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Oltre il Covid, Ariela Benigni: “Ricerca fondamentale, grande impulso dalla pandemia”
Ariela Benigni, segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri

La ricercatrice, segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri: “I ricercatori si sono messi al servizio della comunità per aiutare ad affrontare l’emergenza”

“Nell’immaginario collettivo il lavoro dei ricercatori è spesso considerato lontano dall’attività utile per la popolazione nell’immediato, ma con il Covid-19 non è stato così. I test che costituiscono la base del lavoro di ricerca sono stati messi a disposizione della comunità durante l’emergenza sanitaria portando un contributo importante e un aiuto alle istituzioni”.

Così la dottoressa Ariela Benigni, segretario scientifico dell’Istituto Mario Negri, sottolinea l’apporto dato dai laboratori di ricerca nel superamento della pandemia da Covid.
La presenza dell’Istituto Mario Negri sul territorio ha avuto un ruolo strategico notevole, considerando che la provincia bergamasca è stata particolarmente colpita. A cinque anni dallo scoppio di quel dramma, abbiamo intervistato la dottoressa Benigni chiedendole di ripercorrerne le fasi.

Che cosa ricorda della pandemia?

Eravamo tutti impreparati, compresi noi ricercatori. Non si sapeva nulla del virus SARS-Cov2 e di come si potesse affrontare una pandemia da esso generata. In un contesto che inizialmente era molto confuso e poi è diventato drammatico, è stato positivo il fatto che chi lavorava nei laboratori di ricerca ha fermato la propria attività e ha dato completa disponibilità alla comunità, per aiutare ad affrontare l’emergenza sanitaria. Il contributo dei ricercatori è stato utile in molteplici ambiti, a cominciare dall’esecuzione dell’analisi molecolare dei tamponi, che costituisce la base di alcuni nostri test e ha permesso di dare aiuto all’ATS sommersa da richieste da tutta la popolazione. Mentre effettuavamo i tamponi ci siamo resi conto, attraverso esperimenti paralleli all’analisi diagnostica, che esistevano diversi gradi di positività al Covid ovvero i tamponi positivi contenevano una carica virale che infettava e faceva morire le cellule delle vie respiratorie in coltura. Alcuni tamponi erano positivi ma avevano una carica virale molto bassa che non era in grado di infettare le cellule, da qui abbiamo suggerito il concetto di “debolmente positivo” per indicare quei tamponi di individui che pur positivi non erano in grado di infettarne altri e quindi avrebbero potuto uscire dall’isolamento. Se ricordate, durante il bollettino giornaliero dell’Istituto Superiore di Sanità riguardo all’esito delle valutazioni dei tamponi positivi si è iniziato a usare l’ espressione “debolmente positivo”. Un altro contributo dalla ricerca è stato fornito dall’analisi degli anticorpi.

Perché è stato importante?

Effettuando l’analisi degli anticorpi in un campione significativo di soggetti nell’area bergamasca, abbiamo visto che la malattia era molto più diffusa di quello che si pensava. La presenza di anticorpi nei campioni di questi soggetti era espressione del fatto che questi individui erano venuti in contatto con il virus e i numeri dei possibili soggetti infettati era molto superiore a quelli ufficiali. È stato utile perchè le persone fossero consapevoli del fatto che eravamo di fronte a un virus molto infettivo e che non era una banale influenza. Una parte del nostro impegno è stato dedicato al monitoraggio dello sviluppo e della diffusione delle varianti del virus: l’aver fatto parte di un network nazionale di laboratori che le identificava ha permesso anche di stabilire quali fossero patogenetiche, ossia responsabili dell’insorgenza della malattia, e quali non. Durante la pandemia una delle preoccupazioni era come monitorare i soggetti che potevano riprendere un’attività e uscire dall’isolamento. Pensare di utilizzare solo i tamponi sarebbe stato difficoltoso per i tempi di risposta e per la difficolta nell’approvvigionamento dei reagenti necessari.
Era necessario poter contare su un test rapido ma c’erano perplessità anche nella comunità scientifica sull’affidabilità. Quindi ci siamo dedicati alla validazione di un test rapido per la ricerca di anticorpi e i nostri studi hanno permesso di verificarne la sensibilità e la precisione. È stata la strada che ha permesso a molti di verificare in tempi rapidi se ritornare ad una vita di comunità, ancora ora una risorsa molto utilizzata.

Dalla ricerca, poi, sono arrivati i vaccini.

Prima della pandemia da Covid, la ricerca mondiale stava lavorando da molti anni sui vaccini a RNA messaggero per la cura di certi tipi di tumore. Questa tecnologia è stata messa a servizio dell’emergenza sanitaria e in poco tempo, facendo tutte le prove cliniche necessarie per stabilire che fossero sicuri ed efficaci, si è giunti ai vaccini anti-Covid che si stima abbiano salvato 20 milioni di individui. Per quanto riguarda le cure, all’Istituto Mario Negri siamo stati tra i primi a ipotizzare che i farmaci antinfiammatori potessero essere una terapia efficace, soprattutto se usati nelle prime fasi dell’infezione. L’ipotesi si basava su studi in laboratorio che dimostrano che il virus, una volta infettato l’organismo, induce una risposta infiammatoria massiva e su uno studio clinico condotto dal nostro direttore, il professor Giuseppe Remuzzi, e dal professor Fredy Suter, per anni primario di malattie infettive all’ospedale Papa Giovanni XXIIIdi Bergamo. Lo studio clinico ha dimostrato che gli antiinfiammatori riducevano la gravità del Covid in un centinaio di pazienti e costituivano una valida terapia. Il loro lavoro ha aperto linee di ricerca che tuttora stiamo seguendo, finalizzate a capire come i diversi antinfiammatori possono inibire il legame del virus alle cellule umane delle vie respiratorie.

Gli antinfiammatori inibiscono questo legame?

Si, stiamo cercando di capire come e per quanto lo fanno. All’inizio era una questione legata al virus responsabile della pandemia, mentre ora è un’importante linea di ricerca che può fornire indicazioni utili per altre virus respiratori che potrebbero generare nuove pandemie. Ma c’è un altro dato significativo per il presente e il futuro.

Quale?

Nei nostri studi in laboratorio abbiamo visto come il virus riesce a infettare le cellule delle prime vie aeree e quali sono le alterazioni che induce in queste ultime. Un evento che segue l’infiammazione è l’attivazione del sistema del complemento, che è la prima risposta del sistema immune a virus e batteri. Da questi studi è emerso che oltre agli antinfiammatori gli inibitori del sistema del complemento possono essere utili nelle infezioni da virus che colpiscono l’apparato respiratorio e questo apre prospettive per avere nuovi farmaci che potrebbero essere utili se si verificassero altre pandemie.  Infine il nostro lavoro di ricerca ha permesso di stabilire quali sono i geni che predispongono a sviluppare un Covid severo. Attraverso lo studio ORIGIN che ha
comparato l’assetto genetico di individui che hanno avuto Covid grave (che hanno avuto ventilazione meccanica e/o ricovero in terapia intensiva) rispetto a quelli che hanno avuto una malattia meno grave o non si sono ammalati affatto, abbiamo capito che avere ereditato una serie di geni dai nostri antenati, gli uomini di Neanderthal, predispone ad avere una malattia più grave. Ai nostri antenati questi geni servivano per essere pronti a reagire ai pericoli, a noi che viviamo in un mondo diverso questi geni ci fanno reagire in modo esagerato al virus e ci ammaliamo di più!