Logo

Temi del giorno:

Maurizio Martina: “Il mio lavoro alla Fao, concentrato su Ucraina, Palestina, Libano e Siria”

Il vice-direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e Agricoltura: “I modelli agricoli e alimentari sono l’epicentro di cambiamenti socioeconomici e ambientali decisivi”

“In questo momento ho il compito di seguire le nostre attività regionali degli uffici in Europa, Asia centrale e Medio Oriente: dall’Ucraina alla Palestina passando per il Libano e la Siria. Sono tutte realtà prioritarie, dove stiamo cercando di implementare le nostre azioni, in contesti molto difficili come sappiamo”. Così il bergamasco Maurizio Martina, che dal gennaio 2021 sta svolgendo l’incarico di vice-direttore generale della Fao, illustra il suo impegno all’interno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e Agricoltura, che ha sede a Roma e sguardo allargato al mondo.

Prima di assumere questo ruolo, ha vissuto una lunga militanza politica attiva: è stato segretario regionale dei Democratici di Sinistra in Lombardia dal 2006 fino alla nascita del Partito Democratico il 14 ottobre 2007, dove ha ricoperto la medesima funzione fino al 16 febbraio 2014, sottosegretario di Stato alle politiche agricole alimentari e forestali con delega all’Expo 2015 nel governo Letta e ministro delle politiche agricole alimentari e forestali dal 22 febbraio 2014 al 13 marzo 2018 nei governi Renzi e Gentiloni, vicesegretario del PD, e successivamente, segretario del Partito Democratico a seguito delle dimissioni di Matteo Renzi dopo le elezioni politiche del 2018, dal 7 luglio al 17 novembre 2018.

Lo abbiamo intervistato chiedendogli quali sono le priorità e i progetti al centro della sua attenzione.

Dopo oltre vent’anni d’impegno politico diretto, Il 13 gennaio 2021 è stato nominato special advisor e vicedirettore generale aggiunto della Fao. Cosa ha significato intraprendere questa nuova esperienza per lei?

Per me è stato un passaggio molto importante, non privo di emozioni contrastanti. Diciamo che ho lasciato un’esperienza intensa e appassionante che conoscevo bene e che ho vissuto sin da giovanissimo per un altro percorso, altrettanto intenso, ma molto diverso e che conoscevo poco all’inizio. È stato come ripartire e cominciare una nuova avventura.

Come sta andando il lavoro alla Fao? E come si svolge?

È un lavoro appassionante, incredibile per la sua complessità, molto intenso e, non lo nascondo, proprio per questo anche difficile, spesso. Lavoriamo con 194 paesi in tutto il mondo, sto imparando tantissimo e sono molto contento. Il multilateralismo delle Nazioni Unite sta vivendo sfide decisive e viverlo da dentro ti insegna tante cose.

Quali sono le priorità/criticità su cui si sta concentrando in queste vesti?

In questo momento ho il compito di seguire le nostre attività regionali degli uffici in Europa, Asia centrale e Medio Oriente: dall’Ucraina alla Palestina passando per il Libano e la Siria. Queste sono tutte realtà prioritarie, dove stiamo cercando di implementare le nostre azioni, in contesti molto difficili come sappiamo. Poi mi occupo di alcuni dipartimenti interni alla FAO come quello delle finanze e degli approvvigionamenti: anche qui, temi essenziali del nostro agire quotidiano nel mondo visto che la FAO opera ovunque in tutti i paesi in via di sviluppo.

A quali progetti si sta dedicando?

Come dicevo, Ucraina, Palestina, Libano, Syria sono contesti prioritari. In queste terre stiamo cercando di rafforzare le nostre azioni di contrasto all’insicurezza alimentare, anche se le condizioni spesso sono davvero molto difficili. In Palestina abbiamo piani d’azione per distribuire semi e vaccini per gli animali, per aiutare con piccole somme allevatori, agricoltori e pescatori. Per fornire loro assistenza perché le loro piccoli produzioni, spesso essenziali per le loro famiglie, non vengano completamente meno. In Ucraina abbiamo organizzato magazzini temporanei per i raccolti, distribuito kit di semi e vaccini e lavoriamo insieme ad altri alla bonifica dei terreni agricoli contaminati purtroppo dalle armi del conflitto.

Papa Francesco ha esortato a cancellare o almeno ridurre i debiti dei Paesi poveri. Potrebbe essere una strada percorribile? E che risultati potrebbe dare?

Dobbiamo essere grati a Papa Francesco perché pone ancora in modo chiaro un tema essenziale che è quello di un nuovo equilibrio finanziario più giusto per i paesi fragili, capace di non amplificare ingiustizie e disuguaglianze. Servono sforzi concreti e operativi delle istituzioni finanziarie internazionali e degli Stati più forti verso queste realtà. Occorre un salto di qualità immediato di questi interventi a loro sostegno altrimenti non si spezzerà mai il circuito povertà-disuguaglianze-fame.

La povertà alimentare favorisce le migrazioni, che l’Italia e l’Europa faticano a gestire. Quali sono i primi passi che suggerirebbe per affrontare questa criticità?

Occorre sempre ricordare che i più importanti spostamenti per fame sono interni ai paesi più esposti. Migliaia di persone che si muovono per necessità, prima di tutto dalle campagne e dalle zone rurali alle aree urbane di questi paesi. Bisogna affrontare i nodi di fondo legati al binomio crisi sociali (dunque povertà)-crisi climatica. Si tratta di compiere scelte per sostenere l’uscita da queste crisi.

Il cambiamento climatico incide sull’agricoltura, altro tema centrale per la Fao. Come si potrebbe fare per contrastarne gli effetti?

Sui sistemi agricoli pesano effetti devastanti della crisi climatica; il conto è salatissimo e basti pensare alle conseguenze di siccità e inondazioni per capire la portata di quello che sta accadendo nei campi, a ogni latitudine. Al tempo stesso, sappiamo che globalmente certi modelli agricoli – non tutti – sono anche tra le cause della crisi. Occorre accompagnare la trasformazione dei sistemi agricoli e alimentari verso modelli più sostenibili e occorrono nuovi strumenti per tutelare l’agricoltura da questi cambiamenti, anche per produrre meglio, consumando meno. Le soluzioni, tecnologiche e non solo, ci sono ma serve la volontà di applicarle, garantendo soprattutto un accesso equo a questi strumenti.

Quando si parla di questi temi si utilizza l’espressione “emergenza” anche se sono problematiche consolidate. Perché non si riesce ad affrontarle in maniera strutturale?

Infatti occorre uscire dalla logica emergenziale. Siamo a un passaggio di fase dello sviluppo del pianeta e occorre la consapevolezza di questo snodo. Certo, è difficile perché tutto ciò impone cambiamenti, spesso complessi. Sono politiche e scelte strategiche, non solo azioni spot. Ma il costo dell’inerzia – non solo in termini economici ma direi soprattutto sociali – è certamente superiore al costo del cambiamento necessario. Dunque, occorre darsi da fare sia in ambito pubblico che privato.

Per concludere, quali sono le prospettive future in materia di alimentazione e agricoltura?

I modelli agricoli e alimentari sono l’epicentro di cambiamenti socioeconomici e ambientali decisivi. Dobbiamo costruire modelli più giusti e sostenibili se vogliamo battere la fame e garantire cibo sano, sicuro e sufficiente a tutti. Viviamo contraddizioni enormi: sprechiamo un terzo del cibo che produciamo ogni giorno e nel frattempo abbiamo 800 milioni di persone che rischiano la fame. Aumentano gli affamati ma anche gli obesi. Il quadro è difficile, ma esistono anche le opportunità. Abbiamo esempi e buone pratiche che ci dimostrano che si possono realizzare esperienze più giuste, più eque, più sostenibili anche quando parliamo di agricoltura e alimentazione. Il nostro compito è amplificare il più possibile queste pratiche a vantaggio del maggior numero di persone possibili.