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Energia, dazi, ricerca ed immigrazione: a Bergamo si chiede all’Europa di far ripartire l’industria

Bergamo chiama Bruxelles: sul tavolo i temi dell’energia, della produzione industriale, i dazi di Trump e la concorrenza cinese. Una giornata di confronto e di proposte emerse al convegno “Innovare per tornare a crescere” al Kilometro Rosso promosso da Energia Popolare, l’area riformista del Partito Democratico

Bergamo. Una coincidenza: a 5 anni dall’esplosione della pandemia Covid in Italia e a tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina, a Bergamo si osserva il presente e si discute di futuro. L’occasione è il convegno “Innovare per tornare a crescere” al Kilometro Rosso promosso da Energia Popolare, l’area riformista del Partito Democratico.

Le diverse tavole rotonde, che hanno scandito la giornata di sabato 22 febbraio, non mancano di prendere atto di scenari globali difficili. Gli Usa di Trump che minacciano dazi ai prodotti europei, l’esclusione dell’Unione Europea dalle trattative di pace tra Russia ed Ucraina, le aspettative del voto in Germania e la paure dei nazionalismi che frammentino ancora di più il fragile equilibrio europeo. C’è quindi il tema della necessità di una difesa unica per l’Ue, un cambio di visione strategica verso i dazi annunciati dal presidente Trump e verso la Cina – soggetto protagonista del presente e del futuro dell’auto elettrica – il ruolo dell’intelligenza artificiale, il costo dell’energia e, infine, come gestire l’immigrazione dal Sud del mondo di fronte ad un Paese che ha un gap di natalità ormai evidente. In questo quadro c’è la produzione industriale in Italia che è calata del 3,5% rispetto al 2023, tra le peggiori in Europa.

“In Italia l’economia è stagnante, con il Pil a crescita zero da sei mesi e la produzione industriale in calo continuo, in particolare quella di veicoli, che ha perso il 37% scendendo ai livelli del 1956” esordisce l’ex ministro Antonio Misiani. “Non c’è sviluppo senza industria, perciò dobbiamo correre ai ripari e dobbiamo farlo presto. Servono pragmatismo e gioco di squadra: da parte dell’Unione europea, dei governi nazionali, ma anche dei produttori, che hanno accumulato un enorme ritardo tecnologico”. Non c’è solamente l’allarme, ci sono anche possibili interventi da attuare. “In Italia la pressione fiscale sulle imprese è aumentata, i finanziamenti per la transizione industriale sono stati ridotti dai 5,8 a 1,6 miliardi e il Fondo automotive ha perso il 73% rispetto a quanto previsto dal governo Draghi, per non parlare del fatto che dei 6,3 miliardi stanziati per Transizione 5.0 sono stati utilizzati meno di 400 milioni perché per le imprese accedere a quelle risorse è complicatissimo” rammenta Misiani. Per questo occorre “Intervenire sul costo dell’energia, che in Italia è molto più alto rispetto ai nostri principali competitor, come la Germania e la Francia; rilanciare gli investimenti di Industria 4.0 per la digitalizzazione delle piccole e medie imprese; sostenere il settore automobilistico con un Action Plan nazionale per l’automotive sulla scia
di quello che von der Layen presenterà il 5 marzo”.

Innovare per crescere

“C’è bassa crescita della produttività rispetto ai competitors americani e cinesi perché c’è insufficiente capacità di innovare e scarso dinamismo del tessuto produttivo – rimarca Giorgio Gori, eurodeputato e vicepresidente della Commissione Industria – . Negli ultimi dieci anni gli investimenti in ricerca e sviluppo in Europa sono stati del 40% inferiori a quelli degli Stati Uniti e questo gap rischia di ampliarsi. Innovazione oggi vuol dire soprattutto intelligenza artificiale, ma il 70% dei modelli fondativi di Intelligenza artificiale è stato sviluppato negli Usa ed è in mano ad aziende americane anche il 65% del mercato globale del cloud computing grazie a investimenti di centinaia di miliardi di dollari ogni anno. La Francia è l’unico Paese europeo ad aver messo 28 miliardi di euro sull’Intelligenza artificiale, l’Italia appena 500 milioni”.

Gori evidenzia anche la necessità di ridurre i costi dell’energia che pesa moltissimo sulla produzione industriale. Sulla stessa linea anche la presidente di Confindustria Bergamo Giovanna Recuperati che suggerisce la costituzione di “un mercato unico dell’energia, per competere a pari livello con gli altri Paesi, e con la riconsiderazione del nucleare”. “I territori manifatturieri
andrebbero tutelati come patrimonio dell’umanità attraverso le leve dell’innovazione, del capitale umano e della governance” aggiunge la presidente Recuperati che rammenta il progetto di Confindustria di un nuovo Its che ha saputo attrarre giovani dall’Africa.

Sempre in tema di energia ha raccolto il testimone Emanuele Orsini, presidente nazionale di Confindustria: “Il disaccoppiamento va fatto subito, iniziando dalla rigenerazione degli impianti che sono in essere perché quella è un pezzo di via per poter essere più competitivi. La media annuale dell’Italia per l’energia a megawattora è 106 euro mentre la media della Germania è 76 euro/megawattora, della Spagna 63 euro e della Francia 58 euro”. E l’amara conclusione: “È più facile produrre in quei Paesi, ed è anche più facile attrarre”.

La recessione in Germania, i dazi di Trump, la produzione di auto della Cina tornano al centro del dibattito sull’industria automobilistica con Orsini.

“Se io danneggio il mio primo prodotto, quello che sta funzionando meglio in Europa ossia i veicoli non posso non pensare che io non abbia un decalage – osserva il presidente di Confindustria -. Credo che si debba fare un grande passo indietro. Il tema vero è che noi dobbiamo rimettere al centro la neutralità tecnologica. Non sono contrario alla minor emissione, nessuno è contrario. E non sono contrario al fatto che le nostre industrie siano vicine all’ambiente. Quello che non voglio è perdere imprenditori che vogliono andare a produrre in altri continenti”.

Orsini fuga ogni dubbio: “Non sono contrario all’auto elettrica. Il tema non è motore sì o motore no. Il tema vero è ridurre le emissioni. Ci sono i biocarburanti, c’è il biofuel, ci sono nuove tecnologie, però la prima cosa da fare è togliere le sanzioni nel 2025. Si parla di 14-16 miliardi che magari si vanno a compensare con decreti di carbonio fatti dalla Cina o dagli Stati Uniti. Credo che sia un’ulteriore pazzia quindi sospendiamo le sanzioni e diamo il tempo che serve, perché nel 2040 ci saranno ancora il 50% dei veicoli endotermici’.

Pronta la risposta di Luca De Meo, amministratore delegato di Renault, intervenuto in collegamento: “Io credo che se il nemico è la CO2, lasciamo agli ingegneri la migliore soluzione per poter ridurre l’impatto. È difficile che un regolatore sappia più di un ingegnere qual è la soluzione migliore. Ci sono 260 milioni di vetture in Europa che sono a combustione in questo momento e se parliamo di CO2 bisogna accelerare il rinnovamento del parco. In Europa in 20 anni l’età media del parco è passata da 7 anni e mezzo a 12 anni. Quindi vuol dire che la massa di CO2 che va nell’atmosfera è maggiore perché le vetture sono diventate più vecchie e anche più pesanti. Dobbiamo essere pragmatici”.

I problemi sono sul tavolo, la soluzione è quasi certa: occorre un’Europa più unica, coesa e protagonista. Libera di vincoli dei diversi Paesi. Lo sostiene anche la rettrice del Politecnico di Milano, Donatella Sciuto: “Se c’è una cosa che l’Europa ci ha insegnato a fare bene è la cooperazione tra università e imprese di Paesi diversi. Sia in forma associata europea sia in forma associata di
filiera che rende più semplice partecipare alle piccole e medie aziende. Abbiamo realizzato piattaforme di ricerca comune su idrogeno, sulle infrastrutture sanitarie, sul nucleare. Oggi tutti i finanziamenti europei richiedono la possibilità di contrattualizzare i giovani ricercatori, ma in Italia l’università non ha più gli strumenti contrattuali per poterlo fare, anche per la posizione dei sindacati impegnati nella tutela del posto fisso”.

La chiusura, tutta politica, della giornata è stata affidata all’europarlamentare Stefano Bonaccini: “Dobbiamo puntare ad una vera unione commerciale, di difesa, di politica estera e togliere il diritto di veto ai singoli Stati. La bussola è l’agenda Draghi”.