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Leggi carcerogene, sovraffollamento e suicidi: Daria Bignardi racconta il carcere in “Ogni prigione è un’isola”
Daria Bignardi e Paola Suardi

Daria Bignardi ha presentato il suo ultimo libro all”interno della rassegna “Tierra! Nuove rotte per un mondo più umano”

Erano circa duecento all’Auditorium “Gramsci” di Verdellino ad ascoltare la nota giornalista, conduttrice e autrice tv che ha presentato il suo libro “Ogni prigione è un’isola” (Mondadori). Dal 2009 Daria Bignardi è anche scrittrice e questo suo nono libro è incentrato sulla relazione dell’autrice con il carcere. Una frequentazione che si protrae da trent’anni – un caso di “carcerite”, sorride Bignardi, il male che affligge molti operatori del carcere – e l’ha vista collaborare con le attività trattamentali del carcere – quelle volte a dare alla pena un senso rieducativo del detenuto – come volontaria e come giornalista, in più ambiti e diverse occasioni.

Perlopiù a San Vittore ma non solo. Il libro parte dunque da un tracciato autobiografico e offre una fotografia attuale del mondo carcerario arricchita da dati puntuali e dalle storie delle persone incontrate, che Bignardi sa raccontare cogliendone il senso.

Con questo approccio il libro tocca, a partire dal titolo, il tema dell’isolamento, delle “ragioni del male” – frutto della società o del libero arbitrio dell’individuo? –, del sovraffollamento e dei suicidi, ma anche dell’utilità o stupidità del carcere, della giustizia riparativa, delle pene alternative, del reinserimento dopo aver scontato la pena.

“Oggi le leggi “carcerogene” (sic) affollano ulteriormente le prigioni e le rendono quasi una forma di welfare carcerario, o un albergo dei poveri, il fenomeno non è solo italiano” dice Bignardi.
È un fatto che oggi la popolazione carceraria – 60.000 detenuti in Italia a fronte di una capienza di 50.000 posti – è in buona parte rappresentata da immigrati che hanno commesso reati minori, da casi psichiatrici con forti legami alla tossicodipendenza, da detenuti privi di domicilio che finiscono per tornarci perché non hanno altro posto dove andare.

Problemi da cui non è esente anche il carcere di Bergamo, afflitto dal sovraffollamento (590 detenuti a fronte di una capienza di 320) e da un rallentamento sul fronte trattamentale nonostante le tante attività in essere da tempo, nate in collaborazione con un territorio attento e disponibile verso il carcere. La chiacchierata tra Daria Bignardi e Paola Suardi – volontaria del carcere di Bergamo che collabora con la rivista “Spazio. Diario dalla prigione” e con il laboratorio di confezione “Ricucendo” – ha catalizzato l’attenzione dei presenti con riferimenti diretti alle reciproche esperienze. Entrambe concordano che le attività trattamentali durante la detenzione – e che abbattono il tasso di recidiva dal 70 al 17% – interessano ancora numeri troppo piccoli.

“In carcere c’è tutto quel che conta – sostiene l’autrice – ed è un avamposto dove le cose succedono velocemente e prima”.
“E in questo libro c’è tutto quello che riguarda il carcere e di cui ha senso parlare – chiosa Paola Suardi.

Daria Bignardi