Dalle magliette sensorizzate ai pancreas artificiali, il futuro della medicina passa da Bergamo: “La donazione di dati sanitari sia libera”
Il presidente Stefano Paleari illustra i progetti di ricerca in corso a livello locale e nazionale all’interno della Fondazione Anthem, esperienza che è stata in grado di raggruppare le 350 migliori menti italiane
Ci sono magliette sensorizzate per il monitoraggio da remoto dei malati di Parkinson, un microtomografo per le biopsie tridimensionali che migliorano l’accuratezza delle analisi, un “pancreas artificiale” consistente in algoritmi finalizzati a migliorare la cura dei pazienti diabetici in età infantile o ancora iniziative di ottimizzazione nell’utilizzo delle protesi: sono solo alcuni dei progetti di ricerca applicata ai quali sta lavorando sul territorio bergamasco la Fondazione Anthem (AdvaNced Technologies for Human-centrEd Medicine), finanziata dal Ministero dell’Università e della Ricerca nell’ambito del Piano nazionale per gli investimenti complementari al Pnrr.
Un piano da 120 milioni di euro che coinvolge settore pubblico e privato, università e imprese italiane nel campo della salute e della tecnologia, con l’obiettivo di colmare, con l’ausilio di tecnologie e percorsi multidisciplinari e innovativi, il gap esistente nell’assistenza sanitaria dei pazienti fragili e cronici all’interno di specifici territori caratterizzati da patologie orfane di terapie.
La Fondazione si snoda attraverso un sistema di hub & spoke, con 4 punti di riferimento costituiti dall’Università di Bergamo, dall’Università Bicocca, dal Politecnico di Milano e dall’Università di Catania, che a loro volta coinvolgono tutta una serie di altri interlocutori territoriali a loro vicini e lavorano complessivamente a 28 ricerche raggruppabili in 4 macro-aree: smart monitoring, prevenzione e diagnosi, trattamenti personalizzati, potenziamento tecnologico e trasferibilità.
“Abbiamo iniziato con 250 ricercatori, ma nei primi due anni del programma quadriennale ne abbiamo reclutati altri cento – spiega Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem, già rettore dell’Unibg – Il livello scientifico è di eccellenza assoluta e col sistema hub & spoke siamo stati in grado di rispondere a una criticità del sistema Paese, la dispersione di qualità diffusa: così invece aggreghiamo le migliori menti all’interno di un singolo progetto scientifico, anche se stanno in parti diverse d’Italia”.
Ricercano nuove terapie, nuove innovazioni, un nuovo modo di lavorare attraverso un board snello, dall’elevata e rapida capacità decisionale.
“Ma l’innovazione scientifica e tecnologica rappresenta solo meno della metà del percorso – continua Paleari – Il resto è fare in modo che l’innovazione arrivi alle cliniche e quindi ai pazienti, che solo in quel momento sono in grado di percepire che l’investimento in ricerca è stato fatto per migliorare cure della malattia o prevenzione. La ricerca è finanziata da risorse collettive ed è alla collettività che deve dare delle risposte”.
In questo ecosistema, che si muove in perfetta sinergia, l’Università di Bergamo ha un ruolo centrale e gestisce 18 dei 120 milioni di finanziamento, “probabilmente l’investimento più importante di sempre sul territorio nell’ambito della ricerca – evidenzia il professor Paleari -. E questo malgrado Bergamo non non abbia una facoltà di medicina, ma questa è stata la grande innovazione del mettere in rete. Un’innovazione di governance che sta dando grandi risultati”.

L’intelligenza artificiale, ovviamente, sta giocando un ruolo di primo piano, aprendo come sempre anche interrogativi di carattere etico.
“Nel settore della salute l’intelligenza artificiale ci consente di fare rapidamente, e a costi molto contenuti, delle scoperte che prima non si sarebbero fatte. L’uso del dato, della moltitudine del dato, è un fattore strategico che l’IA pone come prima condizione. Ma è un campo nel quale la gestione del dato è molto più delicata che altrove”.
Permangono ancora vincoli normativi che ad oggi è come se fossero un freno a mano ben tirato: “La regolamentazione europea nel 2024 ha fatto importanti precisazioni sulla possibilità dell’uso del dato sanitario, ma siamo ancora molto indietro – conclude Paleari – Siamo ancora molto sospettosi del fatto che possa essere usato a priori in termini negativi. Si pensa che la donazione di sangue e organi sia una scelta individuale perché sono nostri e decidiamo noi. Dobbiamo arrivare al punto che i dati sanitari che si riferiscono a una persona sono di sua proprietà e quella persona può decidere l’uso che ne viene fatto. Il nostro Paese ha una organizzazione nella gestione del dato sanitario che spesso rallenta la ricerca scientifica ed è un problema per la competitività: ciò che non facciamo noi lo faranno altri Paesi, che arriveranno prima di noi a scoprire farmaci o innovazioni, acquisendo così un vantaggio”.
Ascolta l’intervista completa al professor Paleari, presidente della Fondazione Anthem, nel video in apertura dell’articolo.

