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Pandemia Covid, Garattini: “In parte si poteva evitare, non abbiamo imparato molto”
Nel riquadro, il professor Silvio Garattini

Il presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri: “Se si verificassero nuove emergenze saremmo poco preparati ad affrontarle”

“Purtroppo ci siamo quasi dimenticati di quello che è successo: le persone si affollano peggio di prima e c’è chi non si vaccina, come nel caso dell’antinfluenzale. Non mi pare che abbiamo imparato molto dall’emergenza sanitaria: il problema è che tendiamo a dimenticare gli avvenimenti spiacevoli”. Così il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, invita a una maggior consapevolezza sul dramma della pandemia di Covid 19.

In occasione del quinto anniversario dello scoppio di quella tragedia, ripercorrendone le fasi, il ricercatore, farmacologo e oncologo bergamasco, affermato su scala internazionale con una lunghissima esperienza, spiega che si è trattato di “un vero problema, qualcosa che in parte si poteva evitare: bastava che anche Bergamo diventasse rapidamente zona rossa, applicando tutte le restrizioni che sono state attuate in altre aree della Lombardia, per esempio a Codogno”. Inoltre, evidenzia diverse criticità sistemiche, esprimendo una certa preoccupazione per il presente e il prossimo futuro perché qualora si verificassero eventi simili “saremmo poco preparati ad affrontarli”.

Lo abbiamo intervistato per saperne di più.


Che cosa ricorda della pandemia?

Ho avuto la fortuna di non dover fare il lockdown perché mi era stata rilasciata l’autorizzazione a recarmi regolarmente alla sede dell’Istituto per svolgere le attività di ricerca che si dovevano effettuare e potevano riguardare problemi relativi al Covid-19. Come tutti, ho vissuto l’incubo della mortalità, soprattutto di quella avvenuta a Bergamo, la mia città. È stata un vero problema, qualcosa che in parte si poteva evitare: bastava che anche Bergamo diventasse rapidamente zona rossa, applicando tutte le restrizioni che sono state attuate in altre aree della Lombardia, per esempio a Codogno. È difficile capire perché tali misure non siano state prese, in quanto bisognerebbe conoscere le relazioni interne alle istituzioni, ma di certo è mancato qualcosa. In termini di dibattito pubblico si è ipotizzato che abbiano inciso interessi economici e sicuramente c’è stato un rimbalzo di responsabilità fra il governo e le Regioni, ma il risultato è questo e non cambia. Probabilmente ci sono state parecchie cause, hanno pesato varie motivazioni, però si è giunti alla situazione che tutti noi conosciamo.

Non aveva paura?

Un po’ sì, com’era inevitabile per tutti, ma naturalmente ho sempre preso tutte le precauzioni per ridurre i rischi di contagio. Uscivo indossando la mascherina e stavo attento a non avere troppi contatti con gli altri: anche all’interno dell’istituto osservavamo regole molto rigide.

Lei ha una lunga esperienza in ambito scientifico e una notevole conoscenza a livello farmacologico: conosceva già il Covid oppure lo ha sorpreso?

Ne avevo un’idea molto vaga. Sapevo del virus SARS-CoV ma quello del Covid era poco conosciuto. I dati disponibili man mano sono aumentati e avendo maggiori informazioni abbiamo costruito un quadro della situazione più chiaro, fino a giungere alla preparazione del vaccino anti-Covid. Ho potuto vaccinarmi il 27 dicembre 2020, perché me lo aveva chiesto la Regione per dare il buon esempio e ho accettato volentieri. Ho ricevuto la vaccinazione regolarmente e non ho mai contratto l’infezione, almeno sinora. Potrei averla avuta in forma asintomatica, ma non me ne sono mai accorto.

Non ha avuto alcuna esitazione a vaccinarsi perché è un uomo di scienza?

Una fonte americana mi aveva specificato che il vaccino contro il Covid era stato realizzato in tempi brevissimi, ma c’era stato il tempo per fare gli studi sperimentali. Era stato preparato in trenta giorni all’inizio del 2020 e c’è stata tutta la tempistica per poterlo sperimentare. Si ha avuto un vantaggio molto importante perché le aziende hanno ricevuto parecchie risorse da parte dei governi, quindi hanno potuto al tempo stesso sperimentarlo e produrlo, con l’idea che se fosse andato bene, com’è avvenuto, ci sarebbe stato il vaccino pronto da distribuire, altrimenti si sarebbe gettato via tutto e a pagare sarebbe stato il pubblico.

Potrebbe spiegarci meglio questo passaggio?

Il tempo di sperimentazione è stato regolare, così come quello di produzione. Se ne ha avuto la disponibilità rapidamente perché i vaccini anti-Covid si studiavano e contemporaneamente venivano prodotti. È stata una sorta di scommessa pagata dal comparto pubblico. La vaccinazione non proteggeva dall’infezione, ma assicurava una buona efficacia nel mettere a riparo dalla malattia in forma severa e dalla morte. Abbiamo visto che è stato proprio così: tutto è terminato rapidamente quando ce n’è stata la disponibilità. Israele e Inghilterra hanno cominciato a distribuirli dal 1° dicembre 2020 perché lo avevano prenotato prima, mentre l’Italia non aveva fatto la prenotazione oppure l’aveva eseguita nel modo sbagliato e le somministrazioni sono iniziate a fine marzo, solo attraverso l’esercito pur avendo 35mila medici di medicina generale. Con un’organizzazione diversa avremmo potuto effettuare le vaccinazioni in 14 giorni, invece abbiamo dovuto ricorrere all’esercito. Ma va aggiunta un’altra considerazione.

Quale?

Siccome gli ospedali erano pieni, potevano essere adoperati solo per i pazienti Covid, erano un pericolo e le persone affette da altre patologie non potevano entrarvi. Si tratta di morti che non avevano il Covid: molti decessi si sono verificati perché tante persone non avevano la possibilità di essere ricoverate nelle strutture ospedaliere. Complessivamente, in quel periodo, sono state fatte 400mila operazioni chirurgiche in meno, 1.200 trapianti in meno, un milione e mezzo di screening per tumori in meno e tanti sono venuti a mancare perché non hanno potuto essere curati in maniera tempestiva.

In futuro si potrebbero verificare nuove pandemie?

Certamente. Oggi le probabilità sono maggiori rispetto al passato, perché le persone e le merci viaggiano di più: batteri e virus fanno altrettanto.

E saremmo pronti ad affrontare una nuova pandemia?

Poco, perché permangono diverse criticità. Innanzitutto non abbiamo edifici da adibire alla degenza delle persone in modo da evitare che gli ospedali si riempiano in caso di pandemia. È fondamentale per permettere alle altre persone di essere curate. C’è un provvedimento finalizzato a mettere da parte l’ossigenazione, ma mancano le strutture. Le risorse che sono state messe a disposizione sono troppo poche: avremmo bisogno di ospedali disponibili in caso di emergenza. Per farci un’idea, è quello che avviene con le caserme: abbiamo queste ultime e i soldati, che non sono perennemente in guerra ma qualora servissero sono pronti.

tampone Covid

Oltre a questo problema logistico mancano le risorse umane?

Si, servono maggiori risorse umane in modo che in caso di nuove pandemie si sommino al personale esistente per curare le malattie. Purtroppo, però, abbiamo imparato molto poco dalla drammatica esperienza del Covid.

Che cosa ci ha lasciato il dramma del Covid?

Ci siamo quasi dimenticati di quello che è accaduto: le persone si affollano peggio di prima della pandemia e c’è chi non si vaccina, come nel caso dell’antinfluenzale. Non mi pare che abbiamo imparato molto dall’emergenza sanitaria. Il punto è che tendiamo a dimenticare gli avvenimenti spiacevoli: forse è un meccanismo di difesa che fa parte della natura umana.


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Ma il Covid ha dato una spinta alla ricerca scientifica?

Poco, almeno in Italia quasi per niente. Su questo fronte non abbiamo imparato nulla: il problema del sostegno e della valorizzazione della ricerca nel nostro Paese resta grave. Per avvicinarci alla cifra che spende la Francia dovremmo aggiungere 22 miliardi di euro all’anno, quindi non ci siamo. Purtroppo non ci sono particolari novità: i ricercatori continuano a fuggire all’estero, dove sono pagati meglio. Senza ricerca, però, non c’è futuro: non è una spesa ma un investimento, eppure non viene adeguatamente sostenuta. Dipende dalla politica, ma siamo noi a eleggere i politici, quindi dipende tutto da noi.

Cosa pensa del nuovo piano pandemico?

Il nuovo piano pandemico del governo destina 50mila euro per il 2025, qualcosa di più per il 2026 e 300mila euro per il 2027, ma non si riesce a farci molto. Sono indirizzati alla gestione di un’eventuale nuova pandemia, non rivolti direttamente alla ricerca, ma non consentono di fare granché.

Cosa pensa del fatto che nel piano pandemico sia stato specificato che le libertà individuali non possono essere limitate per motivi sanitari?

Sono parole dette e scritte per soddisfare il desiderio di chi reclama la libertà ed è contrario al green pass, ma i fatti possono cambiare parecchio. Non sono frasi importanti perché nessuno può prevedere che cosa succederà in futuro e non credo che, qualora si dovesse ripetere una situazione drammatica come quella dettata dal Covid, le istituzioni non applicherebbero restrizioni per contenere i rischi di contagio.

Per concludere, quali sono le priorità per il prossimo futuro per essere pronti qualora avvenissero nuove pandemie?

Innanzitutto, come dicevo, dobbiamo adibire alle ospedalizzazioni edifici in cui ricoverare le persone per evitare di trovarci nuovamente nella situazione di cinque anni fa, perché se gli ospedali si riempissero avremmo le stesse problematiche emerse nel 2020.


Qui lo speciale video di Bergamonews per i cinque anni dallo scoppio della pandemia in Bergamasca.

Qui l’intervista esclusiva al professor Garattini lo scorso novembre.

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