolti al cielo per guardare al futuro.
Il nostro impegno oggi è trasformare il ricordo in azioni concrete, attraverso scelte responsabili e con la volontà di costruire una città e un Paese più giusto, più sicuro, più solidale.
Grazie.
Il ricordo di Giudici e De Bernardis (PD)
“Sono passati cinque anni da quel drammatico 18 marzo, quando le immagini dei camion militari in fila davanti al Cimitero Comunale di Bergamo hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero. Bergamo era l’epicentro della più grave pandemia dell’ultimo secolo”, ricorda il Segretario cittadino del PD, Alessandro De Bernardis.
“In quelle settimane, e nei mesi successivi, abbiamo vissuto un dolore collettivo senza precedenti, che ha colpito famiglie, comunità e un’intera generazione. Oggi commemoriamo tutte le persone che ci hanno lasciato a causa di questa terribile pandemia, ma il nostro pensiero va anche a chi, in quei giorni drammatici, ha lottato senza sosta per salvare vite. È fondamentale rendere omaggio al personale medico e sanitario che ha combattuto giorno e notte, spesso a costo della propria vita, per quella dei loro pazienti”, ricorda De Bernardis, anch’esso parte dei medici laureati proprio nel 2020 con la cerimonia online ed abilitati all’esercizio della professione per decreto, al fine di essere subito in servizio.
“Furono giorni terribili”, ricorda il segretario provinciale e vicesindaco di Ciserano, Gabriele Giudici. “Il silenzio che avvolgeva le nostre città era assordante. Mai come allora ci siamo sentiti così soli come persone, e allo stesso tempo così uniti come comunità e istituzioni. Il ruolo degli amministratori locali, prima assunto in modo spontaneo, poi organizzato in maniera sistematica, è stato un ponte tra cittadini e istituzioni, oltre che un salvavita, non solo per le persone, ma per l’intera comunità. Personalmente ricordo di una provincia deserta, interrotta solo dal passaggio di qualche elicottero. Come amministratori ci svegliavamo presto per organizzare le reti di solidarietà, presidiavamo il territorio, portavamo bombole e alimenti, ascoltavamo i problemi della cittadinanza, poi qualche ora di sonno dopo aver mandato le sintesi dei DPCM in uscita. Era un impegno totalizzante” , ricorda Giudici.
“Di quei giorni dobbiamo custodire una lezione fondamentale: la solidarietà che ci ha uniti, senza distinzioni, di fronte a una sfida più grande di noi. È quella forza collettiva che ci ha permesso di superare le difficoltà e rialzarci con lo slancio che ha portato la nostra città e il nostro territorio a vivere anni di crescita importante”.







