Negozi di vicinato, a Bergamo 2.600 in meno in 20 anni: in tre paesi nemmeno un alimentari – La mappa
La desertificazione commerciale avanza a un ritmo preoccupante, legata a doppio filo alle mutate dinamiche demografiche: in oltre venti dei nostri paesi rimane un solo negozio di prossimità, numero quasi raddoppiato dal 2005. La “città a 15 minuti” rimane un miraggio
Dai 12.568 negozi di vicinato del 2005 ai 9.968 del 2024: in 20 anni in provincia di Bergamo sono scomparse 2.600 piccole attività, un’emorragia drammatica che in particolare nelle zone montane ha ridotto all’osso, se non azzerato, l’offerta, legandosi a doppio filo al tema dello spopolamento.
A pagare il conto più pesante sono stati i negozietti di una volta, attività tradizionali che da sempre rappresentano un presidio territoriale importante, custodi di valori comunitari che difficilmente potranno essere ereditati da insegne della grande distribuzione.
Una desertificazione commerciale sempre più evidente, che se da un lato ha colpito “democraticamente” comuni di ogni dimensione e collocazione geografica, dall’altro ha indubbiamente avuto un impatto più critico nei borghi e nei piccoli centri, molti dei quali rimasti orfani di alcuni servizi di base.
Secondo un indice realizzato nell’ambito del progetto Urban Pulse 15 del Centro studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne in collaborazione con Il Sole 24 Ore, solo il 39% degli italiani può accedere a un punto vendita alimentare che si trova a pochi minuti a piedi dalla propria abitazione: una fotografia ben precisa di quanto sia ampia ancora la distanza dal concetto della “città a 15 minuti“, teorizzato dallo scienziato franco-colombiano Carlos Moreno e preso ad esempio da numerosi sindaci di città europee per una ripianificazione urbanistica che abbia come obiettivo primario il miglioramento delle condizioni di vita delle persone.
Calato sulla realtà bergamasca, il tema denota una certa urgenza: un bergamasco su tre vive infatti in paesi con meno di cinquemila abitanti, dove la popolazione residente in un solo anno è passata da 357mila a 344mila persone. Il declino demografico, dato da una bassa natalità, da una progressiva crescita della quota di over 65 e da dinamiche migratorie giovanili sempre più accentuate, sta portando a un impoverimento di aree che rischiano davvero di essere completamente svuotate, di persone e di servizi.
Un report di Confesercenti incentrato sul commercio ha messo in luce come negli ultimi 10 anni oltre 26 milioni di residenti abbiano visto sparire definitivamente dal proprio territorio comunale una o più attività “di base”, dagli alimentari alle edicole, dai bar ai distributori di carburante.
“Un fenomeno che ha importanti implicazioni socioeconomiche, a partire dalla diminuzione della qualità della vita nelle aree colpite e dall’incremento dell’abbandono dei territori meno popolati in favore di quelli più urbanizzati – si legge nella ricerca -. La chiusura di attività commerciali di base, infatti, comporta non solo una riduzione dei posti di lavoro locali e la diminuzione delle entrate fiscali comunali, ma anche una minore coesione sociale, la riduzione delle opportunità di interazione e una maggiore necessità di spostamenti, con potenziale aumento dei costi di trasporto e del tempo impiegato per accedere ai servizi. Complessivamente, sono stati 5.653 i comuni interessati dal processo di desertificazione, principalmente comuni piccolissimi (meno di 5mila abitanti) e piccoli (tra 5 e 15mila residenti). Tra i comuni colpiti, 2.620 hanno registrato la sparizione di una sola attività di base, 1.784 di due e 1.249 di tre o più. Milioni di residenti si trovano dunque costretti a percorrere chilometri per soddisfare bisogni primari e acquistare beni di uso quotidiano”.
Bergamo, come detto, non ha fatto eccezione.
In base ai dati raccolti da Regione Lombardia, aggiornati al 30 giugno 2024, in provincia ci sono due comuni completamente sprovvisti di negozi di vicinato, intesi come esercizi commerciali con superficie di vendita non superiore a 150 metri quadrati nelle realtà con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 250 metri quadrati nei comuni con popolazione residente superiore.
Si tratta di Oltressenda Alta e Valnegra. Il primo, 136 abitanti, in Val Seriana dal 2005 al oggi non ha mai visto nascere un negozio di vicinato. Il secondo, poco più di 200 anime, in Val Brembana, dal 2005 al 2014 ha sempre avuto 2 negozi, uno di merceologia mista e uno non alimentare, che ha resistito fino al 2022. Dal 2023, invece, tutte le serrande si sono abbassate, lasciando un vuoto preoccupante.
Preoccupante come la situazione a Bedulita, dove sopravvive un solo negozio, ma non alimentare, tipologia che manca dal 2006, dopo la chiusura dell’ultimo esercizio a merceologia mista.
Dai dati regionali anche a Chignolo d’Isola e Foresto Sparso non figurano negozi di vicinato a stampo alimentare, ma in entrambi i paesi la cittadinanza ha la possibilità di acquistare cibo e bevande in esercizi che rientrano in altre classificazioni, rispettivamente un supermercato e un negozio di prodotti Bio e due minimarket.
Allargando lo sguardo a tutte le tipologie di servizi, invece, sono 22 i Comuni bergamaschi dove la comunità può fare affidamento su un solo negozio di vicinato: la maggior parte in Val Brembana e Valle Imagna, un paio in Val Seriana, diversi tra la Val Cavallina e le colline che sovrastano il Sebino. Le caratteristiche sono simili: esclusa qualche eccezione (Berzo San Fermo, Gandosso, Viadanica e Torre De’ Busi), non raggiungono i mille abitanti e molti si fermano molto prima, a qualche centinaia.
Vent’anni fa erano tredici, 10 anni fa sedici: il processo, dunque, oltre che inarrestabile sembra anche aver subito un’accelerazione
LE MAPPE
Per esercizi di vicinato si intendono quelli aventi superficie di vendita non superiore a 150 mq nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 250 mq nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti. “Alimentari” indica esercizi con superficie solo alimentare, “Non alimentari” con superficie solo non alimentari, “Merceologia mista”, con superficie alimentare e non alimentare.
Per il 2024 non è disponibile il dato su Tavernola, che nel 2023 contava un totale di 19 negozi di vicinato: 4 alimentari, 8 non alimentari e 7 di merceologia mista.
Per scoprire i dati esatti di ogni comune, scorri sulla mappa o scegli quello di tuo interesse dal menù a tendina.
2005
2014
2024
L’ANALISI DI CONFESERCENTI
Nel proprio report Confesercenti sottolinea come molti negozi di vicinato, per adeguarsi al cambiamento dei modelli di consumo, “hanno incrementato la propria presenza online, mentre altri hanno rivisto le proprie strategie di vendita e di marketing per bilanciare l’esperienza in negozio con l’efficienza del commercio digitale”.
Un commercio che cambia insieme alle dinamiche demografiche, con la maggiore urgenza rappresentata dall’invecchiamento della popolazione che “ha portato un aumento della domanda di servizi di prossimità e di beni specifici per le persone anziani, ma allo stesso tempo, il calo demografico nei piccoli comuni e nelle aree rurali ha causato la chiusura di molti esercizi commerciali, contribuendo a un processo di desertificazione economica in alcune zone del Paese”.
Il ruolo cruciale che il commercio di prossimità ricopre in termini di qualità della vita e di sviluppo dell’economia locale è riconosciuto universalmente: “Negozi di vicinato, mercati locali e botteghe storiche non solo forniscono beni e servizi essenziali ai cittadini, ma contribuiscono anche a mantenere vivo il legame sociale e culturale tra le comunità. Le attività commerciali presidiano il territorio con le loro vetrine, offrendo una visione di città attiva, popolata e più sicura. Ancora, rappresentano presidi sociali reali, creano valore; contribuiscono a preservare l’idea di Koinè ed Agorà, delle piazze e delle strade come spazi comuni vissuti e elementi identitari per la comunità. Se il tessuto commerciale è forte, non c’è spazio per situazioni di degrado persistenti”.




