La danza delle maschere
Il giovane Giorgio Galimberti racconta di sé e del suo primo album solista “Fuori (di me)”
“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia”.
Non sono Allen Ginsberg e non vivo a San Francisco. Però ho visto suonare Giorgio Galimberti e la vita mi ha sorriso.
Sentimento, tenacia e gavetta, queste le armi di un chitarrista e cantante dallo stile sopraffino, baciato da una sensibilità cantautoriale non comune. Nato e cresciuto a Treviglio, classe 2000, svezzato a pane e musica, si appassiona prestissimo alla fusion e, a soli 17 anni, suona con gli Sgriob – splendido il loro album del 2019 – in uno dei più autorevoli festival europei, il JazzMi. Sottolineo: 17 anni. Non pago, vince una borsa di studio alle clinics del Berklee College di Boston presso UmbriaJazz, e partecipa al tour di Kotryna Juodzeviciute, vincitrice di The Voice e concorrente all’Eurovision. Ora si esibisce in trio con Nik Mazzucconi (Labyrinth, Ian Paice, Glenn Hughes, Tullio De Piscopo) ed Eugenio “UG” Mori (PFM, 883, Gianna Nannini, Biagio Antonacci), coi quali ha registrato il suo album d’esordio “Fuori (di me)”, da poco uscito su tutte le piattaforme. Un disco intimista dal respiro soul/funk, imbevuto di guizzi strumentali che fanno drizzare i peli e sollevare le sopracciglia. Galimberti ha il cuore, la voce e le dita. Oltretutto è un fine parlatore, cosa chiedere di più?
Qual è il tuo primo ricordo legato alla musica?
Ho sempre cantato e suonato, anche prima di saperlo fare. Ho dei ricordi di me piccolissimo che invento canzoni facendo strumming a caso sulla chitarra e cantando in finto inglese, spesso obbligando i miei parenti a farmi interviste post-concerto (ride). Il primo vero ricordo prezioso legato alla musica è di me, mio papà e mia mamma che, la domenica mattina, balliamo in salotto su ‘La Vasca’ di Alex Britti, uscito l’anno della mia nascita.
Parlaci dei tuoi inizi.
Mio papà suonava in gioventù, quindi a casa mia la chitarra è sempre stata una presenza molto forte. Ho iniziato come chitarrista classico – mio malgrado (ride) – ma nei viaggi in macchina si ascoltava di tutto, dai Van Halen a Coltrane, da Dalla a Metheny. Il mio gusto si è poi spostato verso la black music e tutti i suoi derivati (soul, blues, r&b, jazz), per cui mi sono dedicato allo studio della chitarra moderna, anche con gli insegnanti della Berklee. Se dovessi individuare le mie figure di riferimento, direi Stevie Ray Vaughan, Hendrix, Clapton, John Scofield e Van Halen. Per quanto riguarda la voce, ho sempre avuto una passione smisurata per i cantanti soul come Donnie Hathaway, Al Green, Otis Redding e per i musicisti-cantanti contemporanei quali John Mayer, John Legend, Harry Styles e James Bay. Quando nel 2018 sono stato a suonare in Lituania, in scaletta ogni sera c’era un pezzo che cantavo io, e da lì ho deciso di fare sul serio con la voce. Ho passato gli anni seguenti a impostarmi tecnicamente ed a trascrivere i vocalizzi dei miei cantanti preferiti, poi ho avuto la fortuna di suonare per un anno con Ellade Bandini (Mina, Guccini, Concato, De Andrè) come frontman cantante e chitarrista.
Com’è stato il passaggio dalla fusion al cantautorato? Che fine hanno fatto gli Sgriob?
Avevo bisogno di esprimermi in maniera più diretta, senza filtri. Mi sono accorto che il mio obiettivo era creare connessioni con le persone e che preferivo sentirmi dire “questo pezzo mi ha emozionato” anzichè “interessante quell’interscambio modale” (ride). Gli Sgriob sono stati una parentesi di cui vado molto orgoglioso e che mi rappresentava in passato: col tempo, le mie esigenze creative sono cambiate, e con loro la mia maniera di fare musica.
Vuoi raccontarci la storia di questo primo disco solista?
Con enorme piacere! ‘Fuori (di me)’ è l’istantanea di tutto quello che ho dentro: un viaggio attraverso la psiche di un ragazzo di 23 anni che fa della scrittura la sua terapia. L’idea di scrivere un disco è nata con il bassista e amico fraterno Nik Mazzucconi che aveva sentito i primi embrioni di miei brani. Poi un giorno Eugenio UG Mori, al termine di un concerto, mi ha detto: “Devi fare un disco ed io voglio suonarci la batteria” . Lì ho capito che i tempi erano maturi e che dovevo darmi una svegliata (ride). Ho sviluppato le idee che avevo nel pc e le poesie che avevo nel cellulare; da buon laureato in Lingue e Letterature Straniere scrivo in mille modi e formati, per poi finalizzare il tutto solo sotto pressione (ride). Dopo la fase di arrangiamento, abbiamo unito le forze con Larsen Premoli – produttore e fonico – e lo abbiamo registrato quest’estate.
Esiste un filo conduttore tra i pezzi dell’album?
Si, sono tutti spaccati di vita vissuta. A livello di scrittura mi piace evocare atmosfere e generi diversi, cercando di non pormi limiti. Ho sempre apprezzato la libertà e la varietà dei miei artisti preferiti (tra i tanti, Dalla e Paul McCartney, che sono richiamati da alcuni dettagli in copertina). L’obiettivo era quello di rimanere pop senza dover rinunciare alle parti più ‘suonate’ e ad una scrittura armonicamente interessante. A livello di testi, volevo creare un lavoro che fosse pieno di richiami alla mia vita, come una ‘passeggiata nella mia mente’ per chi lo ascolta. Prendere ciò che ho dentro e spostarlo fuori di me. Ho quindi dato vita a una sorta di ballo delle maschere proustiano in cui, durante i brani, ricorrono personaggi, luoghi ed emozioni che mi hanno segnato, mischiandosi e creando immagini che siano più della somma delle parti che le compongono.

Da dove nasce l’immagine di copertina dell’album?
Volevo cercare di rappresentare il caos di emozioni e contraddizioni della propria interiorità. Grazie a Paolo Galimberti, che ha curato l’artwork, abbiamo inserito tutti i personaggi che vengono citati nel disco, o dettagli che li rappresentassero (Freud, Dalla, Hendrix, Coltrane etc.), e ci abbiamo messo anche Nik e UG, in un ritratto notturno all’interno di un locale che mi vede in primo piano. Ci sono suoni, profumi, persone, situazioni e atmosfere che ho dentro da un po’ e che volevo fissare in un’immagine.
Da una quindicina di anni a questa parte, John Mayer rappresenta una delle maggiori ispirazioni per i giovani chitarristi e cantanti, un po’ come Hendrix e Clapton per le generazioni precedenti. Che ne pensi?
Non potrei essere più d’accordo! Se qualcuno in quest’epoca non cita John Mayer tra le sue influenze c’è una sola possibilità: mente (ride). Sono arrivato alla sua musica conoscendo già gli artisti che lo hanno ispirato (Hendrix, Clapton, Vaughan), ma scoprirlo è stato comunque fondamentale perché mi ha mostrato come sia possibile unire quegli elementi mischiandoli a influenze più moderne, creando un genere pop, contemporaneo e cool. Due suoi album, “Continuum” e “Born and Raised” sono tra i miei dischi preferiti di sempre.
Rispetto alla scena musicale bergamasca (e nazionale), sei molto più giovane. È un limite o uno stimolo?
Io lo trovo uno stimolo, mi piace tantissimo e da sempre collaborare con musicisti con maggiore esperienza – tra me, Nik e UG passa qualche annetto (ride) – restando comunque connesso alla mia generazione. L’obiettivo è quello di essere attuale, senza rinunciare alla musica: strumenti veri, gente che li suona e stesure non pensate per gli standard di TikTok.
Come ti prepari per un concerto?
Faccio tanto riscaldamento vocale e mi concentro sulla respirazione. Quindi, indosso gli in-ear monitor, imbraccio la chitarra e provo l’attacco della strofa di ‘Fuori (di me)’ che è il primo pezzo in scaletta, per avere il ‘tiro’ giusto già dalle prime note.
Come sta andando la presentazione del disco?
Il release party del 12 dicembre scorso al Druso è stato un successo, mi ha molto emozionato. Ora inizierà la vera e propria promozione, con vari contenuti pronti per essere diffusi. Abbiamo già annunciato la seconda data di presentazione che ci vedrà il 7 febbraio sul palco dello ZioLive di Lodi, con la partecipazione di Stef Burns, leggendario chitarrista di Vasco Rossi, Alice Cooper e Huey Lewis and The News. Poi abbiamo tante altre novità che annunceremo presto!


