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“Il seme del fico sacro”, un militante ritratto di famiglia specchio del regime iraniano

Iman è alle prese con il peso psicologico del suo nuovo ruolo di giudice istruttore del Tribunale della Guardia Rivoluzionaria di Teheran. Mentre le sue figlie, Rezvan e Sana, sono scioccate e, allo stesso tempo, elettrizzate dagli eventi di protesta popolare seguiti alla morte di Mahsa Amini, la moglie Najmeh cerca di fare del suo meglio per tenere insieme la famiglia

Titolo: Il seme del fico sacro

Titolo originale: Dāne-ye anjīr-e ma’ābed

Regia: Mohammad Rasoulof

Paese di produzione / anno / durata: Iran/ 2024 / 168 min.

Sceneggiatura: Mohammad Rasoulof

Fotografia: Pooyan Aghababaei

Montaggio: Andrew Bird

Suono: Karzan Mahmood

Cast: Soheila Golestani, Missagh Zareh, Setareh Maleki, Mahsa Rostami, Niousha Akhshi, Reza Akhlaghirad, Shiva Ordooie

Produzione: Run Way Pictures, Parallel45, arte France Cinéma

Distribuzione: Lucky Red, Bim Distribuzione

Programmazione: Cinema Conca Verde Bergamo, Treviglio Anteo spazioCinema

La forza dirompente della realtà, che irrompe attraverso un cinema capace di fare di un microcosmo famigliare lo specchio di tensioni e drammi contemporanei. Una voce contro la censura di un sistema teocratico è “Il seme del fico sacro”, il nuovo film di Mohammad Rasoulof, Premio speciale della giuria all’ultimo Festival di Cannes, candidato agli Oscar come miglior film internazionale, al cinema dal 20 febbraio.

Tensioni che attraversano la società iraniana, divisa tra l’arroccamento alle tradizioni ed una richiesta sempre più pressante di libertà. Uno scontro anche generazionale, che prende forma, nel nuovo film del regista iraniano, all’interno di una singola famiglia, microcosmo della società iraniana che sente le voci delle proteste di piazza dalla televisione e dagli smartphone (con visioni diametralmente opposte), per poi ascoltarle dalla finestra, prima di farle entrare, in maniera dirompente, in casa.

Sono le proteste del movimento Jina (Donna, vita, libertà), scoppiate in seguito alla morte di Mahsa Amini, che vengono affrontate da Iman (Misagh Zareh), da poco nominato giudice istruttore presso il tribunale rivoluzionario di Teheran. Oltre che giudice, Iman è padre di famiglia, impegnato a confrontarsi anche all’interno delle mura domestiche con le figlie Rezvan e Sana (Mahsa Rostami e Setareh Maleki), sempre più convinte delle falsità dette in televisione, che non mostrano le violenze nei confronti dei manifestanti e che liquidano come infarti veri e propri omicidi. Ragazze che, all’insaputa del padre, nascondono in casa una coetanea ferita al volto proprio durante le proteste. A fare da ago della bilancia tra le due opposte visioni è Naimeh (Soheila Golestani), moglie e madre, inflessibile nel chiedere il rispetto per il marito, ma consapevole dell’importanza delle istanze richieste a gran voce dai giovani, figlie comprese. La situazione precipita, però, quando scompare la pistola d’ordinanza di Iman, sempre più angosciato ed adirato per un evento che potrebbe compromettergli carriera e reputazione.

Rasoulof, fuggito dall’Iran dopo la condanna per collusione contro la sicurezza nazionale, a causa delle sue dichiarazioni critiche nei confronti del regime, mostra nel film questo confronto continuo tra pubblico e privato, tra singole situazioni e collettività. Il dramma collettivo diventa allora evento familiare, con la famiglia di Iman che diventa specchio della società iraniana, un microcosmo che riflette rigido rispetto delle regole ed istanze di cambiamento. In questo senso, è importante il ruolo delle ragazze, pronte a mettere in discussione l’autorità paterna, che è doppio del ruolo di giudice istruttore in grado di mandare a morte le persone. Fondamentale poi è il ruolo della madre, in un confronto tutto femminile con le figlie che mostra le diverse dinamiche intergenerazionali, tra il rispetto dovuto e l’esigenza di cambiamento. Figure complesse, come quella dello stesso padre, che si ritroverà sempre più in bilico tra il dovere del giudice istruttore ed una coscienza che lo vuole avvicinare alle figlie: singole decisioni morali che risultano fondamentali per Rasoulof, come nel suo precedente “There Is No Evil”.

Un film “in interni” (espediente dovuto proprio a causa della censura) capace però, attraverso il caso singolo, di amplificare il dramma collettivo, un necessario film militante in grado di tornare a dar voce a chi viene messo a tacere.

il seme del fico sacro

Un racconto che si fa sempre più soffocante ed angosciante, attraverso una tensione hitchcockiana che si serve del MacGuffin della pistola sparita per mostrare la violenza che si carica di significato soprattutto attraverso il silenzio. Rasoulof utilizza i dettagli sempre in maniera pregnante, simboli di un sistema pericoloso che amplifica la propria violenza proprio attraverso il non detto e il non mostrato, immagini piene di significato che trovano nel montaggio serrato la propria forza centrifuga.

Il Potere costituito viene solo accennato, ma rimane sempre un’entità presente, come una fede piegata a dogma che sembra infrangersi però in vuoti cartonati di personaggi senza sostanza. Un potere che si scontra inevitabilmente con il nuovo che avanza, come ben rappresentato dall’allegorico villaggio abbandonato nel finale. Allegoria che serve la realtà, quando irrompe prepotente dagli schermi degli smartphone. Immagini terribili, che nel reale trovano urgenza e forza dirompente, contro la statica macchina da presa utilizzata dal padre durante gli interrogatori alla sua stessa famiglia.

L’immagine in movimento si fa testimonianza, ma anche richiesta impellente (ed indeclinabile) di giustizia e novità. Una forza dirompente che si forma proprio nell’allegoria del seme del fico sacro, che germoglia sui rami di una pianta morente, sostituendosi ad essa. Una rinnovata speranza nella gioventù, che possa crescere sopra i rami secchi del regime degli ayatollah. Un’immagine contemporanea che segna un solco, attraverso un linguaggio universale come quello del cinema, accolto a Cannes grazie alla fuga di Rasoulof. Un’immagine essenziale dal tratto serrato, un grido contro il silenzio imposto di un Paese diviso.

Qui il trailer ufficiale.