Liste d’attesa e pochi medici, il dottor Carrara: “Tanti proclami, ma le carenze restano”
Il segretario generale della Federazione italiana medici di famiglia (Fimmg) – Bergamo, traccia il punto della situazione sanitaria a cinque anni dallo scoppio della pandemia da Covid-19
“Sono stati fatti tanti proclami, ma nella sanità restano le carenze sia in termini di investimenti sia di risorse umane”. Così il dottor Ivan Carrara, segretario generale della Federazione italiana medici di famiglia (Fimmg) – Bergamo, traccia il punto della situazione sanitaria a cinque anni dallo scoppio della pandemia da Covid-19.
Nell’ultimo quinquennio si sono verificati importanti cambiamenti: dalla crescente diffusione della telemedicina alle case di comunità sulle cui prospettive è da tempo in corso un dibattito, il contesto è costellato da significativi cambiamenti.
Abbiamo intervistato il dottor Carrara per saperne di più.
Com’è cambiata la sanità negli ultimi cinque anni?
Si sono verificati cambiamenti epocali. Alcuni erano già in corso prima del Covid e sono stati accelerati dall’emergenza sanitaria e altri hanno costituito fattori inediti. Certi aspetti sono positivi, come l’incentivazione della telemedicina e di tutto ciò che ne deriva, mentre altri sicuramente negativi, come il fatto di vedere troppo spesso il paziente da remoto. Molte volte le persone chiedono consigli senza recarsi in ambulatorio, invece è necessario tornare a un rapporto più umano e personale con il proprio medico. Da sempre, infatti, la medicina del territorio fa della relazione con i pazienti il proprio punto di forza ed è una peculiarità che va preservata a beneficio dell’assistito e più in generale della salute. Inoltre ci sono strascichi, come l’allungamento delle liste d’attesa, che rappresentano un problema mai risolto che ogni anno tende ad aggravarsi. Complessivamente, malgrado la pandemia abbia evidenziato l’importanza della medicina del territorio, quest’ultima non è stata incentivata.
Ci spieghi
Nonostante molti proclami sui fondi da destinare alla medicina del territorio, alla formazione di chi vi lavora e anche in termini numerici di personale, ci troviamo ancora in una situazione di grave carenza di investimenti e risorse umane. L’apertura delle case di comunità, che stanno cominciando a diffondersi, di per sé non è negativa: il problema è che sono poco popolate, ossia al loro interno mancano i medici di famiglia, gli infermieri e gli specialisti. Il ragionamento che ha portato alla base della loro costruzione è buono, ma tante volte sono vuote ed erogano poche prestazioni.
Come mai?
Innanzitutto c’è un problema logistico, perché nelle case di comunità manca lo spazio fisico per accogliere i medici: vanno studiate e messe a punto misure che prevedano la collaborazione a favore del paziente per la sua presa in carico e non soluzioni solo sulla carta o attraverso proclami. Altra questione riguarda l’accessibilità, perché coprendo aree di 50mila abitanti queste strutture possono risultare difficilmente raggiungibili da alcune fasce di popolazione come gli anziani o le persone fragili. Le case di comunità devono essere un potenziamento territoriale senza limitare l’attività degli ambulatori di prossimità, ossia degli studi dei medici di famiglia, che costituiscono un presidio essenziale.
La soluzione, quindi, è la co-esistenza delle case di comunità e degli ambulatori dei medici di famiglia?
Si, ben venga il coinvolgimento dei medici di famiglia, ma deve essere pensato in modo da fornire un reale servizio senza stravolgere la natura della medicina generale o impoverendo la presenza nei paesi, che è fondamentale per assicurare la vicinanza ai pazienti. È un ragionamento da fare sia considerando l’attuale carenza di medici sia gli scenari futuri, quando ce ne saranno di più.
In quest’ottica, quale potrebbe essere lo scenario secondo lei?
Come prevede la normativa, i medici di famiglia che non hanno raggiunto il numero massimo dei pazienti potranno effettuare alcune ore nelle case di comunità. Analogamente, quando in futuro ce ne saranno di più, in nuovi medici potranno fare altrettanto, inseriti nel contesto della medicina generale. È fondamentale, però, che non siano isolati né vicarino servizi che risultano carenti nelle Asst ma lavorino in maniera integrata con il territorio a beneficio dei pazienti. Bisogna avere una visione d’insieme nella consapevolezza di far parte di un unico sistema.
Come mai le liste d’attesa sono aumentate in questi anni?
Nel corso dell’emergenza Covid tanti esami di controllo sono stati posticipati a causa del lockdown e questo ha portato a una sorta di ingolfamento. Oltre a ciò, si è verificato un importante aumento della richiesta delle prestazioni sanitarie per effetto dell’incremento delle malattie croniche: il sistema è sempre più in difficoltà a rispondere alle crescenti domande di salute, che si registrano soprattutto in alcuni settori come oculistica, dermatologia e urologia, dove ci sono liste d’attesa che superano anche l’anno.
Da medico ha vissuto l’emergenza Covid in prima linea: che cosa ricorda dell’emergenza sanitaria?
È stata un turbinio di emozioni. Abbiamo vissuto giornate febbrili, letteralmente senza sosta e c’era poco tempo per ragionare. Si susseguivano tantissime cose da fare: eravamo inondati di richieste dei pazienti, dovevamo andare molto di corsa e dormivamo poco. Abbiamo potuto sviluppare ragionamenti su quello che era accaduto successivamente, quando ci eravamo lasciati alle spalle le fasi più drammatiche, perché siamo stati travolti dall’emergenza. Lavoro in un ambulatorio a Sotto il Monte Giovanni XXIII insieme a tre colleghi con cui posso scambiare informazioni e ringrazio di lavorare con loro: ha fatto la differenza anche durante la pandemia. Sono stati un prezioso supporto sanitario ma anche umano ed emotivo: il fatto di non svolgere la mia professione da solo mi ha salvato consentendomi di affrontare quel disastro in modo più sereno. Ci siamo aiutati parecchio: confrontarsi era fondamentale per capire che cosa fare e rimanere costantemente aggiornati recependo indicazioni che cambiavano tutte le settimane. I decessi sono stati parecchi e ogni volta erano un dolore perché si tratta di pazienti con cui avevamo intessuto relazioni da diversi anni. Conoscendo le persone, infatti, si creano rapporti umani ed è difficile riuscire a mantenere il distacco in situazioni.
Quali sono i primi ricordi a cui pensa volgendo lo sguardo alla pandemia?
Non ce n’è uno specifico: ripensando a quei mesi affiorano alla mia mente mille cose. La prima immagine è quella delle strade deserte: eravamo le uniche persone a uscire, salvo poche eccezioni. In giro per le strade dei vari paesi c’eravamo noi e poche altre auto: era una sensazione molto strana. Utilizzavamo le stesse mascherine e i dispositivi di protezione individuale anche per diverse settimane perché mancavano o scarseggiavano. Inoltre, come tutti gli altri, avevo la paura di contagiare gli affetti a casa, avendo un bambino piccolo e genitori affetti da altre patologie.
Per concludere, come immagina la sanità del futuro?
Credo che ci sarà una crescente diffusione della telemedicina. Tutto quello che si può fare nella casa del paziente senza che si debba spostare è positivo ma non bisogna perdere l’umanità. Ritengo che le nuove tecnologie siano un supporto imprescindibile ma non si devono perdere il contatto personale, l’ascolto e la vicinanza con i pazienti, perché senza queste peculiarità la cura perde di valore e si rischia di fare errori diagnostici. Bisogna accogliere le opportunità che offrono senza perdere i tratti che caratterizzano la figura del medico di famiglia: il futuro va costruito senza sostituire o rivoluzionare tutto, perché si è visto che la medicina del territorio salva le vite e previene le complicanze delle malattie croniche.


