Colere-Lizzola, il progetto ai raggi X: “Distruggerà la montagna”, “No la salverà”. Parlano i protagonisti
Il dibattito sul comprensorio unito prosegue ormai da più di sette mesi: un traforo nel Pizzo di Petto per collegare Val Conchetta e Val Sedornia. Depositate le bozze di convenzione nei Comuni, il prossimo passo è una Conferenza dei servizi
Colere-Lizzola. Le montagne sono fragili e misteriose. Lizzola, 1.250 metri di altitudine e un centinaio di abitanti, incarna questo assunto.
La frazione di Valbondione è un minuscolo borgo in cima alla Val Seriana immerso tra sentieri e antiche mulattiere. A sud del paese c’è anche una piccola stazione sciistica, al confine con la Val Sedornia e la Val di Scalve. Ospita impianti ormai a fine vita: dovranno essere in fretta sostituiti, o il nome di Lizzola rischia di aggiungersi alla già lunga lista dei comprensori che hanno chiuso i battenti per il calo delle precipitazioni nevose e l’aumento delle temperature.
Secondo gli ultimi dati del report Nevediversa di Legambiente, sono 177 gli impianti temporaneamente chiusi in Italia, con una crescita di 39 unità rispetto alla rilevazione precedente.
Per salvare la stazione e rilanciare l’economia dell’area sta facendo discutere il colossale progetto di collegamento che vorrebbe unire Lizzola con il comprensorio di Colere, in Val di Scalve. A presentarlo Rsi, la società che ha già riammodernato gli impianti scalvini con un investimento di circa 22 milioni di euro. Al timone dell’azienda Massimiliano Belingheri: banchiere internazionale, colerese di nascita, dal 2013 amministratore delegato di Banca Bff.
Negli ultimi sette mesi il progetto è stato fortemente criticato da cittadini e associazioni per questioni di sostenibilità economica e ambientale. Per realizzare il collegamento Rsi prevede la costruzione di due nuove cabinovie, una seggiovia e una funicolare che attraverserà il Pizzo di Petto in un traforo lungo circa 450 metri. Poi tre nuove piste da discesa, un bacino idrico artificiale tra i 60 e gli 80mila metri cubi di portata alle pendici nord-est del Monte Ferrante e un impianto di innevamento artificiale per rifornire tutti i tracciati.
Il rendering dell'ingresso del traforo nel Pizzo di PettoI macchinari andrebbero a conficcare piloni e a livellare le pendenze in preparazione delle piste in Val Sedornia e Val Conchetta: aree ancora non antropizzate, ricche di biodiversità. Il progetto, secondo i detrattori, metterebbe in pericolo habitat considerati “prioritari”, come i pavimenti calcarei intorno al Pizzo di Petto che formano l’area carsica ad alta quota più vasta della Lombardia. “Un progetto totalmente incompatibile con la natura – sostiene Luca Mangili, presidente dell’associazione Flora Alpina Bergamasca -. Non parliamo solo di rocce, ma di specie floristiche e faunistiche endemiche e incluse negli elenchi di tutela”.
Legambiente lo scorso anno ha assegnato a Rsi una bandiera nera, un riconoscimento negativo conferito a soggetti che presentano iniziative impattanti negativamente sull’ambiente e sugli ecosistemi. “Un progetto assurdo, carente di tutto il necessario per uno studio di valutazione di impatto ambientale”, sentenzia Elena Ferrario, presidente di Legambiente Bergamo.
Secondo le stime dell’azienda scalvina è previsto un investimento intorno ai 70 milioni di euro in partenariato pubblico privato: 20 milioni a carico della società e i restanti 50 dal settore pubblico. I contributi pubblici dovrebbero arrivare dal MiTur e da Regione, con possibili finanziamenti anche dagli enti locali. Eppure, a Milano, fonti interne al Consiglio regionale dicono che a Palazzo Lombardia non si è ancora visto un documento a riguardo.
Ma il discorso sulla sostenibilità economica dell’operazione riguarda anche il fragile equilibrio tra natura e presenze turistiche, un diktat in un’area protetta come quella delle Orobie. Secondo Rsi il collegamento sarebbe uno stimolo al passaggio verso un turismo stanziale, con la realizzazione di alberghi e il rilancio delle strutture già presenti. “Un circolo virtuoso per chi vive in montagna tutto l’anno”, si legge sul sito . L’idea si può riassumere nell’equazione: più servizi turistici uguale più servizi.
Ma nel contesto delle Orobie “il turismo non può che essere ‘mordi e fuggi’ – dice Angelo Borroni, docente del Politecnico di Milano in pensione e rappresentante di OrobieVive, rete di associazioni ambientaliste della provincia bergamasca -. Il collegamento accrescerà il numero dei turisti ed escursionisti della domenica. Non è un’operazione di valorizzazione, ma un ragionamento immobiliare”.
Un’ulteriore critica mossa al progetto sta nella decisione di investire una cifra onerosa puntando di nuovo sullo sci, con piste in gran parte ben al di sotto dei 2mila metri di quota. “Rispetto all’era pre industriale siamo testimoni di un incremento di oltre 1,5 gradi nelle temperature medie – osserva Edoardo Ferrara, meteorologo di 3BMeteo -. La quota neve in vent’anni si è alzata di più di 200 metri”.
Carlo Zanni, presidente di Valle Decia (la società che detiene il 100% di Rsi Srl, ndr), afferma che il progetto “favorisce la destagionalizzazione con impianti di risalita aperti in diversi orari della giornata che migliorerebbero l’accessibilità e favorirebbero la fruizione della montagna a bambini e anziani. Il progetto non vuole invadere la montagna selvaggia – precisa -, quanto meno non più di quanto già fanno gli impianti attuali, vecchi e a rischio”.
Favorevole al collegamento il sindaco di Valbondione Walter Semperboni. “Temo per il destino di Lizzola – confida -. La montagna deve essere vissuta come la città, non possiamo continuare a sopravvivere e basta. Credo che il progetto possa realizzarsi senza stravolgere la Val Conchetta: come amministratore se un fiore muore e la valle rinasce ci metto la firma”.
A far sentire la propria voce anche i giovani delle valli, se non altro quelli che hanno fondato il collettivo “terreAlt(r)e” per mostrare ai residenti strade alternative al progetto. “Crediamo sia possibile vivere questi luoghi in modo diverso, rinnovare le stazioni sciistiche senza impattare in maniera così drastica – racconta Paolo Pasini, membro del collettivo -. I soldi potrebbero essere investiti per migliorare il sistema di trasporto pubblico o la scuola. Centinaia di persone sono da mesi senza medico di base: prima di dare la possibilità di sciare su nuove piste, preferiamo vengano garantiti i diritti fondamentali”.
Il collettivo ha dato il via lo scorso 26 dicembre a una raccolta firme che in poco più di mese ha sfondato quota 25mila; un altro tentativo per salvare la Val Conchetta è stato la sua recente candidatura a “Luogo del Cuore” del Fai.
Val Conchetta - Photo terreAlt(r)eNel frattempo Rsi ha depositato nei Comuni interessati (Colere, Vilminore di Scalve e Valbondione) le bozze di convenzione per la gestione degli impianti. Giovedì 6 febbraio è in programma un’audizione nella sede della Comunità Montana Valle Seriana: Belingheri presenterà il progetto alle autorità locali, che fino ad oggi sono state testimoni del dibattito senza essere mai state informate sui piani. Dopo l’eventuale firma delle convenzioni sarà convocata una Conferenza dei servizi che verificherà la disponibilità di bandi e fondi pubblici, approfondendo gli aspetti economici e ambientali.
La montagna, forse, non è mai stata così in discussione.




