La presentazione
|“Domani mattina”, la parola che diventa resistenza all’interno dei lager
Venerdì 31 gennaio Leonardo Zanchi, dottorando e presidente di Aned Bergamo, presenta in Sala Galmozzi la propria pubblicazione, risultato della sua ricerca accademica sulla memoria delle deportazioni nazifasciste e le testimonianze dei superstiti italiani
San Pellegrino. “Spreken verboden”. “Parlare è proibito”, ordinavano i nazisti all’interno dei campi di concentramento e di sterminio. Così, durante quel periodo di indicibili violenze, anche la parola diventa Resistenza, diventa atto sovversivo. Una forza della parola ben analizzata da Leonardo Zanchi, dottorando di ricerca presso l’Università di Stranieri di Siena e presidente di Aned Bergamo, che ha di recente pubblicato “Domani mattina – La memoria nelle parole dei lager nazisti” (Biblion Edizioni, 2025).
Un volume che è un primo risultato della ricerca di Zanchi riguardante la memoria delle deportazioni nazifasciste e la valorizzazione delle testimonianze dei superstiti italiani, che verrà presentato venerdì 31 gennaio in Sala Galmozzi (ore 18, a cura di Aned in collaborazione con Isrec Bergamo) e venerdì 7 febbraio (ore 20.30) presso l’oratorio di San Pellegrino, paese d’origine dell’autore.
Un libro nato a partire dalla tesi di laurea di Leonardo Zanchi, 28 anni, che vede la propria genesi dal desiderio di conservare la memoria e dall’approfondimento dell’esperienza diretta del nonno materno, Bonifacio Ravasio, nato in una famiglia antifascista di Alzano Lombardo, sopravvissuto, all’età di 17 anni, alla deportazione per motivi politici nel campo di Buchenwald, in Germania.
“È il frutto di un lungo percorso, iniziato con la tesi triennale e proseguita poi con la magistrale, sempre all’Università degli Studi di Milano. La scintilla è nata dall’approfondimento, in Linguistica, del lavoro di Leo Spitzer, che ha studiato le lettere dei soldati delle trincee della Prima Guerra Mondiale. Ho pensato di svolgere un lavoro simile rapportato ai lager, naturalmente non rispetto alla parola scritta, quanto a quella orale. Nei campi di concentramento, infatti, la lingua ufficiale era il tedesco, ma la comunicazione passava anche dai singoli kapo, di diverse nazionalità, così come dai piccoli rapporti con i compagni. Un’esperienza estrema, anche dal punto di vista linguistico”.
Un lavoro che nasce approfondendo il non-detto del nonno, allargando poi gli orizzonti verso una collettività che, nella parola e nella memoria, trova una propria dignità. “Dopo la morte di mio nonno, nel 2016, cresce in me la volontà di capire meglio ciò che gli era successo, approfondendo anche ciò che non mi aveva raccontato. Ascoltare le parole degli altri testimoni ha significato, per me, cercare le parole che lui non mi ha mai detto in quelle degli altri”. Approfondimento svolto in particolare sulle testimonianze conservate alla Fondazione della Memoria di Milano, con registrazioni di interviste svolte negli anni Settanta ad alcuni superstiti lombardi, ma anche sulle testimonianze scritte nate dal lavoro di memoria dell’ANED e dei consigli regionali negli anni Ottanta. Un lavoro accademico che, anche grazie a Giuseppe Polimeni, docente di Linguistica italiana e Storia della lingua italiana alla Statale, è confluito poi nel volume edito da Biblion Edizioni, finanziato dall’Università per Stranieri di Siena e dall’Aned nazionale, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Milano e della Fondazione Memoria della Deportazione, con una prefazione di Pietro Cataldi, tutor di Zanchi a Siena.

Il titolo, “Domani mattina”, deriva dall’espressione tedesca “Morgen frü”, che nel lager veniva ironicamente utilizzata per dare una speranza di futuro che in realtà non esisteva, con il significato distorto di “mai”. “Dal punto di vista dei nazisti, era una presa in giro, un’espressione sadica che contiene però una speranza – spiega Zanchi – il desiderio di un domani mattina che possa segnare la liberazione. È un’espressione che contiene in sé i crimini degli aguzzini e la speranza delle vittime”.
Parole nelle quali riscoprire l’eco di una terribile quotidianità. “Una quotidianità scandita dagli ordini, dal lavoro, dall’appello sin dalla sveglia (che era poi una forma di tortura, numeri chiamati in tedesco che bisognava conoscere per evitare violenze). La lingua del lager, quella imposta dai nazisti, è una lingua di violenza e di sopraffazione, con la quale si ripercorre una quotidianità tremenda, scandita solo da ordini, insulti, minacce. Dal punto di vista dei deportati, invece, si possono ritrovare altri termini. Nei momenti in cui loro non erano sotto stretta sorveglianza (mentre marciavano, mentre lavoravano), parlavano, tentavano una forma di contatto con chi avevano vicino. Anche la sera, nelle baracche, prima dell’ordine del silenzio. Allora, proprio perché ‘Spreken verboden’ (‘parlare è proibito’, come dicevano i nazisti), la parola, la comunicazione, diventa resistenza, diventa atto sovversivo. Una forma di resistenza pacifica, non violenta, che comunque va contro il sistema, perché capace di instaurare relazione con l’altro. I prigionieri si raccontavano, ad esempio, le ricette di ciò che avrebbero mangiato una volta a casa, perché avevano fame. Piccolezze, che all’interno dei lager, diventano parte viva, in un luogo di morte”.
Una parola che diventa Resistenza, come, ad esempio, le “notizie di latrina”, notizie finte, create appunto “alla latrina”, per risollevarsi il morale, per infondersi speranza a vicenda ed avvicinare un possibile domani di liberazione.
Parole di resistenza che emergono dal filo spinato (come nella bella copertina del volume, realizzata da Gaia Scanzi), attimi di comunicazione, la cui potenza veniva sottolineata anche da Primo Levi. “Quasi tutti i capitoli del libro prendono il titolo da una sua espressione – spiega Zanchi – le sue riflessioni sono state fondamentali, tra cui, appunto, anche quella della mancata comunicazione all’interno dei lager”.
Parole che contengono eufemismi, come quelle dei nazisti, ed altre più dirette, come quelle dei deportati, consapevoli della propria condizione e, nonostante questo, desiderosi di lottare per una propria rispettabilità in quanto uomini. “Mi piacerebbe che si considerasse con meno superficialità il tema delle deportazioni. Serve uscire dall’innegabile luogo comune dell’orrore, restituendo dignità a queste figure, capaci di resistere, per quanto possibile. Una resistenza che passa attraverso relazioni minime, ma salvifiche, nate proprio grazie alla parola”.


