La recensione
|“Mickey 17”, una società ideale che prospera dimenticando cosa significa essere umani
Bong Joon-ho torna ad analizzare disuguaglianze sociali e rapporti di classe attraverso l’improbabile eroe Mickey Barnes (Robert Pattinson), che si ritrova nella particolare circostanza di prestare servizio ad un titolare che esige l’impegno definitivo sul lavoro, ovvero morire, per vivere
Titolo: Mickey 17
Titolo originale: Mickey 17
Regia: Bong Joon-ho
Paese di produzione / anno / durata: Stati Uniti, Corea del Sud/ 2024 / 137 min.
Sceneggiatura: Bong Joon Ho
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Yang Jin-mo
Suono: Jung Jae-il
Cast: Robert Pattinson, Naomi Ackie, Steven Yeun, Toni Collette, Mark Ruffalo
Produzione: Warner Bros. Pictures, Plan B Entertainment, Offscreen, Kate Street Picture Company
Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia
Programmazione: Conca Verde Bergamo, UCI Cinemas Orio, Garden Clusone, Starplex Romano di Lombardia, Arcadia Stezzano, Treviglio Anteo spazioCinema
La disperazione degli ultimi, uomini- scarto della società divenuti semplice materia organica da riutilizzare a piacimento, guarda alla realtà contemporanea all’interno dell’immaginario steampunk di “Mickey 17”, il nuovo film di Bong Joon-ho, dal 6 marzo al cinema.
Adattamento di un romanzo di Edward Ashton, il film del regista sudcoreano (Oscar al miglior film per “Parasite”) mostra le vicende dell’improbabile eroe Mickey Barnes (interpretato da Robert Pattinson) che, per sfuggire agli usurai, decide di imbarcarsi su un’astronave diretta al pianeta Niflheim. Un pianeta ghiacciato, direzione di un pellegrinaggio interstellare delle masse, a causa di mancanza di opportunità sulla Terra. L’anno è il 2054 e verso il pianeta popolato dai creeper (gli “striscianti”, creature simili ad enormi vermi) guardano le mire espansionistiche del miliardario Kenneth Marshall (Marc Ruffalo) e della moglie Ylfa (Toni Colette), con l’idea di colonizzarlo e di fondare una nuova civiltà. Mickey si imbarca sull’astronave con un contratto da “Expendable” (“Sacrificabile”), che lo tramuta in una persona destinata a morire ripetutamente ed in modi sempre diversi, tra esperimenti scientifici e missioni in luoghi potenzialmente pericolosi. Una vera e propria cavia umana, utilizzata per testare l’abitabilità del pianeta alieno, che, grazie ad una particolare tecnologia, può venire “ristampata” e rigenerata dopo la morte, mantenendone nel frattempo coscienza e ricordi. Seguono morti sempre più assurde, fino a quando Mickey 17 non ritorna inaspettatamente vivo dalla missione e trova, alla base, la sua nuova copia, Mickey 18 (un doppio Pattinson), quando invece dovrebbero alternarsi. Un fatto imprevisto, un caso di “multipli” che scombussola equilibri interni, relazioni ed anche il sistema stesso della base spaziale.
Bong Joon-ho torna a mostrare le disuguaglianze sociali ed i rapporti di classe già analizzati in “Snowpiercer”, sempre con un tono oscillante tra il drammatico ed il grottesco, con una fantascienza che guarda criticamente alla realtà. Il Mickey 17 di Pattinson, in fuga dai debiti, può sopravvivere divenendo solo una cavia, un animale da esperimenti per il quale, però, nemmeno la morte ha senso. Un uomo che vede inquadrare la propria essenza nella sola materialità, definito dalla progressione numerica, ironicamente riprodotto quasi fosse il risultato di una stampante, fotocopia identica (con i ricordi conservati) il cui unico motivo per vivere, il suo unico lavoro, è quello di morire. Copie di copie che traggono la loro materialità dalla spazzatura e dagli scarti. Un meccanismo fantascientifico che guarda però alla nostra società in senso tragico, nella disperazione degli ultimi, sfruttati e alienati, che trovano come unico scopo della vita proprio la fine di quest’ultima. La replicabilità e l’eliminazione continua: questo è ciò che vale l’uomo oggi, nei confronti degli sfruttatori che utilizzano l’innovazione tecnologica solo per i propri scopi. Il Kenneth Marshall di Ruffalo, non a caso, guarda esplicitamente a Donald Trump e ad Elon Musk, in un’inquietante contemporaneità dove sembra valere solo la legge dell’ ”Homo homini lupus”, mentre i meno abili diventano carne da macello, carne da possedere ed utilizzare, attraverso uno sfruttamento dalle molteplici declinazioni, da quella lavorativa a quella sessuale.
Il tutto correlato ad una teorizzata “società ideale” espressione massima di colonialismo e populismo, tutto guidato da una propaganda che guarda all’immagine. Un’immagine, però, sempre parziale, sempre ricostruita, sempre specchio di un ideale individualista e non di una multiforme realtà. Un’immagine che nasconde angoscia sempre nel sarcasmo, accompagnato dai toni freddi che, se da un lato si riferiscono direttamente alle caratteristiche del pianeta ospitante (non a caso un aggettivo pieno di significati diversi), dall’altro si rifanno alla rassegnazione di fondo dello sguardo dei vari Mickey.
Non resta allora che l’ascolto, un ascolto attento e partecipe, che possa comprendere bisogni ed istanze dell’altro. Serve un confronto con il diverso, con i “Creeper” della società, per comprendere il dramma e la sofferenza dell’altro. Servono fatica e propensione all’ascolto, per smettere di essere cavie, replicanti, numeri e tornare ad essere, autenticamente, esseri umani.


