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A Bergamo l’incontro sul comprensorio unito Colere-Lizzola: “Progetto impresentabile ed insostenibile”

Sotto lo slogan “Verso un futuro senza (R)impianti”, presentate le motivazioni di associazioni e cittadini contrari all’idea che prevede un traforo nel Pizzo di Petto per collegare Val Conchetta e Val Sedornia

Bergamo. “Un progetto che contiene in sé un’insostenibilità sociale, economica e ambientale”. Queste le motivazioni del comitato contrario al comprensorio Colere-Lizzola, che hanno voluto informare sul progetto anche chi vive in città, nella convinzione che le terre alte siano territorio di tutti, volendo salvare le aree alpine soggette al cosiddetto overtourism. Questo era infatti lo scopo di “Verso un futuro senza (R)impianti”, nuovo incontro pubblico tenutosi martedì 4 marzo al Cine-teatro di Boccaleone, con il quale è continuato il dibattito, iniziato più di otto mesi fa, relativo al progetto del comprensorio unito Colere-Lizzola. Un’iniziativa di associazioni e cittadini contrari al progetto, che prevede un traforo nel Pizzo di Petto per collegare Val Conchetta e Val Sedornia, presentato da Rsi, che ha riammodernato gli impianti scalvini con un investimento di circa 22 milioni di euro. Progetto (che dovrebbe concludersi nel 2026) di cui sono state depositate le bozze di convenzione nei Comuni e si attende ora la Conferenza dei servizi.

Una serata, organizzata dall’Associazione Proletari Escursionisti, in collaborazione con il collettivo Terre Alt(r)e, il gruppo OrobieVive ed il comitato “No comprensorio” Val di Scalve, che ha visto intervenire alcuni esperti, nella convinzione comune che il progetto del collegamento Colere-Lizzola sia insostenibile e ormai fuori tempo.

“Il progetto è impresentabile perché guarda al passato, prevede di occupare valli integre con piste, strade e strutture (oltre le opere di protezione) per aggiungere due piste di neanche 3 chilometri, con un investimento di 79 milioni di euro (70 quelli previsti in origine), di cui 51 di soldi pubblici (nonostante le crisi) sottratti ai reali bisogni di chi vive in montagna – spiega AngeloBorroni, ingegnere di OrobieVive – . Si ignora la necessità di interventi sostenibili, essenziali e reversibili per quanto riguarda l’ambiente ed il paesaggio, come richiesto dai Pgt, ed è un progetto insostenibile, perché prevede il raddoppio del consumo di suolo e di risorse (come per l’innevamento artificiale), e fuori tempo, poiché ripropone il modello fallimentare dello sci da discesa mordi e fuggi (previsto ancora un 80% di accessi invernali, puntando ancora, e soltanto, sullo sci da discesa). La destagionalizzazione delle piste e dell’impianto di innevamento, inoltre, non è logicamente possibile, per impianti che vengono utilizzati forse per 90 giorni nell’arco dell’anno. Inoltre, le linee guida europee, nazionali e regionali di adattamento ai cambiamenti climatici prevedono di diversificare e destagionalizzare, ma anche diversificare l’offerta turistica, adattando l’apertura all’effettiva disponibilità di neve. L’innalzamento delle temperature è sempre più evidente, quindi saranno indispensabili impianti di innevamento artificiale che producono la potenza equivalente di una fonderia di media dimensione, utilizzata però in modo discontinuo”.

“Prioritari dovrebbero essere i servizi collettivi per la cittadinanza, e con 70 milioni se ne possono fare molti – precisa FilippoBarbera, sociologo dell’Università di Torino – Si potrebbe implementare l’utilizzo dell’alta tecnologia, che permetterebbe di stare nei luoghi di montagna, con tecnologie appropriate ai contesti. Serve poi guardare anche alla restanza, per la quale i territori devono avere condizioni di abitabilità quotidiana. È necessario radicare lo sviluppo dei territori guardando ai desideri ed ai bisogni delle persone”.

Un dibattito, sulla necessità di uno sviluppo del comprensorio, che guarda necessariamente anche al cambiamento climatico delle aree montane. “In cento anni, la temperatura è variata di oltre un grado, un aumento di temperatura mai visto in termini di velocità” spiega RamonaMagno, climataloga, coordinatrice scientifica dell’Osservatorio Siccità del Cnr. – In Italia, dal 2010 al 2024, si sono registrati gli anni più caldi.

Basandosi sulla stagione 2024-2025 le precipitazioni nevose sono diminuite, le temperature sono state molto più alte della media. Il periodo di copertura nevosa nelle aree montane, a livello globale, tra il 1982 e il 2020 è diminuito in media di circa 15 giorni in un anno. Per il futuro, è prevista un’ulteriore diminuzione dei giorni di copertura nevosa. Se valutiamo l’impegno del contenimento di temperatura del grado e mezzo del riscaldamento globale, bisogna considerare che, nelle aree montane, la temperatura sta aumentando ad una velocità doppia (2 gradi) rispetto ad altri ambienti. Negli ultimi vent’anni è inoltre aumentata la variabilità, più mesi secchi si alternano a più mesi con surplus di pioggia (che spesso si traducono in nubifragi)”.

Diversi aspetti che si inseriscono in un dibattito sempre più continuo e partecipato, in attesa degli sviluppi in merito alla Conferenza dei Servizi.