La recensione
|“Lo Specchio della Regina”, una poetica Biancaneve che riscopre la bellezza nella diversità
Al Teatro Sociale ottima prova e applausi meritati per la compagnia Teatro La Ribalta, capace di donare uno sguardo danzante su canoni estetici che si sfaldano nella consapevolezza dell’unicità del singolo nella riscoperta dell’altro
Bergamo. Uno sguardo nuovo sulla bellezza, che nasce dalla consapevolezza della propria unicità e dalla riscoperta della diversità dell’altro. Un’immagine che trova il coraggio di essere altro e, in questo, pienamente sé stessa, è quella che si ritrova in “Lo Specchio della Regina”, spettacolo della compagnia Teatro La Ribalta andato in scena al Teatro Sociale giovedì 20 febbraio, inserito nella Stagione di Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti.
Dopo il successo di “Otello Circus” nel 2023, la compagnia è tornata a Bergamo con una rappresentazione, creata da Antonio Viganò ed Eleonora Chiocchini (in coproduzione con Tanz Bozen Bolzano Danza Festival ed il sostegno di L’arboreto – Teatro Dimora, Centro di Residenza Emilia-Romagna e degli Istituti Culturali della Repubblica di San Marino), che si inserisce in una proposta di spettacoli portati in scena da “comunità di danzatori e attori-di-versi che vogliono sviluppare la propria legittima stranezza, cercando e svelando bellezza”. Una bellezza da cercare e da svelare, come quella protagonista dello spettacolo che smonta e ricompone in una nuova chiave la celebra fiaba di Biancaneve. In questa pièce danzante, infatti, lo sguardo è tutto rivolto agli antagonisti, una Regina che sente ormai come un peso il dover essere “la più bella del Reame” (interpretata da un’energica Maria Magdolna Johannes, in abito rosso) ed il suo specchio, in questo caso personificato (Jason Mattia De Majo, in completo nero e giacca con paillettes), che cercherà di affrancarsi dallo sguardo altrui per trovare una nuova via, un rinnovato spazio di libertà, facendosi immagine propria e non solo riflesso.
Uno spettacolo che ribalta la canonica prospettiva dei fratelli Grimm, focalizzandosi su nuovi paradigmi di bellezza, ma anche e soprattutto su una comprensione nuova di ciò che giudichiamo lontano e diverso. Una fiaba antica che ritrova ancora una volta nuova linfa nella contemporaneità, in un viaggio oltre lo spazio-tempo che si ritrova sulla scena, nel tempo presente, attraverso una sorta di carrozzone trainato con una fune da un narratore-burattinaio, l’ottimo narratore onnisciente (e splendido mimo e rumorista) Rocco Ventura, con cappello a cilindro e custodia di violino, capace di creare un immaginario solo attraverso brani fischiettati di disneyana memoria o l’ottimo (ed ironico) playback su “Only You (And You Alone)” dei The Platters.
Un insolito mezzo di trasporto dal quale vengono letteralmente spostati sulla scena la Regina e lo Specchio, che si animano, dando vita ad una danza di relazione tra loro, di dialoghi che prendono forma, tra gioco e mistero. Una danza che diventa confronto continuo, come può essere solo quella tra un corpo e la propria immagine riflessa, complici e capaci di trasmettere rabbia e dolcezza, con una danza che spazia dal rock alla mazurka.
Una danza che espone sulla scena il senso più autentico della bellezza della diversità. Una bellezza da comprendere grazie al cambio di prospettiva donato dalla regia e dal testo di Viganò (“Bianca & Neve”) che prende consistenza anche grazie alle belle ed efficaci coreografie di Eleonora Chiocchini. Una danza che prende forma dalla fragilità, capace di portare la consapevolezza di sé e del proprio corpo ad un nuovo livello, una nuova possibilità che porta a “verità e capacità”, ma anche, e soprattutto, alla poesia. Una poesia che si materializza sulla scena (anche grazie alle luci in chiaro-scuro fiabesco di Melissa Pircali), proprio attraverso movimento e confronto, incontro di unicità che ritrovano sé stesse. Una poesia che si ricombina, proprio come la fiaba, destrutturando canoni e stereotipi.
Poesia che si forma a partire da fratture, da rapporti di forza che si sfaldano, anche affrontando il vuoto, lo sconosciuto, il timore verso l’oltre ed il futuro. Così il proscenio (dopo il fumo che avvolge la scena all’inizio) viene illuminato, da una doppia fila di lampadine a terra, un riferimento alla forma stessa dello spettacolo (le scene sono di Roberto Banci e Antonio Viganò), “Ribalta” dell’immagine, dell’apparenza, del giudizio dello sguardo altrui. Un confronto-scontro con l’aspettativa dell’altro, dal quale poter uscire proprio attraverso la danza.
Il movimento diventa vita e consapevolezza, mentre Biancaneve rimane statua immobile, mezzobusto con abito bianco, una sorta di “icona votiva” che trasmette sterili canoni di bellezza, che non prevedono e non comprendono nulla se non il fattore estetico. Se poi la gelosia rende ciechi, serve impegnarsi a guardarsi ed a guardare l’altro, con occhi puri e senza pregiudizi, consapevoli che la diversità è movimento, è animo, è vita.
Serve allora uno sguardo nuovo, vivo, scevro di ogni retorica, che possa accogliere un’unicità consapevole, capace di trainare (e non di farsi trainare) da un carrozzone in grado di trasportare, sera dopo sera, giorno dopo giorno, la scena sul palcoscenico della nostra quotidianità.


