Le scuole a Berbenno ricordano il prete che salvò due famiglie di ebrei
Da anni nel Giorno della memoria si rinnova il ricordo di don Angelo Zois, il prete originario di Berbenno, che nel 1943 si prodigò e riuscì a salvare due famiglie di ebrei quand’era giovane parroco di Dossello di Albino. Potente, diretto e incoraggiante il messaggio espresso dalla presenza della scuola
Il cimitero di Berbenno si è presentato – nella tarda mattinata del 27 gennaio 2025 – come una spianata multicolore di ombrelli: quasi un simbolico arcobaleno al suolo.
Un vasto semicerchio dai bambini della scuola d’infanzia ad alcune classi delle scuole elementari e medie si è disposto nella parte occidentale, davanti alla cappella dove ogni anno si commemora la figura di don Angelo Zois. Da anni nella “Giornata della memoria” si rinnova il ricordo del prete, originario di Berbenno, che nel 1943 si prodigò e riuscì a salvare due famiglie di ebrei quand’era giovane parroco di Dossello di Albino. Potente, diretto e incoraggiante il messaggio espresso dalla presenza della scuola.
Il benvenuto è stato dato dalla professoressa Pierangela Vassalli che ha illustrato il significato della mattinata. Ha quindi parlato il sindaco Manuel Locatelli che ha sottolineato come “dobbiamo lavorare e fare rete perché donne e uomini, ragazze e ragazzi imparino l’importanza di valori fondamentali come la libertà, l’inviolabile dignità della persona, la pace”. Tra le vittime degli orrori della follia umana ha ricordato due concittadini: Arcangelo Todeschini, deportato a Stablack e morto a 22 anni a Konigesberg e Ernesto Todeschini, deportato a Memmingen e morto a 25 anni 1944
a Stepahanskirchen. Per loro saranno collocate due pietre d’inciampo vicino al monumento dei Caduti il prossimo 16 febbraio, giornata in cui saranno consegnate 14 medaglie a parenti di berbennesi internati nei campi di concentramento.
Il sindaco Locatelli ha poi passato la parola a Giuseppe Zois, nipote di don Angelo, per una ricostruzione dell’arrivo degli ebrei a Dossello e di come, grazie a lui, furono accolti e protetti per quasi 4 mesi in casa dei coniugi Elisabetta e Edoardo Nicoli, detto “Barbù”, a inizio ottobre del 1943. I primi ospiti furono Enzo Gallico, medico, con la moglie Tina Rimini e Lidia, la figlia di 11 anni, costretti sotto minaccia a lasciare la loro casa a Mantova, poi Castellucchio. Per una settimana vissero presso un’altra famiglia di ebrei, quella di Vittorio Goldstaub, che s’era rifugiato ad Albino
già nel novembre 1942 con il figlio Alberto, la moglie Luciana Levi e i figli Franco, Giulio ed Emma, quest’ultima di pochi mesi di vita. Anche la famiglia Goldstaub dovette lasciare Albino per non essere arrestata e sempre tramite don Angelo fu accolto in casa Nicoli, in località Ronchi, nr. 56. I 6 componenti della famiglia Goldstaub, i 3 della Gallico e i 7 della famiglia Nicoli (5 figli: Marina, Osanna, Melchi, Ornello e Edgardo) formarono un nucleo allargato di 16 persone.
È stato il Comune di Albino a far affiorare dal silenzio questa storia di altruismo carico di rischi e pericoli per tutti: ma più forte fu la volontà di protezione e salvaguardia. Il Comune concesse la cittadinanza onoraria ai tre superstiti Lidia Gallico e Franco ed Emma Goldstaub il 3 ottobre 2016, dando mandato agli uffici competenti (Cdec di Milano) per il riconoscimento di “Giusti fra le nazioni” alla famiglia di Edoardo Nicoli e al parroco don Zois. Decisive le testimonianze di Lidia Gallico e Franco Goldstaub: “I nostri salvatori erano antifascisti, così si definivano e credo che fosse per questo che ci aiutarono” evidenziando poi “il rischio che quella famiglia, insieme a don Angelo Zois, avevano corso”.
E Lidia Gallico ha precisato: “Ci assicurarono vitto e alloggio e protezione per tutto il tempo in cui rimanemmo presso di loro. I rapporti con la famiglia furono subito buoni, noi bambini diventammo amici, giocavamo all’aperto, mentre gli adulti andavano a procurarsi il cibo; ricordo mio padre che usciva con gli altri con uno zaino in spalla e tornava con la legna e del cibo”.
Altro dettaglio non marginale di quel periodo, durante i bombardamenti, più volte la chiesa di Dossello fu aperta all’accoglienza degli sfollati che cercavano rifugio e sicurezza. Alla fine di gennaio del 1944 scoppia improvvisa un’altra bufera: a casa Nicoli arriva la notizia di una imminente retata e per le due famiglie non resta che la scelta di una fuga precipitosa nottetempo. I Gallico si orientano sulla Svizzera, dove entrano clandestinamente la notte del 25 gennaio: nel Ticino, con diversi spostamenti tra Balerna, Lugano e Bellinzona godranno della condizione di rifugiati fino al rientro a Mantova il 25 aprile 1945. I Goldstaub si divisero, prima a Milano poi a Genova.
Vittorio Goldstaub fu arrestato l’8-8-1944: morirà ad Auschwitz con la figlia Ernestina, mentre l’altra figlia Bianca si salvò. Dopo la sintesi della lunga odissea, Giuseppe Zois ha messo in risalto due aspetti: anche nella lunga notte della ragione, si aprono provvidenziali squarci di luce, di prossimità, di amore: l’accoglienza di Dossello per le due famiglie fu un’esperienza di comunità con protezione tacita per mesi di 9 perseguitati in fuga. C’è sempre un barlume che filtra nelle piccole azioni quotidiane. E con queste si arriva sull’altopiano delle beatitudini, che non sono un
elenco di virtù ma «conquiste necessarie per un’esistenza felice» come le ha definite Mariapia Bonanate, la vera carta costituzionale dell’umanità. Sono stati poi portati nella cappella disegni e biglietti scritti da scolari e studenti, omaggi floreali, uno del Comune e uno portato da Umberto Chiesa e Giusy Carminati di Endenna per il loro parroco don Zois, a nome dell’associazione “Amici di Eleonora”. L’intensa mattinata si è chiusa con la recita a più voci di una poesia, un minuto di silenzio per le vittime dell’Olocausto e un canto: come filigrana la pace.






