Padre condannato a 10 anni per violenza sessuale sulla figlia, abusata da quando aveva 6 anni
Il pubblico ministero aveva chiesto 14 anni, la difesa l’assoluzione per il 60enne, ex venditore di auto e la parte civile un risarcimento da 1 milione di euro
Condannato a 10 anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti della figlia, da quando la bambina aveva 5 anni e mezzo fino a quando non ne ha compiuti 12 e si è rifiutata di continuare quegli strani giochi con il padre.
L’accusa aveva chiesto per l’imputato, 60 anni, venditore di auto disoccupato dal 2016, una condanna a 14 anni. Un rapporto, quello tra la vittima e il genitore, che il pm Guido Schininà ha definito “peculiare. La ragazza con gli esterni veniva tratta da figlia ma quando era da sola con lui veniva trattata da fidanzata. L’ha plasmata come se fosse stata la sua partner”.
La vittima “voleva molto bene al papà e il suo percorso di presa di coscienza è stato lungo. Non l’ha certo denunciato a cuor leggero”. Il pm ha ripercorso alcuni episodi denunciati dalla ragazzina, che oggi ha 18 anni: toccamenti, sesso orale, visione di film a luci rosse con protagoniste ragazze giovanissime con uomini anziani.
La madre in questa vicenda emerge come figura assente, emotivamente distante dalla figlia, che infatti si era legata molto al papà. Tanto distante che non si sarebbe accorta di nulla. Alle accuse mosse dalla vittima “il padre non sa dare una giustificazione e avanza ipotesi fantasiose, come ad esempio il fatto che avesse iniziato a negarle la paghetta o, a causa di un tracollo finanziario avvenuto tra il 2022 e il 2023, non riuscisse più a soddisfare tutte le esigenze della ragazzina che spesso chiedeva capi firmati, telefonini costosi, denaro per uscire. O che lei sia stata plagiata dalla madre”. Ma i servizi sociali nelle loro relazioni scrivono che l’uomo aveva smesso di dare soldi alla figlia dopo la denuncia, non prima.
Una prova documentale degli abusi, secondo l’accusa, riguarda i messaggi estrapolati dal telefonino dell’imputato, che lui nella precedente udienza aveva negato di esserne l’autore. Il perito nominato dalla Corte d’Assise ha invece stabilito che erano partiti proprio dal dispositivo del 60enne. “In uno di questi il padre chiede perdono alla figlia, dicendo che se potesse tornare indietro si ucciderebbe piuttosto che farle ciò che le ha fatto e questa sembra un’autodenuncia”.
L’avvocato Roberto Giannì, che assiste la madre e la figlia come parte civile, ha chiesto un risarcimento di un milione di euro.
I difensori dell’uomo, Stefano Pelizzari e Alessandra Carsana, hanno puntato sul ragionevole dubbio: “L’imputato è un presunto innocente fino a prova contraria e qui di prove concrete non ce ne sono. Non può essere considerato colpevole solo perché non ha trovato giustificazioni alle pesantissime accuse che gli ha mosso la figlia. Ha quindi avanzato timidamente delle supposizioni come il movente economico e l’influenza della madre”.
L’unica cosa certa, secondo gli avvocati “è che la ragazza è cresciuta con due genitori inadeguati, che hanno coinvolto la figlia nei loro conflitti, in un contesto disfunzionale, con una madre assente e un padre iper presente”.
Non ci sarebbe prova della responsabilità penale dell’imputato, secondo i legali, per diverse ragioni: per lungo tempo la vittima è stata seguita da psicologi, operatori dei servizi sociali, educatori e mai nessuno ha avuto il sospetto che fosse vittima di abusi, nessuno ha rilevato disturbi da stress post traumatico dato che la ragazza è ben inserita nel contesto sociale, ha amici, va bene a scuola. Inoltre, dopo la separazione dei genitori, la giovane è rimasta a vivere con il padre e solo in un secondo momento avrebbe deciso di trasferirsi dalla madre. Quest’ultima, nonostante fosse venuta a conoscenza di quanto l’imputato avrebbe fatto alla figlia, non ha impedito che vivesse insieme a lui. E non si sarebbe nemmeno accorta che spesso, di ritorno da un ristorante che la famiglia era solita frequentare, il padre avrebbe toccato la figlia sul sedile posteriore mentre la donna guidava.
Per questo è stata chiesta l’assoluzione con la formula “perché il fatto non sussiste”.
La Corte d’Assise ha dichiarato l’imputato colpevole, lo ha condannato a 10 anni e ha disposto una provvisionale di 50 euro per la figlia e 5mila per la moglie.


