Gli danno un calmante, va in coma e muore: “L’antidoto subito dopo l’arresto cardiaco”
Nell’udienza di giovedì 6 marzo ha parlato uno dei medici intervenuti dopo la perdita di coscienza di Jason Mensah Brown: “Il Midazolam è molto usato in emergenza”
Alzano Lombardo. “Con i parenti di Jason Mensah Brown ho parlato di consecutio temporale, non di consecutio causale”. Ci tiene a sottolineare il concetto la dottoressa Silvia Zambelli, il medico di guardia del reparto di Terapia Intensiva dell’ospedale di Treviglio, dove nell’estate 2019 arrivò Jason, 23 anni, ormai in stato di coma dal quale non si è più ripreso.
Arrivava dal pronto soccorso dell’ospedale di Alzano Lombardo dove, a causa del suo stato di agitazione, gli avevano somministrato una dose di Midazolam. Un paio di minuti dopo l’iniezione, praticata in stato di costrizione, il paziente andò in arresto cardiaco. Venne rianimato a fatica, ma il suo cervello non aveva ricevuto ossigeno per troppo tempo e non si riprese più. Morì al Policlinico San Marco di Zingonia qualche mese dopo.
A processo per omicidio colposo ci sono ora A.M., 46 anni, medico e F.P., 40 anni, psichiatra, entrambi di turno al pronto soccorso di Alzano quel 24 luglio in cui il giovane originario del Ghana venne portato lì dalla polizia locale.
“Ho preso in carico Jason, ho controllato i suoi esami e la sua storia clinica basandomi sulle considerazioni dei colleghi e ai parenti ho spiegato ciò che loro avevano scritto – spiega la dottoressa Zambelli dal banco dei testimoni -. Ho parlato con uno zio medico del paziente, che lavora in Canada e anche a lui ho riferito i fatti: stato di agitazione, sedazione, arresto cardio respiratorio, coma. Jason apriva gli occhi, ma non era più cosciente, non interagiva con l’ambiente esterno”.
Il dottor Paolo Longhi ricorda bene quel giorno. Anche lui era di turno al pronto soccorso quando Jason arrivò: “Ero nello studio della caposala quando ho sentito gridare aiuto e chiamare il rianimatore, così sono andato a vedere cosa stava succedendo. Nella saletta psichiatrica c’era un capannello di gente e un ragazzo a terra, prono, con il respiro rallentato. Mi dicono che gli avevano somministrato del Midazolam, così ho detto di portarlo nella shock room e di fargli un’iniezione di Anaxate, un antidoto alle benzodiazepine. Poi è arrivato il rianimatore e ho lasciato il paziente con lui mentre io sono andato a cercare i parenti”.
Il dottor Longhi ha trovato Federica Riva, la compagna di Jason: “Mi ha detto che da 5 giorni era agitato, non mangiava e non dormiva e faceva uso di sostanze stupefacenti”. Il medico ha riferito in aula che il Midazolam è un farmaco ampiamente utilizzato in caso di emergenza, ma non solo: “È una benzodiazepina che agisce in fretta e si smaltisce altrettanto rapidamente. È sicuro perché c’è l’antidoto. In 25 anni non ho mai visto una reazione simile”.
In aula, nell’udienza di giovedì 6 marzo, diversi testimoni hanno riferito dello stato di agitazione di Jason Mensah Brown nel momento in cui è arrivato al pronto soccorso di Alzano: il soccorritore del 118 che era di turno, la guardia giurata che è intervenuta insieme alla polizia locale e ai carabinieri per contenere Jason, uno dei due militari della tenenza di Seriate chiamati in supporto. Raccontano tutti che il 23enne era in preda a una sorta di delirio mistico, si era spogliato completamente, aveva in mano un’immaginetta della Madonna e una di Gesù: “Diceva che erano i suoi genitori, che lui era il diavolo e doveva fare pulizia”.
Nella prossima udienza, fissata per il 15 aprile, verranno sentiti i consulenti di parte: quelli del pubblico ministero Carmen Santoro; quelli della difesa dei due imputati, retta dall’avvocato Marco Zambelli; quelli della parte civile, ovvero il fratello e la fidanzata della vittima, assistiti dall’avvocato Giuseppe Profeta e l’ex compagna, madre del figlio di Jason che ora ha 9 anni, assistita dall’avvocato Paolo Tabasso.



