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Nella primavera del 1944 dal binario 1 della stazione di Bergamo partirono in direzione Mauthausen 852 lavoratori, arrestati e inviati nel lager per aver scioperato interrompendo la produzione bellica

Bergamo. La città di Bergamo vuole ricordare. Sono molti i luoghi nel capoluogo che portano i segni dell’occupazione nazifascista: vie, palazzi, edifici pubblici che negli ultimi trent’anni anni sono diventati l’oggetto di ricerca degli storici del Novecento e che possiedono la forza necessaria per stimolare un processo collettivo di memoria.

Il 17 marzo e il 5 aprile 1944, in due convogli separati, dal binario 1 della stazione ferroviaria di Bergamo partirono 852 persone in direzione Mauthausen. Si trattava di lavoratori e lavoratrici provenienti dal Nord Italia, arrestati e inviati nel lager per aver scioperato interrompendo la produzione bellica: un atto di reazione all’occupazione nazista e al regime fascista.

La lapide in memoria della partenza degli operai venne posta dal Comune di Bergamo solamente sessant’anni dopo, il 25 aprile 2005, un attestato storico che di fatto certifica come il ruolo della città nella deportazione dei lavoratori e nella repressione politica nazifascista sia passato per troppo tempo sotto silenzio.

In attesa del trasporto verso il lager, 807 lavoratori vennero rinchiusi nella caserma Montelungo, allora “Umberto I”, e nell’adiacente caserma Colleoni. Un vero e proprio “carcere di transito” nel cuore della città. Gli internati portavano tutti il triangolo rosso: erano prigionieri politici, oppositori del regime.

Dalla Montelungo molti riuscirono ad avvisare le loro famiglie lanciando dei bigliettini dai finestroni della caserma nel vicolo San Giovanni: con mozziconi di matita i lavoratori scrissero su qualsiasi superficie avessero a disposizione brevi messaggi: “Sto bene, sono vivo”. “Cercavano di ristabilire un rapporto con i loro familiari – spiega Mario Pelliccioli, storico dell’Anpi provinciale -. Certo, non basta il lancio del pezzettino di carta dalla finestra: serve qualcuno che lo raccolga e lo porti alla famiglia. È qui che nascono intrecci personali interessanti”.

Drammatiche vicende di vita che Bergamo ha riscoperto grazie all’azione di Giuseppe Valota, figlio di Guido, un lavoratore bergamasco della Breda di Sesto San Giovanni rinchiuso nella Montelungo. La moglie fu una dei pochissimi familiari a noi noti che riuscì ad aver accesso alla caserma. Negli stanzoni ebbe un fugace incontro con il marito: non poterono parlarsi, ma si strinsero le mani. Guido riuscì a consegnarle una toccante lettera di addio: deportato nel lager, l’uomo non farà mai ritorno a casa.

La ricerca del figlio Giuseppe ha ricostruito l’identità del padre e ridato un nome e un cognome agli 852 deportati da Bergamo: di questi, solamente 217 persone fecero ritorno. Numeri che non possono lasciare indifferenti e che indicano il capoluogo come un nodo focale nell’universo concentrazionario.

“La memoria è uno strumento per comprendere e contestare il presente. L’insegnamento dei deportati della Montelungo è il dovere del dissenso”

“La memoria è uno strumento per comprendere il presente e viverlo con consapevolezza – riflette Leonardo Zanchi, presidente della sezione provinciale dell’Aned -. La memoria serve per mostrarci da che parte stare, per contestare il presente quando sistemi politici promuovono le disuguaglianze. È proprio questo l’insegnamento dei deportati della Montelungo: il dovere del dissenso. La memoria di ciò che è stato ci aiuta a sorvegliare la democrazia, ad essere vigili nel nostro presente”.

Leonardo Zanchi Aned Bergamo deportazioneLeonardo Zanchi, presidente dell'Aned Bergamo

“Non possiamo tirare indietro la mano dalle nostre responsabilità”

“La deportazione è stata un fenomeno estremamente complesso – dice Pelliccioli -. Non possiamo tirare indietro la mano dalle nostre responsabilità: se è vero che molti cittadini di Bergamo hanno aiutato i deportati, è altrettanto vero che altri hanno collaborato con i nazifascisti. Per evitare che avvenga un’altra Shoah bisogna usare il cervello, non lasciare che la propria intelligenza venga usata e strumentalizzata da altri”.

Mario Pelliccioli Anpi Bergamo deportazioneMario Pelliccioli, storico dell'Anpi provinciale

Lo speciale di Bergamonews in occasione dell’80° anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz e del 25° Giorno della Memoria è stato ideato da Davide Agazzi, Paolo Ghisleni  e Francesco Scandella. Riprese e montaggio di Maurizio Bonfanti.