Una particolare colorazione del tempo
I Winstons in concerto venerdì a Bergamo. L’intervista con Enrico Gabrielli
Parlare con Enrico Gabrielli è come sfogliare un’Enciclopedia. Afterhours, Calibro 35, Capossela, PJ Harvey, Mike Patton, Damo Suzuki. L’elenco degli artisti con cui ha collaborato, in veste di esecutore, arrangiatore, o compositore, è non soltanto sterminato, ma tra i più eterogenei dell’intero panorama musicale.
Dalla classica alla contemporanea, dalla neomelodica all’elettronica, dall’alternative alla musica per bambini, dal poliziottesco al post-rock. Attualmente si trova in tour con i Winstons, lo straordinario trio che questo venerdì 24 gennaio alle 22 tornerà sul palco del Druso di Ranica per promuovere l’ultimo album “THIRD”, pubblicato lo scorso autunno, un condensato di musica pop magistralmente coniugata col Canterbury sound.
Come nascono i Winstons?
Io e Roberto (Dell’Era, bassista) ci siamo conosciuti nel 2006, quando entrambi fummo per così dire “cooptati” da Manuel Agnelli per entrare negli Afterhours. L’incontro fu proprio in provincia di Bergamo, all’ex Zero Music Club di Azzano San Paolo, in occasione della “data zero” di questa nuova formazione, a seguito di un paio di prove. Fin dal primo momento in cui lo vidi, pensai che Rob fosse uscito dagli anni sessanta, letteralmente, dalla cima dei capelli alla punta delle scarpe, e quando glielo dissi, lui mi rispose con questa mitica frase: “Ah, ma tranquillo, io sono una persona piena di cliché” (ride). Viceversa, io gli ricordai, come modello di riferimento, quello un po’ hippie e naïf dei Gong (band variopinta legata alla scena Canterbury e fondata da Daevid Allen, ex membro dei Soft Machine). In sostanza, ci siamo entrambi riconosciuti come personaggi fuori dal presente, connessi a un tempo diverso. Da lì siamo diventati amici fraterni ed abbiamo iniziato a collaborare, sia come guest l’uno nei dischi dell’altro, sia in numerose jam session nelle varie realtà di Milano. Fu in quell’humus che incontrammo Lino (Gitto, batterista). Qualche anno dopo, mi pare fosse il 2011, mentre ero in Giappone, mi trovai ad ascoltare Emerson Lake & Palmer e Rondò Veneziano in una strada di Koenji, il quartiere artistico di Tokyo. Lì ebbi l’illuminazione e tornai in Italia con l’idea di formare un power trio tastiera-basso-batteria con Rob e Lino. Così nascono i Winstons, come un gruppo di amici, diversamente dai Calibro 35 che nascono, per così dire, a tavolino, un ensemble di professionisti che lavorano assieme.
Come riesci a far convivere i tuoi progetti? In che modo scegli a chi proporre le tue idee?
Questo è probabilmente il nodo centrale di quello che faccio da sempre: differenziare. Mi spiego meglio: ci sono persone, artisti, solisti, cantanti, complessi, che tendono a realizzare all’interno del gruppo tutto quello che possono farci stare, usando la band come un ambiente-laboratorio. Questo era più frequente negli anni passati, quando i dischi erano maggiormente carichi di generi, anche diversi, spesso sovrapposti. Il mio è un metodo diverso, basato sull’analisi costante delle persone che ho davanti. Non ha senso, per me, proporre idee che non riguardino tutti, mettere in prima linea se stessi, costringere le persone con cui si lavora a fare qualcosa che non li coinvolga. Anzi, credo sia il sistema più sicuro per distruggere un progetto, una collaborazione, o una collettività. Quello a cui tendo è capire chi ho davanti e lavorare in gruppo. Se scrivo delle canzoni, della musica, tendo a farlo in relazione ai contesti in cui mi trovo. Per esempio, all’interno della mia collana di musica contemporanea 19’40’’, propongo idee che cerchino di toccare le corde delle persone che sono coinvolte, altrimenti sarebbe, come dire, un mio palco personale. Quando inizio un progetto con qualcuno, m’interessa quel qualcuno prenda possesso pieno di quello che stiamo facendo insieme. I Winstons sono così. Nel primo album del 2016 ho acceso la miccia con un paio
di idee, ma ciascuno di noi tre ha contribuito alle composizioni. In questo senso, non potrei portare ai Calibro 35 le idee che porto ai Winstons, perché ne risulterebbe qualcosa di decontestualizzato.
Che impatto ha avuto sul pubblico la vostra band, ai suoi esordi?
Sicuramente il primo album è stata un’uscita molto felice. Sin dalla sua pubblicazione e pure nel tour successivo di venti date, abbiamo suscitato l’interesse non solo dell’intera scena prog, ma anche di tutto il mondo legato all’indie, con un riscontro davvero incredibile. Probabilmente siamo usciti in maniera così sorprendente perché, da subito, c’è stata chiarezza sulla nostra proposta musicale, ed il riferimento al Canterbury sound era ancora forte nella coscienza di chi veniva a sentirci.
Come si sono svolte le sessioni di scrittura e registrazione di “THIRD”?
Tranne per un pezzo, “Vinegar Way”, improvvisato al termine delle sessioni dello scorso album (“SMITH”, del 2019) e registrato su nastro da Luke Oldfield negli splendidi Tilehouse Studios del padre, Mike Oldfield, nelle campagne alla periferia di Londra, la maggior parte del disco è stata registrata sempre su nastro da Carlo Giardina presso il Bach Studio Recording di Milano, il famoso studio di Toto Cutugno in cui hanno registrato, tra i tanti, anche i Matia Bazar. A livello di scrittura, “THIRD” è figlio di un periodo di sofferenza, essendo passati cinque anni dal disco precedente, cinque anni segnati dallo shock della pandemia. Per questo motivo abbiamo scartato un sacco di materiale rispetto al progetto iniziale, perchè Lino voleva un album che non fosse cupo o pesante, un disco “che non rompesse i coglioni” (ride). Abbiamo tenuto solo un paio di brani dalla prima session, mentre gli altri si sono inseriti, a mano a mano, seguendo una scelta più orientata verso la forma canzone. Di recente siamo tornati in studio per appuntarci idee nuove e, inconsapevolmente, la strada che ci si è aperta vede all’orizzonte i Genesis, gruppo che tutti e tre amiamo, tornato prepotentemente a galla nelle sue varie incarnazioni, da quella iniziale con Peter Gabriel, a quella successiva con Phil Collins, fino ai primi anni novanta ed alle carriere soliste.

Cosa stai ascoltando in questi giorni?
Allora, buona domanda. Sto ascoltando musica classica contemporanea, cose che rimandano agli anni della mia formazione. In particolare, c’è questa compositrice sudcoreana, Unsuk Chin, che ho scoperto seguendo il programma “Tafel Musik”, sulla radio inglese online NTS, condotto dal musicologo Francesco Fusaro, con cui collaboro nei 19’40’’. Ovviamente, si tratta di un altro tipo di mondo musicale rispetto al rock, però, oggi come oggi, è difficile che la musica mi sorprenda. L’entusiasmo è rimasto, ma è raro che sopraggiunga la sorpresa. In genere, incamero tutto ciò che ascolto, ma l’unico vero termine di paragone, per me, è lo stupore. Sono sempre alla ricerca di qualcosa di un po’ più estremo, un non-utilizzo della musica in senso tradizionale.
Pensi che l’assenza di sorpresa dipenda dalla mancanza di tempo?
In parte sì, il tempo domestico è rimpicciolito, coi figli e gli impegni quotidiani. Però la musica e il tempo hanno uno stretto rapporto perché scorrono assieme. È possibile ascoltare musica anche facendo altro, e questa è una delle poche arti che lo consente, perché ha il grande pregio di non essere immersiva a tutti i costi. Dirò di più, la musica è l’arte del tempo, perché ha un rapporto dialettico con la vita, non contrapposto. Chiaramente ci sono persone che soffrono di “fear of music”, come direbbero i Talking Heads, cioè che percepiscono la musica come un evento di disturbo e preferiscono il silenzio tra le mura di casa. Io sono uno che tiene la musica sempre accesa (grazie, finalmente mi sento capito, N.d.A.). Tuttavia, se ascolto una radio tematica o i miei vinili, non si tratta di musica sorprendente ma, semmai, conciliante, il che, a quasi cinquant’anni, va benissimo, per carità. Forse la scoperta appartiene ad altre fasi della vita. A quest’età probabilmente si è più alla ricerca di sé stessi, per questo si tende ad ascoltare cose che riportino all’infanzia o all’adolescenza.
Quando parli di arte del tempo, cosa intendi?
Tutta la musica si svolge in un arco temporale, inizia in un punto e finisce dopo alcuni minuti. Quel segmento di vita è una particolare colorazione del tempo. Può essere percepita come rumore, come sottofondo, come oggetti sonori conglomerati, ma resta totalmente asemantica, non ha un senso, a differenza della narrazione. La si può perdere per strada, può raggiungerti in maniera differente, ma non sarà mai qualcosa di statico, come un quadro o una scultura. In questo senso, così come la scultura è l’arte della materia, e la pittura è l’arte del colore, la musica è l’arte del tempo.



