Ballando di Architettura
|Il Trio Bobo e la loro musica fatta di improvvisazione, vibrazioni ed emozioni
L’intervista al bassista Faso, uno dei vertici della magica triade, in occasione del concerto al Druso di Bergamo
Quando li vidi per la prima volta sul palco dell’ormai defunta Salumeria della Musica di Milano, lo shock fu tale che il giorno dopo mi recai nel negozio di dischi di fiducia per un doveroso incremento della mia collezione di Billy Cobham, Jaco Pastorius, Weather Report, e Joe Zawinul. Galeotti gli spiegoni del batterista tra un pezzo e l’altro e l’acquolina che un trio di musicisti navigati e fini parlatori possono produrre nell’imberbe ascoltatore affamato di musica. Ma d’altra parte, cosa può nascere dal connubio tra la sezione ritmica di Elio e le Storie Tese (Faso e Christian Meyer) ed uno dei più importanti chitarristi jazz italiani (Alessio Menconi), se non – per citare un’espressione di Elio – energia pura? A pochi giorni dal loro prossimo concerto che si terrà venerdì 14 marzo 2025 al Druso, ho avuto il piacere di intervistare Faso, uno dei vertici della magica triade.
Ciao Faso, come nasce il Trio Bobo?
Il trio nasce dall’idea di dar vita a un piccolo laboratorio con piena libertà compositiva ed espressiva. Con Elio e le Storie Tese, Io e Christian (Meyer, batteria) suoniamo in un contesto musicale di arrangiamenti estremamente complessi, per cui ci piaceva dare vita a una situazione più “open”, ispirandoci ai nostri idoli, da Miles Davis a tutti grandi esploratori del jazz elettrico, ed aggiungendoci le nostre ulteriori passioni, come la musica africana, il latin, e il rock-blues. Il principio ispiratore resta l’insegnamento di Joe Zawinul “never in solo, always in solo”, non ci interessano, cioè, i virtuosismi interminabili, ma l’improvvisazione, la creazione di atmosfere, vibrazioni ed emozioni ad ampio respiro, non solo legate al linguaggio jazz.
Come cambia il tuo approccio al basso elettrico in trio, rispetto alla band allargata?
La prima caratteristica del trio è che mentre Alessio (Menconi, chitarra) fa un assolo, nessuno suona gli accordi, cosa che con altre situazioni non si verifica. Quindi il mio approccio con lo strumento si traduce, a livello mentale, nella ricerca di una situazione sostitutiva che comunque dia una sensazione di armonia e mantenga un sostegno che la gente possa percepire. In questo caso, usare il basso a sei corde mi aiuta perché accedo facilmente a una serie maggiori di note, trovando soluzioni diverse da uno strumento che rendo più armonico.
Quanto tempo dedichi all’esercizio?
La pratica implica relax e concentrazione, mentre oggi siamo costantemente distratti da messaggi e chiamate, anche perché la gente disturba il musicista pensando “Vabbè sta solo studiando, mica gli rompo le balle” (ride). Quindi è difficile mantenere il “focus” e trascorre quegli interi pomeriggi che si passavano da ragazzi a suonare in camera, da dopo pranzo all’ora di cena, perdendo totalmente la concezione del tempo. In più, io ho bisogno di suonare amplificato, senza cuffie, perché solo in quel modo comprendo la reale resa del suono, della tecnica e del feeling. Anche questo può risultare problematico in un contesto non totalmente isolato.
Come è cambiato il panorama musicale a livello discografico e dal vivo, negli ultimi anni?
Oggi i dischi non si vendono perché mai come in questo periodo si vedono classifiche musicali che contengono una sorta di “monogenere”, mentre anche solo negli anni novanta e duemila, in classifica si trovava Britney Spears, gli Aerosmith, roba dance, pop, ballate. Quello che manca oggi è il livello di ricchezza a livello compositivo. Sembra che siano spariti gli accordi, come se la gente disponesse solo di determinate tonalità e di giri armonici. Se prendiamo l’esempio dei Beatles, che hanno scritto le canzoni più diffuse al mondo, è sufficiente analizzarle per notare come, ad esempio, dopo i primissimi anni, Paul McCartney non suonasse più solo le toniche dell’accordo, ma cominciasse ad inventarsi delle soluzioni nuove. E tutto il mondo canta quelle canzoni pur non avendo nozioni a livello di armonia. In altri termini, anche se alla gente non interessa l’analisi del pezzo, gli accordi diversi creano emozioni diverse e questo manca nel panorama mainstream attuale.

Credi che sia un problema di chi ascolta?
Non sono del tutto convinto che il problema stia nelle orecchie dell’ ascoltatore. Facendo un parallelo con la cucina, se un bambino di oggi viene portato a mangiare solo nei fast food, lui penserà che gli hamburger, le patatine e i nugget siano il cibo più buono del mondo. Questo perché nessuno gli ha fatto assaggiare, per dire, la tagliatella della nonna o la ribollita (ride). Non ha avuto nessun che gli abbia proposto altro cibo. Quindi le sue papille gustative sono state allenate a mangiare solo certi piatti ed a riconoscere solo certi sapori, che gli danno immediato conforto. Io penso che nella musica sia lo stesso. Serve l’educazione all’ascolto. La musica, come il cibo, va assaporata. Anche io nella mia vita ho storto il naso al primo ascolto in molti casi, ma poi sono impazzito per quella band o artista. La prima volta che ascoltai i Gentle Giant rimasi molto perplesso, nonostante amassi già il progressive rock, ma solo pochi giorni fa ho fatto un intero viaggio in macchina con Elio ascoltando e cantando (!) con lui il loro live “Playling The Fool”. Insomma, la musica ha bisogno di tempo.
Parlami della tua esperienza da turnista?
Lo dico contro il mio interesse, ma faccio poche sessioni di registrazione per altri, soprattutto perché a me piace maggiormente dedicare un giorno intero a registrare un solo pezzo, piuttosto che registrare tre pezzi e guadagnare il triplo, nella stessa sessione. Questo perché – e mi ripeto – secondo me un brano ha veramente bisogno di tanto tempo per uscire bene. Tempo per indagare, esplorare, far confluire le varie idee, quelle dei musicisti, degli arrangiatori. Come avveniva nei primissimi album di Battisti o Dalla. Serve suonare in modo aperto, insieme, col giusto tempo e la giusta intenzione.
Insomma, tutto ruota attorno al tempo.
Anche il talento ha bisogno di tempo, come dice Adriano Panatta nella bellissima docu-serie “Una squadra”, in cui, raccontando la sua vittoria della Coppa Davis nel 1976 con la squadra italiana, fa notare che oggi il tennis è tutto velocissimo e che di colpi di scena e trovate se ne vedono sempre meno, perchè c’è sempre più potenza e meno estro. Credo che in musica sia la stessa cosa. Se c’è più tempo si può inventare qualcosa di meglio, di nuovo e di veramente originale.
Quale progetto ti piacerebbe realizzare, se avessi budget illimitato?
Vorrei dar vita a un locale di musica dal vivo, non troppo grande, con un bell’impianto audio e gli strumenti sempre pronti per le serate open stage. Sarebbe bello avere un locale come il Druso anche a Milano, perché oggi manca una realtà così. Ci vuole un posto per i ragazzi, dove i ragazzi possano andare anche senza sapere chi si esibirà quella sera, perché sicuramente sarà qualcuno di interessante, dove non si viene spennati con le consumazioni (ride), e dove magari si incontreranno altri musicisti con cui domani in futuro si suonerà assieme. Questo sogno, questa scintilla, mi si è accesa leggendo il libro di David Byrne “Come funziona la musica” che consiglio a tutti (sottoscrivo, N.d.A.).
Con quale artista ti piacerebbe suonare?
Sogno di suonare anche un solo pezzo con Peter Gabriel, tipo “In Your Eyes”, con Manu Katchè alla batteria ed il resto della sua band storica. Sarei a posto per la vita (ride).
Qual è il disco che hai ascoltato di più nel 2024?
Sicuramente “Cloud 9” di George Harrison.


