Il Covid ad Alzano: “Ci siamo aggrappati a qualcosa. Il dolore insegna: bisogna investire sulla prevenzione”
A cinque anni dallo scoppio della pandemia il sindaco Bertocchi ripercorre quei primi drammatici giorni: “Non sapevamo cosa stavamo affrontando”. L’ospedale sarà riqualificato: “Simbolo di rinascita”
Alzano Lombardo. Affiora il dolore, la paura di quei giorni. Non potrebbe essere altrimenti, cinque anni fa in sole tre settimane Alzano pianse 50 morti: una drammatica ecatombe. Nel mese di marzo furono 108, tanti quanti l’intero anno precedente. Nelle parole di Camillo Bertocchi, oggi come allora sindaco di Alzano Lombardo, si manifesta tutta la tragicità dell’esperienza della pandemia in Val Seriana.
Gli avvenimenti si susseguirono velocemente. Domenica mattina, 23 febbraio, al Pesenti Fenaroli vennero registrati i primi due casi ‘ufficiali’ di Covid 19 nella Bergamasca. Il pronto soccorso dell’ospedale seriano venne chiuso su ordine dell’allora direttore sanitario Giuseppe Marzulli. Venne riaperto dopo poche ore, uno dei punti critici dell’inchiesta giudiziaria che seguì il dramma. Esattamente come la mancata istituzione della zona rossa tra Alzano e Nembro. L’epidemia, si scoprì, era già diffusa a macchia d’olio sul territorio: fu l’inizio della fine.
La chiusura del pronto soccorso dell'ospedale di Alzano il 23 febbraio 2020“Ricordo bene quella domenica mattina – confida Bertocchi -. Ero un padre, preoccupato per i suoi figli. Ma ero anche sindaco e avevo il dovere di rimanere lucido e razionale di fronte ad un qualcosa di completamente inesplorato: non sapevamo a cosa stavamo andando incontro”.
“Avevo il dovere di rimanere lucido: non sapevamo a cosa stavamo andando incontro”
Domenica sera i 243 sindaci del territorio bergamasco vennero convocati al Centro Congressi di Bergamo per un vertice d’emergenza. La prima ondata della pandemia colpì la Bergamasca con una violenza inimmaginabile. “La popolazione aveva bisogno di un punto di riferimento – ricorda il primo cittadino di Alzano -. Nelle prime settimane ci siamo sentiti soli: la comunicazione giornaliera con i cittadini era diventata un momento importante”.
Mancavano le mascherine, i Dpi, l’ossigeno, i tamponi. “Ci siamo organizzati creando una vera e propria centrale di acquisto – rievoca – Grazie a tanta solidarietà siamo riusciti a raccogliere tanto materiale”.

Cinque anni dopo la memoria della pandemia rischia di affievolirsi. “Il ricordo è vivo – riflette Bertocchi – In quei giorni ci siamo aggrappati a qualcosa, stringendoci nonostante l’enorme dolore per la perdita di vite umane. Dobbiamo fare tesoro dei nostri errori, di quello che non ha funzionato: la memoria deve essere continuamente sollecitata. Dobbiamo investire sulla prevenzione, avere dei piani pronti: allo scoppio del Covid non c’era assolutamente nulla e lo si è visto in tutta la sua drammaticità”.
“Ci siamo aggrappati a qualcosa, la memoria deve essere sollecitata”
E Alzano non dimentica. Il 18 marzo (Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid, ndr) si ricorderà la pandemia con l’accensione della Fontana della Comunità in piazza Italia, “un momento simbolo per richiamare la comunità a quel momento di fortezza come virtù cardinale alla quale ci siamo aggrappati”.
L’ospedale Pesenti Fenaroli, uno dei luoghi simbolo del Covid 19 in provincia, sarà sottoposto ad una diffusa riqualificazione: firmato il protocollo d’intesa, nel giro di una decina di anni si procederà con la progressiva demolizione degli attuali padiglioni e la costruzione di una nuova struttura. “Un simbolo di rinascita – osserva il sindaco -. Non sarà un semplice ospedale, ma un luogo di cura in cui la medicina territoriale sarà sviluppata in modo diverso: un vero distretto sanitario, una casa della comunità in cui il cittadino può essere preso in carico e curato”.
L'esterno dell'ospedale di AlzanoAnche ad Alzano dopo mesi di dolore si è ripartiti, ma ora si deve fare i conti con una necessaria modernizzazione del sistema sanitario. L’eredità della pandemia è impressa sulla pelle degli alzanesi, che hanno vissuto in prima persona una delle esperienze più drammatiche della storia bergamasca.

