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Stefano Fagiuoli, direttore della Gastroenterologia e del Dipartimento di medicina, in quel febbraio del 2020 era nell’occhio del ciclone di una tragedia Covid che ha segnato per sempre Bergamo e la sua provincia

Bergamo. Misura le parole come fossero dosi di un farmaco. Una dote necessaria e utile per descrivere e far capire che cosa è stata la pandemia Covid 19 all’interno dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo.

Stefano Fagiuoli, direttore della Gastroenterologia e del Dipartimento di medicina, in quel febbraio del 2020 era nell’occhio del ciclone di una tragedia che ha segnato per sempre Bergamo e la sua provincia.

“È un ricordo abbastanza strano. In alcuni momenti sembra perso nel passato, in altri sembra giusto ieri, quindi vuol dire che c’è ancora qualcosa di non concluso, non risolto” ammette all’inizio dell’intervista.

Prima che la catastrofe si abbattesse sul Papa Giovanni XXIII, Fagiuoli ricorda il “fermento di domande, di interrogazioni che facevamo a colleghi in giro per il mondo”. “Ricordo che guardavamo anche con un po’ di stupore, quasi ci fosse dell’esagerazione, quando in Cina in 48 ore avevano costruito un ospedale da campo per il ricovero di pazienti colpiti dal Covid. Sembrava che fossero misure un po’ fuori dalla realtà, perché lontano da noi”.

Il nastro della memoria torna a sabato 22 febbraio 2020. “Quel mattino ci siamo ritrovati con la direzione, un gruppo di medici e il personale dell’ospedale per decidere come impostare un programma di accoglienza di eventuali pazienti – ricorda Fagiuoli –. Era la prima riunione. Abbiamo pensato di esagerare, di essere un pochino più pronti di quello che poteva sembrare, per cui abbiamo preso la metà di un’unità delle malattie infettive, destinando 24 di quei letti, ipotizzando di confinare in quell’area dei pazienti potenzialmente positivi. Quella che a noi sembrava quasi un’esagerazione, nell’arco di una settimana ci siamo ritrovati ad avere quattro intere unità, da 48 letti ciascuna. I pazienti infetti aumentavamo ogni giorno ed ogni giorno si apriva un’unità. Ricordo le riunioni quotidiane per fare il punto della situazione. Nel giro di 10-15 giorni siamo arrivati ad avere una potenzialità di accoglimento di quasi 500 posti dedicati ai pazienti Covid. Questa scelta, ovviamente, di fatto ha interrotto molte altre attività. Erano rimaste attive le urgenze e le emergenze, non va dimenticato che abbiamo anche fatto dei trapianti durante il Covid. Ma la rapidità di riempimento dell’ospedale è stata clamorosa”.

“Siamo arrivati ad avere 80 o 100 pazienti con la CPAP, cioè con un modello di aiuto alla respirazione, che normalmente è un evento che fuori dalle rianimazioni nel nostro ospedale coinvolgeva due o tre persone” ricorda il professore.
Nell’emergenza tutti i medici, dall’oculista al ginecologo, al Papa Giovanni hanno imparato le basi della ventilazione per soccorrere ed assistere i pazienti. “C’è stato un grande lavoro per creare delle turnazioni – prosegue – dall’oggi al domani abbiamo fatto delle squadre composte da uno specialista, che potesse essere un pneumologo, un infettivologo e tutti i medici erano a supporto e di queste unità. Era stato potenziato il sistema di erogazione dell’ossigeno”. “C’era un gruppo che si occupava quasi giornalmente di aggiornare quelle che erano le indicazioni su come comportarsi, la diagnosi, le ventilazioni, le terapie, i nuovi approcci, ma anche dal punto di vista organizzativo, logistico e amministrativo”.

Fagiuoli sottolinea come la pandemia abbia completamente stravolto il rapporto tra medici ed infermieri. “Con le riforme degli ultimi anni negli ospedali si era un po’ scollata la figura del medico con quella dell’infermiere, nel senso che avevano dirigenze differenti, modalità di approcci non sempre così integrati come dovrebbero essere – osserva -. L’emergenza Covid ha dimostrato che queste figure sono entrambe centrali nell’ospedale. Lo dico perché è una cosa che ho detto in quei giorni ed è assolutamente ciò che penso ancora oggi”.

Nel vortice dell’emergenza i medici e gli infermieri erano considerati degli eroi. Poi qualcosa si è perso.

“Io non amo gli eccessi in nessun modo – ribatte Fagiuoli -. Verso la metà di aprile del 2020 quando si parlava di questa storia degli eroi. Io dicevo che non c’era bisogno di scomodare terminologie di questo tipo e che comunque sarebbe finita in fretta. Tutti dicevano “ne usciremo migliori”. Io dicevo: “non sono così certo”. Perché sono talmente forti le emozioni, le interazioni, le paure, le incertezze che può essere che ne usciamo più forti, ma può anche essere che questa cosa tiri fuori un po’ il peggio delle persone. Purtroppo è ciò che è successo. Ed il passaggio da eroi a abbasso la scienza con i cartelli nelle piazze è stato doloroso. Questo è il dolore più forte che mi rimane per una serie di motivi: si è scollata quella capacità di fiducia relativa che c’era tra la popolazione in generale e la classe medica. Questa è la cosa in assoluto peggiore che io trovo sia rimasta dal Covid”.

Stefano Fagiuoli

Il tempo non sembra passato per Fagiuoli.

“Io ormai non sono più di primo pelo e una cosa che ho imparato da quando ho iniziato a fare questo mestiere è che non sono i casi che vanno bene, quelli che ti danno soddisfazione, quelli in cui è facile comunicare a qualcuno ‘siamo usciti assieme vincendo da questa cosa’. Il difficile è comunicare quando non ce l’hai fatta. Quando non hai capito, quando non sei riuscito, quando non c’è stato nulla da fare. Per cui, certamente, noi abbiamo avuto vicende particolarmente coinvolgenti durante il Covid, abbiamo avuto dei colleghi che hanno passato mesi in condizioni assolutamente disperate, con pochissima speranza che ce la potessero fare e poi ne sono venuti fuori. È chiaro che quello è un sollievo, è una meraviglia. Però il momento più terribile della mia esperienza nel Covid è stato un momento quasi isolato, un momento al di fuori dall’attività di corsia. È stato quando verso fine maggio ho dovuto fare quello che amministrativamente noi facciamo abitualmente, cioè controlliamo le cartelle dei ricoveri, verifichiamo tutti i passaggi, le terapie e magari approfittiamo per fare l’epicrisi di qualche caso. E lì diciamo che quando uno chiude 100 cartelle è un momento doloroso perché ne trovi una magari dove c’è qualcuno che non ce l’ha fatta in quel ricovero. Quindi ti fermi, la guardi, cerchi di capire se c’era qualcosa di più. Quando io ho chiuso le cartelle della prima tornata del Covid erano circa 480 cartelle e la proporzione di decessi in quelle cartelle ha sfiorato il 25%. Mi sono chiesto che mestiere stessi facendo. Nella mia carriera, ripeto, sono meno dell’1% le persone che in un ricovero che non ce la fanno. Quando sono il 25%… è stato difficile anche leggerle quelle cartelle. Ricordo che ero in questa stanzina dell’archivio e devo dire, e non ho nessuna vergogna a dirlo, che mi sono messo a piangere pensando che forse era inutile il lavoro che stavo facendo se questo era il risultato. Poi, invece, ci siamo accorti che questo era il risultato in tutto il mondo”.