Il metodo usato per questi consolidamenti, l’intreccio pazzesco di partecipazioni, i guadagni folli delle banche in questi anni, e quindi un eccesso di cassa disponibile, mettono in dubbio che la vigilanza riesca a guidare un consolidamento ordinato con tutte queste operazioni ostili
Nonostante gli anni spesi con la lingua inglese per definire diversi aspetti della finanza, non mi viene in mente un termine migliore di quello del dialetto bergamasco,”intorciada”, per descrivere quello che sta succedendo tra le banche italiane.
Dopo l’OPS di Unicredit su BPM, anticipato dall’offerta di BPM su Anima, poi l’OPS di Ifis per Illimity, ecco l’OPS di MPS su Mediobanca.
Credo che capire la logica di alcune di queste proposte di aggregazione solo con valutazioni di mercato sia impossibile.
Il processo di consolidamento del sistema bancario va avanti da anni, ma, ammesso che sia corretto come dicono le Autorità ( Bankit e BCE), il modo con il quale sta avanzando non è sempre una buona notizia.
Mediobanca è stata per anni, con Cuccia, Marenghi, Pagliaro e Nagel il qualificato punto di incontro per le strategie industriali di Fiat, Montedison, RCS, Generali, Italcementi, Pirelli, insomma l’Italia industriale fino al 2010.
Compito del banchiere è quello di dare una visione di lungo periodo alle strategie economiche, ma soprattutto industriali attraverso un meditato sostegno finanziario. In questo senso Mediobanca è stata la miglior banca d’affari del nostro paese. Quando sono stato Presidente in Centrobanca la si guardava con attenzione per imitarla per sostenere le medie imprese italiane, nostro target.
Che cosa serva l’ aggregazione MPS- Mediobanca dal punto di vista industriale, non è ancora chiarissimo. La rete MPS non è infinita, piazzare tutti i prodotti Mediobanca, pur nel cambiamento di modello di business in corso, sarà impossibile. La giustificazione dei DTA, cioè dei crediti fiscali maturati con le copiose perdite degli anni passati da MPS, che con l’aggregazione porterebbero essere usati per 1,2 miliardi in tre anni, sembra un po’ debole anche se verosimile. Risulta invece chiaro quanto segue: Delfin, la finanziaria del leader degli occhiali Luxottica, possiede il 19,3% di Mediobanca, il 9,9% di Generali, di cui Mediobanca ha il 13,1%, e il 9,78% di MPS (ma anche il 2,7% di Unicredit).Caltagirone possiede il 7,8% di Mediobanca, il 6,9% di Generali il 5,03 % di MPS, il 3,6% di Anima e l’1,3% di Banco BPM. Ecco allora chi sono i due veri protagonisti di quanto sta succedendo. Peraltro, azionisti non sempre allineati, anzi, rispetto al management attuale delle varie banche e assicurazioni.
C’è poi un convitato di pietra: il Mef, cioè il governo. MPS ha bruciato quasi 30 miliardi di capitale dopo l’acquisizione di Antonveneta fino a poco tempo fa. Il governo è corso in aiuto con i soldi dei cittadini italiani, oggi tende a privatizzare la partecipazione, ma rimane all’11,5% del capitale di MPS. Non capisco bene perché ha stigmatizzato l’operazione Unicredit su BPM (minacciando la golden power e protestando in modo forte) mentre appoggia e favorisce questa operazione. Qual è la sua vera strategia?
Insomma, il metodo usato per questi consolidamenti, l’intreccio pazzesco di partecipazioni, i guadagni folli delle banche in questi anni, e quindi un eccesso di cassa disponibile, mettono in dubbio che la vigilanza riesca a guidare un consolidamento ordinato con tutte queste operazioni ostili. Gli stessi prezzi in gioco, con gli stessi azionisti da entrambe le parti non garantiscono l’equità di trattamento dei piccoli azionisti. Se ci saranno ulteriori contromosse, pur nell’osservanza della passivity rule, cioè nell’impossibilità d’agire per chi è sotto attacco, potrebbe esserci una certa instabilità.
La notizia quindi non è buonissima, perché le imprese, il Paese, le famiglie avrebbero bisogno di essere guidate dalla finanza verso una strategia di crescita e di sviluppo che, nel contesto geopolitico attuale, sembra molto difficile individuare. Il top management delle banche sembra invece troppo impegnato a districare l’”intorciada”.

* Andrea Moltrasio, Industriale, già presidente di Confindustria Bergamo e del Consiglio di Sorveglianza di Ubi Banca



