“Con Trump inizia una nuova fase: la politica americana è divisa”
Il professor Jacopo Perazzoli dell’Università degli Studi di Bergamo commenta l’insediamento del tycoon alla Casa Bianca
È tutto pronto per l’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Lunedì 20 gennaio al Campidoglio di Washington avrà luogo la cerimonia dell’Inauguration day, con cui inizierà la seconda era del tycoon.
Quali saranno i suoi primi passi alla guida degli Usa? E che scenari ne scaturiranno per il futuro su scala mondiale? Abbiamo chiesto un parere al professor Jacopo Perazzoli, ricercatore in Storia contemporanea al Dipartimento di Lettere, Filosofia e Comunicazione dell’Università degli studi di Bergamo.
Cosa accade lunedì 20 gennaio con la cerimonia d’insediamento di Trump?
In questa giornata avverrà il passaggio formale dall’amministrazione Biden a quella di Trump. Nelle scorse settimane ci siamo trovati in una fase intermedia tipica della politica e delle istituzioni americane. È quel lasso di tempo piuttosto ampio che intercorre fra un’elezione, il risultato della tornata elettorale e l’insediamento del nuovo presidente. Lunedì 20 gennaio, quindi, Trump diventerà presidente a tutti gli effetti, mentre prima era presidente eletto. In questi giorni sono stati diffusi i ritratti ufficiali del neopresidente e del suo vice, che mostrano un volto muscolare ed è emblematico. Il commento utilizzato dallo staff di Trump a corredo di questi ritratti è una singola parola, che tradotta in italiano significa “spaccano”. L’uso di questo termine ci fa capire lo scenario a cui andremo incontro in questi anni.
L’espressione “spaccano” implica una rottura. Ma verso chi e verso cosa?
Il commento “spaccano” è figlio della polarizzazione della politica americana che ora come ora vede due mondi che non si parlano: da un lato ci sono i democratici e dall’altro i repubblicani. Il dibattito politico si è radicalizzato: le posizioni degli uni e degli altri sono fortemente contrapposte. L’ascesa di Trump va inserita in questo scenario, che non rappresenta una novità assoluta perché già alle elezioni precedenti e prima ancora con la sua partecipazione alle primarie si è potuto notare questa caratteristica. C’è una differenza, però, rispetto alle elezioni presidenziali del 2016.
Quale?
Nel 2016 il Partito Repubblicano era un partito tradizionale, mentre oggi è il partito di Trump. La sua è un’impostazione di rottura nei confronti dell’amministrazione democratica a cominciare dalle politiche ambientali ed economiche, ma anche in termini di politica internazionale. La scelta di avvicinare all’amministrazione una figura particolarissima come quella di Elon Musk con un clamorosissimo conflitto di interessi va più che mai in questa direzione. Il 2025, insomma, non sarà il 2017.
Che differenze nota?
La prima amministrazione Trump, al di là di alcune rigidità sul clima e sui migranti, non è stata così di rottura mentre ora ci troviamo davanti all’inizio di una nuova fase. Non avendo la sfera di cristallo al momento non è possibile affermare se sia l’inizio di una storia diversa, ma sicuramente il suo insediamento segna un passaggio importante.
Perché il Partito Repubblicano è cambiato così tanto?
Ritengo che il suo cambiamento vada osservato con uno sguardo più ampio. La democrazia americana sta vivendo una fase di profonda crisi strutturale da diverso tempo. Ne dà conferma il calo del numero degli elettori: quest’anno si è verificata un’inversione di tendenza, ma il trend delle ultime elezioni nel complesso ne fa registrare una diminuzione. È in corso una crisi sostanziale dagli inizi degli anni Duemila: da un lato Trump ne è il portato, ma dall’altro la implementa utilizzando un approccio anti-politico abbinato a scarsa fiducia nelle istituzioni, discorsi politici molti banalizzanti e banali volti a fare credere che problematiche complesse possano essere risolte con uno schiocco delle dita. Gli esempi sono molti: dalle sue dichiarazioni sul Covid, che chiamava “China virus”, a quelle sulla guerra in Ucraina, le sue parole si scontrano con la realtà dei fatti. È il prodotto di un Paese imbruttito, incattivito, che si sta scoprendo sempre più violento, all’interno di un più vasto fenomeno di radicalizzazione della politica e della società americana. L’immagine di Trump è quella di un imprenditore con la volontà di dare voce agli ultimi, che di per sé è paradossale: questa caratterizzazione fa riflettere sulla distinzione fra le dichiarazioni e la realtà dei fatti.
In che senso?
La prima amministrazione Trump ci ha dimostrato che un conto sono le dichiarazioni, cioè voler dar voce agli ultimi, e un altro le scelte politiche che ha effettuato. Sono state molto conservatrici e funzionali a perseguire politiche liberiste, che contrastano con ciò che lui stesso aveva affermato. Queste considerazioni valgono per Trump ma anche per buona parte della destra europea.
Come mai?
Da un lato credo che dipenda da una sorta di banalizzazione del messaggio politico che fa presa su determinati segmenti di elettorato, arrabbiato, disilluso, stanco e in alcune fasce provato dalla crisi. Dall’altro, c’è la speranza di trovare soluzioni semplici e veloci a problemi complessi che per essere gestiti e risolti richiedono i tempi della cara vecchia mediazione politica. Tutto ciò va inserito in un contesto sempre più diseguale e le disuguaglianze vengono affrontate con difficoltà dai Democratici e dalle forze progressiste. Gli incendi che stanno drammaticamente divampando a Los Angeles ne sono un esempio. La California è uno degli Stati democratici per eccellenza, nonché uno dei più ricchi degli Usa, ma non ha strutture statali capaci di affrontare un’emergenza come quella degli incendi. Alcuni cittadini facoltosi, però, si possono permettere vigili del fuoco privati. Questo è un simbolo della disuguaglianza e di un problema nelle scelte politiche a cui i Democratici non hanno saputo rispondere. Ma è quanto avviene anche in buona parte della sinistra europea.
La candidata del Partito Democratico, Kamala Harris, avrebbe avuto il profilo adatto per intercettare il consenso degli ultimi e rappresentare le loro istanze ma ha perso. Come mai?
Osservando le rilevazioni dei sondaggi possiamo notare che al suo esordio e quando sembrava più attenta ai temi sociali otteneva maggiori riscontri, mentre appena si sono rispolverati i discorsi sulla democrazia in pericolo e sul neofascismo il suo consenso si è ridotto fino ad andare incontro alla sconfitta. Etichettare Trump in questo modo, che peraltro può essere veritiero, sicuramente è stato controproducente.
Da alcune parti si è sostenuto che con Trump sarebbe stato più facile giungere alla pace in Medio Oriente e in Ucraina. Cosa ne pensa?
Molti commentatori si sono spinti avanti, anche per ragioni dettate da interessi spiccioli, ma bisogna verificare l’effettiva realizzazione delle cose. Credere che Trump possa in tutti i modi essere un pacificatore significa aver fatto i conti senza l’oste, perché siamo di fronte a un personaggio difficilmente interpretabile. Non c’è una linearità d’azione, è ondivago, si muove alla bisogna, sulla base del consenso elettorale e in maniera molto spregiudicata. Ora che a Gaza sta per entrare in funzione la tregua di cui siamo tutti contenti, si è diffuso il mito che spinge Trump nelle vesti di pacificatore. Sicuramente avrà giocato la sua partita, ma il programma varato è quello che era stato proposto dall’amministrazione Biden a maggio, quindi la tregua è figlia di qualcun altro. Presentarsi come il pacificatore di certo è funzionale alla politica del Tycoon, che proprio nel giorno dell’insediamento potrà presentarsi in questa veste, ma le dichiarazioni che ha rilasciato una decina di giorni fa su Groenlandia, Panama e Golfo del Messico, nonché la messa in discussione dell’indipendenza del Canada vanno in direzione opposta.
A cosa sono dovute queste dichiarazioni secondo lei?
Etichettare come folli queste affermazioni può essere fuorviante. Ritengo che dietro a quelle parole ci sia una logica ben precisa, che siano una dichiarazione d’intenti e che con Trump si possa rendere più evidente il contrasto con la Cina. In tal senso, bisognerà seguire con particolare attenzione gli sviluppi della questione Taiwan. La Cina è sempre più presente in America Latina e le dichiarazioni di Trump su Panama sono legate a questo aspetto. La Groenlandia, invece, dispone di risorse minerarie che potrebbero aiutare nella competizione con la Cina, mentre il Canada rientra nella politica espressa con lo slogan american first. Sicuramente tutto questo accresce le tensioni in uno scenario mondiale già segnato da parecchia instabilità.
Come possono convivere le dichiarazioni di Trump con la sua immagine di pacificatore?
Credo che sia difficile che possano stare assieme: delle due ne prevarrà una. La situazione è in evoluzione: è difficile dire quale avrà la meglio, perché assisteremo in corso d’opera a come si muoverà, ma di certo le premesse non sono benauguranti.
Che effetti possono esserci per l’Europa e l’Italia?
Su un piano internazionale ci troviamo in un contesto segnato da parecchie tensioni e bisognerà vedere quali scenari si delineeranno. Se la competizione con la Cina diventasse più forte inevitabilmente ne pagheremmo le conseguenze. È un versante delicato, perché siamo in un’epoca in cui ci sono potenze nucleari. Sul piano economico, invece, le politiche dei dazi toccheranno l’economia europea e italiana, anche quelle del Nord Italia e della provincia di Bergamo, dove ci sono molte aziende che lavorano con l’estero.
Il dialogo con Putin migliorerà?
È difficile rispondere. Inizialmente Trump aveva dichiarato che con la sua elezione la guerra russo-ucraina sarebbe finita con un colpo di telefono, mentre successivamente ha detto che sarebbero serviti sei mesi. Questo cambio di prospettiva evidenzia che la situazione è più intricata di come l’aveva raccontata. Serve più tempo ed è una questione che ci riguarda da vicino in virtù di interessi e ripercussioni europee e nazionali. Non sono fiducioso sulla possibilità che il conflitto si risolva in poche ore perché è una partita vitale per la Russia.
Per concludere, cosa accadrà in materia di politiche ambientali negli Stati Uniti?
Trump non si discosterà dalle decisioni che ha preso nel suo primo mandato. Porterà gli Stati Uniti fuori dagli accordi internazionali: è una richiesta che gli arriva da alcuni segmenti dei suoi elettori. Il problema è che l’Europa di oggi è più affaticata rispetto agli anni scorsi nei confronti della transizione ecologica e sta rallentando i programmi che erano stati comunicati con poca attenzione nei confronti degli elettorati. Anche i movimenti che erano nati su scala mondiale attorno al cambiamento climatico, alle sue ripercussioni e alla necessità di invertire la rotta paiono essere un po’ in sordina. Le conseguenze sul clima saranno negative e risulterà difficile gestire un’emergenza su cui siamo già oltre il tempo massimo.


