La sfida europea è particolarmente rilevante: bilanciare un delicato trade-off tra la fermezza di una posizione negoziale condivisa e la necessità di proteggere e rinvigorire una partnership alla quale non possiamo rinunciare
Dopo settimane di anticipazioni, indiscrezioni ed attesa i dazi americani nei confronti dell’Europa sono diventati realtà. Il presidente Usa Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo con il quale si impone a partire dal 12 marzo una tassazione del 25% per l’acciaio e l’alluminio che verrà esportato negli Stati Uniti, e più di recente ha annunciato che misure analoghe potrebbero estendersi ad una gamma più ampia di merceologie, includendo auto, prodotti farmaceutici e tecnologici.
Il nuovo corso americano in materia di politica commerciale è stato accolto con preoccupazione dall’Europa e soprattutto dall’Italia, un paese che si trova ad essere il quarto esportatore mondiale, con più di 620 miliardi di export nel 2024, dei quali oltre il 10% (circa 64 miliardi) negli Stati Uniti, l’equivalente di due leggi di bilancio dello stato italiano.
Procedendo con ordine, viene spontaneo chiedersi quale sia l’obiettivo di questi dazi e la risposta ci può essere fornita in modo abbastanza chiaro dagli eventi recenti che hanno caratterizzato l’imposizione di misure analoghe, prima annunciate e poi tenute in sospeso, nei confronti di Messico e Canada.
L’ottica con la quale l’attuale amministrazione americana utilizza lo strumento del dazio è da intendersi, almeno in parte, in modo transazionale: deviando da quella che teoricamente è la funzione principale del dazio (ovvero proteggere un’industria locale da una concorrenza estera con la quale non è possibile competere per varie ragioni) l’esecutivo USA sta adoperando i dazi per negoziare delle partite commerciali o di altro tipo che non necessariamente hanno a che vedere con il settore direttamente coinvolto dall’applicazione delle misure protezionistiche.
Esempio lampante è quello del Messico: l’imposizione dei dazi al 25% è stata messa in pausa quanto la Presidente messicana Sheinbaum ha proposto di schierare 10.000 soldati della Guardia Nazionale al confine con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di contenere l’esportazione di narcotici ed il flusso illegale di migranti. Ecco che l’obiettivo di Trump è stato in questo caso raggiunto: rinforzare la cooperazione messicana nel risolvere due problemi ritenuti critici, utilizzando il dazio come leva.
Il metodo può piacere o meno, ma la meccanica è chiara.
Tornando all’Europa, l’applicazione dei dazi arriva dopo ripetute dichiarazioni che descrivono un rapporto commerciale tra europei ed americani non equilibrato, con i primi che venderebbero più di quanto comprano ai secondi, generando una bilancia commerciale in deficit per gli americani. Ma come stanno effettivamente le cose? Analizzando le statistiche ufficiali ci rendiamo conto di come effettivamente, se parliamo di beni tangibili, l’Europa venda agli americani un controvalore pari a circa 503 miliardi di euro, mentre ne acquisti per 347: lo squilibrio è pari a circa 157 miliardi di euro a favore degli europei.
Tuttavia, se guardiamo all’altra componente dei nostri scambi commerciali, ovvero i servizi, ci rendiamo conto di come la dinamica sia di segno opposto: acquistiamo dagli americani servizi per circa 427 miliardi e ne vendiamo per 319. Lo squilibrio è a favore degli americani per 109 miliardi di euro.
L’effetto combinato di beni e servizi vede quindi gli europei vendere circa 50 miliardi di euro in più rispetto a quanto acquistano: un valore tutto sommato non eccessivo se confrontato con la grandezza delle economie in gioco (ricordiamo che il Pil americano si aggira nell’intorno dei 27.000 miliardi di dollari annui).
Il riequilibrio del commercio tra Stati Uniti ed Europa può quindi essere uno dei driver che spingono la nuova politica protezionista a stelle e strisce, ma la questione deve probabilmente essere inquadrata in un contesto più ampio, che vede gli alleati americani chiamare l’Europa a contribuire maggiormente alla protezione degli interessi occidentali nel mondo, a partire dalla sicurezza, e qui arriviamo al punto chiave.
Una guerra commerciale contro gli Stati Uniti sarebbe dannosa per l’industria europea (per la verità anche per la stessa industria americana) e finirebbe per indebolire la preziosa alleanza transatlantica. Un’alleanza, ricordiamolo, tra democrazie chiamate a sostenere e difendere il proprio modello di sviluppo economico e sociale, in un contesto nel quale una nuova schiera di autocrazie ha trovato rapida affermazione e crescita.
Che cosa si può fare dunque per evitare il rischio di avvitarsi in una spirale protezionistica con gli Stati Uniti?
Un approccio ragionevole potrebbe essere quello di focalizzarci su temi che stiano a cuore alla nuova amministrazione americana ed al tempo stesso siano strategici per l’Europa, in merito ai quali potremmo ricercare un accordo vantaggioso per entrambe le parti. Un dialogo efficace potrebbe essere favorito dall’attuale buona intesa tra il nostro governo e l’esecutivo americano, nelle more di una discussione corale europea.
Due punti sui quali ricercare soluzioni reciprocamente vantaggiose potrebbero essere con ogni probabilità gli acquisti di gas naturale liquefatto e quelli di forniture militari da produttori americani. Nel primo caso coglieremmo l’occasione per rinforzare una strategia europea di diversificazione energetica, con particolare riferimento al gas russo (l’avvicinarsi di una pacificazione in Ucraina potrebbe generare la tentazione di riaccendere gli acquisti a buon mercato dalla Russia, ma l’esperienza recente insegna che una diversificazione delle nostre forniture resterebbe quantomai opportuna per assicurare continuità di approvvigionamento in un contesto internazionale volatile), mentre nel secondo caso potremmo rispondere più velocemente ad un’esigenza di potenziamento del comparto militare che è reale e si è resa urgente dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, in un contesto che potrebbe vedere a breve un parziale disimpegno americano dal nostro continente.
Qualunque sia la soluzione, un confronto serrato a colpi di dazi è un’eventualità da scongiurare, sia per l’Europa che per gli Stati Uniti: quanto accaduto nel 2018 è un esempio di come il duello protezionistico non abbia portato benefici. In quel caso Trump introdusse un dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio, colpendo 6,4 miliardi di export europeo in queste merceologie.
L’Europa rispose colpendo circa 2,8 miliardi di beni importati dagli USA, in particolare merci che venivano prodotte in aree a forte consenso repubblicano (si ricordano le motociclette Harley-Davidson, i jeans ed il bourbon whiskey). L’effetto combinato di queste misure da un lato fu mitigato dalle numerose deroghe legislative (i produttori spingevano per l’eliminazione dei dazi), dall’altro fu particolarmente sentito negli stessi Stati Uniti.
Le misure che dovevano proteggere l’industria americana finirono per avere un moderato effetto negativo sul tessuto economico statunitense poiché l’importazione di acciaio (materia prima chiave per i più svariati settori dell’economia) diventava più cara, ed al tempo stesso i produttori locali americani trovavano più conveniente aumentare i prezzi piuttosto che incrementare l’efficienza e la produzione: i loro clienti (nei settori dell’automotive e dell’edilizia tra gli altri) non avevano alternativa e dovettero affrontare un inevitabile aumento dei costi ed una conseguente compressione dei margini.
Come ricordato dal Centro Studi Confindustria, l’impatto netto stimato sul PIL americano fu una contrazione nell’ordine dello 0,2%: un effetto negativo ma contenuto, probabilmente perché i dazi vennero rimossi o sospesi nel giro di breve. È opinione diffusa che nel lungo periodo l’impatto negativo sarebbe stato più rilevante per via della riduzione della concorrenza internazionale e la sopravvivenza di imprese meno efficienti e artificialmente sostenute dalle misure protezionistiche.
La sfida europea è quindi particolarmente delicata e rilevante
La sfida europea è quindi particolarmente delicata e rilevante: bilanciare un delicato trade-off tra la fermezza di una posizione negoziale condivisa e la necessità di proteggere e rinvigorire una partnership alla quale non possiamo rinunciare. Il legame forgiato con gli Stati Uniti si spinge ben oltre gli equilibri di una bilancia commerciale, affonda le sue radici in tutto quello che ci distingue dai regimi autoritari che si affacciano con assertività nella nuova governance del mondo. Anche per questo, la partita dei dazi deve essere giocata in modo strategico e non tattico, all’insegna di una visione ampia, orientata al lungo termine ed il più possibile condivisa con i nostri alleati.

Alessandro Somaschini*, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente Nazionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – Brasile 2024, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, Membro del Comitato Esecutivo di YES for Europe e Presidente della delegazione italiana della G20 Young Entrepreneurs Alliance, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di diverse aziende bergamasche. In passato è stato Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022) e India (2023), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo. È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica. Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management presso l’Università Bocconi di Milano.


