Il film della settimana
“Io sono ancora qui”, l’immagine come Memoria dei desaparecidos che si oppone all’oblio
Rio de Janeiro, 1971: il Brasile vive nella morsa della dittatura militare. La famiglia Paiva si ritrova vittima di un’azione violenta e arbitraria da parte del governo: Eunice (Fernanda Torres) resta d’improvviso senza suo marito Rubens (Selton Mello), sola e con cinque figli, costretta a reinventarsi per proteggere i suoi cari e disegnare un futuro diverso da quello che la società le prospetta
Titolo: Io sono ancora qui
Titolo originale: Ainda estou aqui
Regia: Walter Salles
Paese di produzione / anno / durata: Brasile, Francia / 2024 / 137 min.
Sceneggiatura: Murilo Hauser, Heitor Lorega
Fotografia: Adrian Teijido
Montaggio: Affonso Gonçalves
Suono: Warren Ellis
Cast: Fernanda Torres, Fernanda Montenegro, Selton Mello, Valentina Herszage, Maria Manoella, Bárbara Luz, Gabriela Carneiro da Cunha, Luiza Kosovski, Marjorie Estiano
Produzione: Video Filmes, RT Features, MACT Productions, Arte France Cinéma, Conspiração, Globoplay
Distribuzione: BIM Distribuzione
Programmazione: Conca Verde Bergamo, UCI Cinemas Orio, Starplex Romano di Lombardia, Treviglio Anteo spazioCinema
L’importanza di immagini capaci di farsi ricordo e quindi memoria, testimonianza viva che scuote le coscienze di fronte ad un passato che si vuole dimenticare. Mostra una memoria contro l’oblio “Io sono ancora qui”, il nuovo film di Walter Salles, al cinema dal 30 gennaio.
Protagonista è la straordinaria Fernanda Torres che interpreta Eunice, madre di cinque figli e moglie di Rubens Paiva (Selton Mello), ingegnere ed ex deputato laburista. La famiglia vive felice a Rio de Janeiro, in una grande casa che ospita spesso diversi amici con cui condividere spensieratezza, ma anche idee politiche. Idee che si scontrano però con il potere: l’anno è il 1971, quando in Brasile vige la dittatura militare, al comando del paese dopo il colpo di stato del 1964. Eunice e Rubens sono preoccupati per l’attivismo politico di Veroca (Valentina Herszage), la figlia maggiore, che viene spinta a recarsi a Londra. Quello che Eunice non sa, però, è che anche il marito aiuta prigionieri ed oppositori politici, militanti di sinistra. Un giorno Rubens viene arrestato dalle forze militari: da quel momento, nessuno lo vedrà più. Eunice si ritrova così sola ad affrontare una battaglia decennale per scoprire la verità sulla sorte del marito.
Tratto dall’omonimo libro dello scrittore brasiliano Marcelo Rubens Paiva, figlio del deputato ed amico d’infanzia del regista, “Io sono ancora qui” racconta la drammatica vicenda dei desaparecidos, affrontando però questa volta gli effetti sulle famiglie delle persone scomparse. Il titolo riflette proprio una presenza che deve fare i conti con un’assenza improvvisa ed uno smarrimento che provoca un dolore misto a speranza.
Un senso di vuoto espresso in maniera straordinaria da Fernanda Torres, nel ruolo di moglie e madre coraggiosa, che rende al meglio le sfumature dell’animo, un dolore sempre composto che si accompagna a dignità e fermezza nel voler perseguire la verità. Una donna costretta a reinventarsi, dopo essere stata anche lei imprigionata, in una lotta contro il suo stesso Stato, determinata a tenere insieme i pezzi di una famiglia che sembra sfaldarsi dopo la scomparsa del marito.
A disintegrarsi è quel nucleo che vedeva in Rubens l’uomo tranquillo capace però di donare un senso di sicurezza a tutta la famiglia. Una presenza che rimane anche nell’assenza, nella determinazione di una moglie nel voler scoprire la verità. Importanti in questo senso, nel film di Salles, sono gli spazi. La famiglia se ne va dalla grande casa di Rio de Janeiro per raggiungere San Paolo: una casa, metafora di un nucleo sfaldato, che prima viene nascosta dalla luce dalle forze militari che hanno fatto irruzione e poi svuotata, da un trasloco che sposta gli oggetti di una vita e, con essi, la vita stessa. Una dimensione familiare svuotata, che segna anche una presa di coscienza, quando i figli ammettono di aver compreso realmente la scomparsa del padre dopo l’abbandono della casa di Rio de Janeiro.
Le forze militari fanno cadere nell’oblio il passato, ne distruggono senso e memoria, fanno sparire i corpi, impedendo qualsiasi elaborazione. Compito che il regista brasiliano fa assumere alla forza dell’immagine. Ricorrono spesso nel film diverse fotografie e filmini super8: fotografie da sistemare, da ammirare, da sviluppare e da riguardare insieme, anni dopo. Immagini che diventano ricordo personale e quindi verità, di fronte alla tragedia dei desaparecidos. L’immagine diventa così testimonianza attiva di un passato che si è voluto distruggere, ma che ritorna e combatte con forza, come la voglia di cambiare della figlia maggiore, Veroca, che non a caso filma spesso la vita quotidiana con una piccola cinepresa.
Le sue immagini sono testimonianza di una vita diversa, la stessa per la quale ha voluto impegnarsi, ma anche ricordo vivo, verità tangibile di esistenze che il potere ha voluto nascondere nell’oblio. Immagini che diventano testimonianza veritiera di fronte alle sparizioni, storie singole che si intrecciano alla Storia, memorie che diventano Memoria collettiva. Scende allora una lacrima su una Eunice ormai anziana (interpretata da Fernanda Montenegro, prima attrice sudamericana ad essere candidata all’Oscar e madre di Fernanda Torres), che vede ormai la sua memoria andarsene, ma che trova ancora un sussulto alla vista dell’immagine del marito scomparso. Un ritratto drammatico che non cede però a sentimentalismi, rivelando un’intrinseca forza politica che non vuole cedere all’oblio.

