Allo Studio Vanna Casati di Bergamo le incisioni ad acquaforte dell’artista triestino Fulvio Tomasi, da poco scomparso
Bergamo. Una mostra imperdibile per gli amanti della calcografia è allestita fino al 5 aprile allo Studio Vanna Casati in via Borgo Palazzo 42 a Bergamo.
“Aspettando tempi migliori” è una piccola e incantevole rassegna di acqueforti dell’artista triestino Fulvio Tomasi, scomparso nei giorni scorsi a soli 61 anni per un’improvvisa malattia.
Si tratta di una quindicina di grafiche dal formato mini all’extra large che trasportano l’osservatore in una dimensione tra il reale e l’onirico, grazie alla notevole espressività del segno e al gioco di allusioni semantiche e metaforiche che da sempre stanno a cuore a questo artista dallo sguardo acuto e originalissimo.
La mostra mette in fila carte selezionate, frutto del lavoro dell’ultimo ventennio, molto rappresentative della leggerezza e allo stesso tempo della profondità dell’arte di Tomasi, che sfida con intelligenza “enigmistica” il carattere spesso ambivalente della realtà, il doppio fondo delle cose, il non detto che resta sotto la superficie della comunicazione. Sono lavori un po’ “cerebrotici” come amava definirli l’artista, che affondano le radici nell’ambiente di frontiera a cui appartiene, quella Trieste complessa, insieme introversa e aperta alla pluralità dei mondi, reali e immaginari.
“L’incisione mi piace perché scava un solco. E’ un lavoro lento, come il lavoro dell’acqua nel Carso, che si apre grotte e gallerie. Come il lavoro della mente quando riflette su di sé”, ci ha detto Tomasi parlando della scelta ostinata e non facile della pratica calcografica. In questo senso sono molto significativi anche i titoli, che a volte si pongono come rebus verbovisivi, per la presenza di un’ironia sottile, di uno slittamento dell’attenzione dal piano più letterale dell’immagine al piano più concettuale della mente. “Si galleggia”, “Chiù”, “Que pasa?”, “Nonostante tutto”, “Carta Canta” sono titoli interlocutori e metalinguistici, chiavi di lettura che lasciano un retrogusto dolceamaro dietro il tono lieve e ammiccante delle forme rappresentate.
Dovunque, su queste carte, ci sono occhi che spiano, che sfuggono, che indagano e che ci “tirano dentro” il loro mondo, così che finiamo con l’essere un po’ spettatori e un po’ protagonisti di questi scenari: si tratta di vere e proprie trappole del pensiero e della visione, seducenti e poco rassicuranti, ma se ci insidiano non lo fanno mai con troppa cattiveria. Non si finirebbe di guardarle, un po’ come le geometrie di Escher, un autore che, non a caso, è tra i riferimenti estetici di Tomasi, insieme a certa grafica nordica e ai fumetti anni Trenta e anni Sessanta.
Alla base di queste carte c’è un complesso mondo fantastico, che l’artista ha variamente assorbito e reinventato anche a partire da modelli letterari e filosofici, da Freud all’ermetismo, dal surrealismo a Ray Bradbury alla new age.
Emblematica, in mostra, la grande opera “Photofinish”, che unisce la trattazione inquieta, tutta chiaroscurale e vibratile, degli sfondi e delle superfici alle figure stilizzate a risalto in primo piano, impegnate verso un traguardo che improvvisamente muta direzione e risulta irraggiungibile: una scenografia dantesca alleggerita dal tratto vignettistico tipico del suo stile capace, con personalissime soluzioni, di sdrammatizzare e di raffreddare la tensione.
Le riflessioni grafiche dell’artista, in questa come nelle altre carte in mostra, sanno fondere e confondere magicamente il graffio con la dolcezza, l’amarezza con il sorriso e compongono un’identità creativa inconfondibile.
Fulvio Tomasi, che dagli anni 2000 ha esposto in molteplici occasioni – con mostre personali e collettive- a Bergamo e provincia, ha imbastito forti legami con gli artisti del nostro territorio, in particolare con gli specialisti dell’incisione, che ne apprezzano la qualità indiscutibile dell’opera incisa e la sensibilità dell’approccio interpersonale.
Mario Benedetti, maestro della calcografia che ha seguito con continuità il lavoro di Tomasi e che ha dato un contributo critico alla presente mostra evidenzia che “il suo fare ci suggerisce di guardare le incisioni in un altro modo, per vedere cose diverse, con le quali lui esprime in forme visibili contenuti invisibili. Affascinante nelle sue incisioni calcografiche è che il tutto non è solo frutto di un esercizio virtuoso ma è apertura di un inedito “orizzonte” del senso dove le forme, i segni, il colore del nero, e la superficie coinvolgono chi guarda”. Intenso il ricordo di Maura Cantamessa, artista specializzata nell’arte incisoria: “Fulvio è incisore, è calcografo e dentro il suo infinito intreccio di segni mi sono persa più volte. La sua arte si posa su una tecnica incisoria e una tecnica di stampa assolutamente perfette. I suoi fogli non hanno un errore, una virgola fuori posto e, sorridendo, so bene che questi segni sono lo specchio del suo essere maniacale. Fulvio ha sempre voluto incanalare e nascondere (ma si illudeva!) dolcezza e sensibilità nelle fitte trame dei suoi segni e nei grandi occhi delle sue figure fantastiche. Di lui ho amato il suo essere schivo e silenzioso, ho amato il suo costante sorriso, spesso ironico e la sua grande umanità. Lo ricordo a Bergamo ma anche a Trieste – anzi, Fulvio per me è una parte della Trieste che amo molto”.
La mostra che è aperta fino al 5 aprile in via Borgo Palazzo 42, Bergamo – dal mercoledì al sabato dalle 16.30 alle 19.30, oppure su appuntamento 035.222333; 3471014683.