Comprensorio unito, Rsi chiede un incontro al Cai. La questione arriva in Parlamento
Il deputato Devis Dori (Avs) ha presentato un’interrogazione sul progetto, Zanni: “Aperti al dialogo per trovare una via condivisa”. Gli escursionisti proletari a Lizzola: “Rifiutiamo un modello di sviluppo che si lascia dietro macerie e impianti abbandonati”
Colere-Lizzola. Basterebbe, forse, sedersi intorno ad un tavolo e dialogare. Certo, su tanti temi trovare un compromesso non appare semplice. Eppure i pensieri delle varie parti in causa sembrano avere tutti la stessa ispirazione, un comune denominatore che guida favorevoli e contrari: la volontà di dare un futuro alla montagna. A scontrarsi, nel progetto del comprensorio unito Colere-Lizzola, sono due visioni divergenti del destino delle stesse valli: oggi sembrano lontane anni luce, ma l’effettiva realizzazione del collegamento passa attraverso imprescindibili punti di incontro.
Lo sa bene Rsi, la società ideatrice del progetto, che ha risposto con una lettera alla nota diffusa dal Cai provinciale in cui l’associazione ha espresso sì un parere negativo, ma aprendo una porta per il dialogo con l’obiettivo di ideare interventi che siano “sostenibili, lungimiranti e reversibili”. “Vogliamo condividere con voi i diversi passaggi del progetto” recita la lettera della società scalvina che ribadisce la sua “disponibilità al confronto sulle criticità evidenziate”. I dirigenti chiedono al presidente Nisoli e al consiglio direttivo un incontro per trovare “le soluzioni più opportune che, nel rispetto dell’ambiente, consentano di cogliere un’opportunità economica ed occupazionale per le nostre valli”.
Una prima riunione esplorativa era già avvenuta alcuni mesi fa, prima che Rsi protocollasse il progetto. “Il confronto era stato assolutamente sereno, i consiglieri avevano espresso le loro perplessità – conferma Carlo Zanni, presidente di Valle Decia (che controlla il 100% di Rsi Srl) -. Rimaniamo aperti al dialogo: riteniamo che solo con un confronto diretto si possa individuare una via condivisa che tenga conto dell’equilibrio tra gli aspetti finanziari e quelli ambientali”.
In questo contesto la questione del comprensorio unito è arrivata fino a Roma. Nei giorni scorsi il deputato bergamasco di Alleanza Verdi e Sinistra Devis Dori ha infatti presentato al Parlamento un’interrogazione sul progetto. “La politica – sostiene l’onorevole – è chiamata a fare la sua parte per immaginare un’economia della montagna diversa dallo spettro artificiale ideato da chi vorrebbe traforare una montagna per destagionalizzare il turismo. Non è ancora chiaro se l’investimento di 70 milioni di euro possa essere giustificato in considerazione delle sfide future per l’industria sciistica”.
Con l’interrogazione Dori chiede conto al Ministero dell’Ambiente delle iniziative che intende adottare per evitare lo sviluppo del progetto, considerato “uno spreco di risorse pubbliche”. “Il futuro della montagna bergamasca è in gioco – afferma Dori -. Chiediamo un ripensamento radicale, orientato alla diversificazione economica e sociale, al fine di preservare l’ambiente e favorire uno sviluppo rispettoso del territorio”.
La prima sottosezione del Cai ad esprimersi negativamente sul progetto, il 10 dicembre 2024, fu quella della Valle di Scalve: una decisione maturata dopo una lunga riflessione di carattere culturale del direttivo. “Il parere contrario non vuole essere un giudizio categorico – spiega Alessandro Romelli, membro del direttivo e tra i coordinatori del progetto La Via Decia -. Non pensiamo di avere in tasca la soluzione, ma riteniamo opportuno pensare ad un modello di sviluppo turistico che si basi sulla cura del territorio, sulla valorizzazione del suo patrimonio storico-culturale e sulla partecipazione degli abitanti”.
Anche Romelli appare aperto al dialogo, disponibile a sedersi ad un tavolo e riflettere senza pregiudizi. “L’importante è che non passi l’idea che questo progetto sia l’unica via possibile – continua -. Le nostre comunità sono ricche di storie e di vissuti, non vogliamo che le valli diventino la copia di numerosi esperimenti falliti nella penisola: dobbiamo mantenere la nostra identità”.
Nel frattempo domenica mattina (9 febbraio) gli escursionisti proletari si sono recati nei boschi di Maslana e Valbona, tra Valbondione e Lizzola, per una camminata di denuncia. Pioveva sull’Alta Val Seriana, neve sopra una certa quota, ma l’appuntamento non è stato rinviato. Troppo intenso il desiderio di confrontarsi e fare il punto della situazione guardandosi negli occhi.
“Dentro il primo bosco la bellezza della montagna ha preso il sopravvento – raccontano gli escursionisti -. Credevano che nessuno si sarebbe opposto, che tutto sarebbe passato in sordina, ma forse non è così. L’unica soluzione per le nostre valli non può essere la replica di un modello di sviluppo che non ha mai funzionato e ha impoverito gli ecosistemi naturali e umani, lasciandosi dietro macerie e impianti abbandonati”.
Il gruppo di escursionisti di Ape che domenica 9 febbraio si è ritrovato a ValbondioneAl rifugio Goi del Cà il gruppo era atteso dalle fiamme confortevoli di un camino, da un tagliere e da un bicchiere di rosso della casa: “Eccola l’altra parte della montagna che amiamo, quella composta dalle persone che la vivono e da sempre la animano. Riflettendo aumenta sempre di più la consapevolezza delle persone e il rifiuto di questo modello miope e nocivo”.


